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Battaglia politica al supermercato
Data di pubblicazione: 19.08.2006

Autore:

Forse per motivi solo elettorali, il partito democratico USA contro Wal-Mart. La figuraccia del paladino dei diritti Andrew Young e le questioni aperte (arriverà anche in Italia?). Il manifesto, 19 agosto 2006

Il «gigante di Bentonville» è diventato il tema centrale della campagna dei Democratici per la riconquista del Congresso nelle elezioni di novembre. Intanto, scoppia il caso di Andrew Young, storico leader dei diritti civili, e paladino di Wal-Mart
Andrea Rocco
Sono state immediate le dimissioni di Andrew Young, storico leader dei diritti civili, collaboratore di Martin Luther King, ex-sindaco di Atlanta e primo ambasciatore americano nero alle Nazioni Unite. Young, era stato assunto l'anno scorso da Wal-Mart per dirigere una sua organizzazione «fiancheggiatrice» chiamata «Working Families with Wal-Mart». L'intenzione del colosso del dettaglio Usa era quella di utilizzare il prestigio di Young, tuttora uno dei leader neri più noti, per entrare in quelle città e in quei quartieri che ancora resistono alla sua conquista. Wal-Mart ha subito infatti una bruciante sconfitta a Inglewood, quartiere nero di Los Angeles, dove il 60% dei cittadini ha detto no all'arrivo dei «Big Box», i mega supermercati, e dove una recentissima ordinanza cittadina pone seri limiti e vincoli alla costruzione di nuovi supermercati. Analoghe battaglie si stanno conducendo nel Queens (New York) e a Chicago.
Andrew Young ha rilasciato giovedì una imbarazzante intervista al settimanale afro-americano Los Angeles Sentinel nella quale difendeva le strategie di Wal-Mart. In particolare ha detto che i piccoli negozi di quartiere è bene che chiudano perché i proprietari «sono gente che ha sempre fatto pagare di più i neri per vendergli pane raffermo, carne cattiva e verdure di seconda qualità. Penso che abbiano sfruttato abbastanza le nostre comunità. Prima erano gli ebrei, poi i coreani, e adesso gli arabi». Immediata reazione dei gruppi etnici accusati da Young, presa di distanze della stessa Wal-Mart e dimissioni inevitabili.
«È stata una dichiarazione demagogica - ha detto Young scusandosi - del genere contro cui ho combattuto tutta la mia vita». Soddisfazione per le dimissioni è stata espressa dalla coalizione «Los Angeles Alliance for a New Economy», che aveva criticato la collaborazione di Young con Wal-Mart.

L'episodio fa parte di una battaglia politica più vasta che coinvolge il colosso della distribuzione, rendendolo in qualche modo il simbolo più importante nel dibattito sulla politica interna statunitense. Young non è il solo leader nero a essersi schierato con Wal-Mart. John Mack, presidente della potente Urban League di Los Angeles ha fatto lo stesso, così come il pastore Al Sharpton. Il ragionamento di molti della vecchia leadership nera è che Wal-Mart crea comunque lavoro nei ghetti e propone prodotti di qualità decente a prezzi bassi in quartieri con scarso accesso a beni di consumo. In questo senso la descrizione della qualità dei negozi di quartiere fatta da Young non è impropria.
Il problema è che per tutta una nuova generazione di attivisti, neri, ispanici e bianchi, questo non basta più. Le paghe basse (sui 10 dollari all'ora), la discriminazione contro donne e minoranze, il clima di ferrea disciplina, la mancanza di copertura sanitaria, il divieto di attività sindacale a fronte di colossali profitti (11 miliardi di dollari l'anno scorso) vengono considerati non più tollerabili.
Ci sono gruppi militanti contro Wal-Mart come Wal-Mart Watch che hanno esordito con mezzi e visibilità limitata e che sono diventati in poco tempo forze influenti nel dibattito politico nazionale. Due giorni fa, un articolo del New York Times notava come la battaglia contro Wal-Mart sia ormai uno dei temi centrali della campagna del Partito Democratico per la riconquista del Congresso nelle elezioni di novembre. Contro il «gigante di Bentonville» si sono schierati quasi tutti gli aspiranti democratici alla nomination 2008, dal senatore del Delaware Joseph Biden all'ex-vice Kerry, John Edwards, al governatore del New Mexico Bill Richardson. Anche i «duellanti del Connecticut», Joe Lieberman e Ned Lamont sono apparsi a manifestazioni anti-Wal-Mart. Persino un moderato come il senatore dell'Indiana Evan Bayh ha parlato contro Wal-Mart dicendo che «l'azienda è diventata emblematica dell'ansietà che si sente nel Paese, e della pressione economica che sta subendo la classe media». E Hillary Clinton, concittadina del colosso dell'Arkansas ed ex-consigliera di amministrazione dello stesso, ha respinto al mittente una donazione di 5000 dollari, per protesta contro la mancanza di assistenza sanitaria per i dipendenti.

