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Addio alla Città?
Data di pubblicazione: 20.08.2006

Autore:

Un sostenitore britannico del "diritto allo sprawl", sulle orme di Bruegmann, con una prosa più divertente. Fa comunque riflettere su certe argomentazioni schematiche. Spiked, 4 aprile 2006

Titolo originale: Farewell to the city? – Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini


In una recente occasione allo Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra, mi è stato chiesto di parlare del “futuro delle città” [1]. Ho dovuto dire che era un po’ come se mi chiedessero di portare un contributo sul tema “La forza Vapore nel Ventunesimo Secolo” oppure “Il Patriarcato Domani”. La città, vedete, ha già superato la data di scadenza. Come modo di vita, di organizzare abitazioni e posti di lavoro, la città è superflua.
Per i cultori di Studi Urbani un’idea del genere sarebbe un anatema. Il loro santo patrono – il compianto Lewis Mumford – scrisse un libro intitolato La Città nella Storia. Forse sarebbe stato più preciso un “ La Città Fuori dalla Storia”. Le ricerche monomaniacali di Mumford esploravano le città attraverso le epoche. E, come diceva Buckminster Fuller, un uomo col martello trova un mondo pieno di chiodi. Mumford organizzò il suo materiale a sostenere la tesi che essa è sempre stata tra noi, solo cambiando forma, dalle necropoli originarie attraverso l’antica città di Ur, le città-stato della Grecia, la città del Rinascimento, la Cotonopoli del XIX secolo, e così via.
Al minimo, il lavoro di Mumford aveva un senso: la gente vive in relativa prossimità sin da quando si è iniziata l’agricoltura. Ma assimilare tutte queste incredibilmente diverse forme di associazione sotto l’etichetta di “città” rende il termine tanto astratto da non dirci nulla.
La protetta di Mumford, Jane Jacobs, l’aveva ben valutato dicendo che alla fin fine non gli piacevano davvero le città. Intendeva, non gli piaceva la complessità reale delle relazioni che costituiscono i quartieri, gli aspetti “sporchi” della vita urbana. Ma poi la anche la Jacobs contribuì a seminare confusione. Santificò l’idea della vita comunitaria di quartiere, una sorta di visione di Sesame Street, che in realtà derivava dalla vita bohemien del Greenwich Village degli anni ‘50.
L’idealizzazione della Jacobs del piccolo quartiere urbano non era solo osservazione: conteneva un messaggio, un’indicazione. Il messaggio era che i sobborghi in corso di realizzazione da parte dei pianificatori, in particolare di Robert Moses, erano masse senza anima. La causa della Jacobs contro il suburbio ha avuto una seconda manifestazione nelle teorie dei cosiddetti New Urbanists. In Gran Bretagna, Herbert Girardet – che ha influenzato la Urban Task Force di Sir Richard Rogers – è stato paladino della “città sostenibile” (ho trattato altrove le argomentazioni ambientaliste di Herbert Girardet [2]). Voleva dire che l’abitare urbano ad alta densità può ridurre la pressione sull’ambiente.

Nelle mani di Lord Rogers of Riverside, il New Urbanism è stato plasmato in una grande strategia per “costruire verso l’alto, non verso il fuori”. La Green Belt irrigidita per salvare la campagna dai progettisti, e il degrado urbano a lasciare il posto ad un rinascimento Café Society sul modello di Barcellona. Le prescrizioni di Rogers hanno trovato un’eco nella gentrification dei centri urbani, come a Hoxton, Londra, o nei nuovi interventi lungo i canali comparsi in tante grandi città. Gli scrittori Iain Sinclair e Peter Ackroyd hanno sviluppato una romantica letteratura dei luoghi adeguata al tempo, che ho chiamato Londonostalgia: vale a dire, una nostalgia per l’ambiente urbano “estremo”, anziché nostalgia per i paesaggi evocativi [3].
Più problematico, il fatto che la nuova amministrazione laburista, non volendo resuscitare le politiche abitative municipali Old Labour, non abbia pensato con cosa sostituirle, lasciandole al nuovo amico Lord Rogers. Le conseguenze sono state semplicemente ingestibili. Sotto la sua influenza, le amministrazioni locali hanno limitato i nuovi interventi, a favore di piccoli, congestionati complessi sviluppati in altezza, stipati dentro piccolo lotti liberi. Il risultato finale di tutto ciò, e il motivo per