Questo sembra dunque un tema unificante per i democratici. Ed è in qualche modo sorprendente che lo sia un tema «populista» di attacco a una grande corporation, con la quale peraltro lo stesso marito di Hillary, Bill, mantiene tuttora ottimi rapporti. Segno che, in modo non certo unanime, i Democratici stanno pensando di capitalizzare elettoralmente su temi che intercettano la delusione della «middle class» per la congiuntura economica e le ansietà da globalizzazione, a fronte di un mondo «corporate» (dettaglio, petrolio, finanza) che gode di ottima salute e di lauti profitti. Su questo i Democratici stanno costruendo una sorta di «piattaforma informale» che prevede l'aumento del salario minimo di legge e un accesso più facile ai benefici sanitari e assicurativi. Come bersaglio politico, Wal-Mart è perciò quasi perfetto. È il più grande datore di lavoro degli Stati Uniti, con 1.3 milioni di dipendenti, è stato accusato a più riprese di violazioni di leggi sindacali, di discriminazione razziale e di genere, di distruzione dell'ambiente e di essere il cavallo di Troia delle importazioni cinesi verso gli Stati Uniti.
Wal-Mart ha solide radici, anche culturali, nel Sud rurale (dove i Democratici sanno comunque di non poter vincere) ed è un importante finanziatore del Partito Repubblicano, al quale vanno l'80% dei contributi elettorali dell'azienda. Contro l'attivismo democratico sono tempestivamente scesi in campo esponenti repubblicani. La tattica del Gop, qui come con il tema guerra, è quella di dipingere il partito rivale come ormai dominato dagli estremisti di sinistra e dai famigerati «radical bloggers». L'azienda stessa sta rispondendo alle critiche con una lettera a tutti i suoi dipendenti avvisandoli della campagna in corso e, in modo indiretto, dando loro indicazioni di voto.
«Wal-Mart non direbbe mai ai suoi dipendenti come votare - ha detto un portavoce dell'azienda - ma riteniamo che sia nostra responsabilità fargli sapere cosa dicono i politici della nostra azienda». Il vento però sembra stia cambiando e non certo in favore di Wal-Mart.

Si espande ma non conquista
Fuori dagli Usa, Wal-Mart ha 2670 punti vendita in 14 paesi, con più di 500mila dipendenti. Si tratta dunque di una vera «global corporation» che nel solo 2005 ha acquisito 545 nuovi negozi, soprattutto in Giappone e in Sud America. In Giappone è caduta nella galassia Wal-Mart la catena di negozi Seiyu (405 punti vendita), mentre in Brasile l'acquisizione più importante è stata quella della Sonae (140 punti vendita). Tuttavia la strategia di espansione globale del colosso di Bentonville non va avanti sempre senza ostacoli. È' di qualche giorno fa la notizia della ritirata cui Wal-Mart è stato costretto in due importanti mercati. In Germania Wal-Mart c'era dal 1998, con 95 ipermercati acquisiti da Wertkauf e da Interspar. Ma fin dall'inizio ha avuto problemi. Con i clienti, che vedevano con sospetto il «servizio all'americana», con l'omino che riempie i sacchetti alla cassa, convinti che questo si sarebbe riflettuto sui prezzi, che comunque Wal-Mart non è mai riuscito e tenere sostanzialmente più bassi della concorrenza. Ma i problemi ci sono stati soprattutto con i dipendenti. Duri scontri con il sindacato di categoria, rifiuto di partecipare alle contrattazioni collettive e l'istituzione di un numero verde attraverso il quale l'azienda incoraggiava i dipendenti a denunciare chi aveva relazioni sentimentali con altri colleghi, cosa vietatissima nel codice d'onore Wal-Mart. I negozi Wal-Mart non sono mai riusciti a decollare e avevano bilanci in rosso. Fino alla decisione, annunciata dieci giorni fa, di venderli a Metro. Un «flop» anche in Corea del Sud, dove nel maggio scorso Wal-Mart ha dovuto cedere i suoi 16 supermercati alla catena locale Shinsegae.

Le campagne anti Wal-Mart
Sono ormai una piccola galassia i gruppi che conducono campagne anti-Wal-Mart. Tra i più organizzati, Wal-Mart Watch (www.walmartwatch.org) creata nel 2005 da esponenti sindacali, esponenti universitari e dell'ambientalismo. Produce ottimi materiali di studio e di indagine e funziona da coordinamento e megafono per le iniziative di altri gruppi locali come la Los Angeles Alliance for a New Economy (http://laane.org) che ha condotto la battaglia contro wal-Mart ad Inglewood. Altro gruppo molto attivo è Wake Up Wal-Mart (www.wakwupwalmart.com) che dal 1 agosto per 35 giorni girerà l'America con un bus che toccherà 35 città per la campagna «Cambiamo Wal-Mart, cambiamo l'America». È questa l'iniziativa che ha maggiormente coinvolto gli esponenti politici democratici contro Wal-Mart. Lavora contro la corporation anche la American Indipendent Business Alliance.









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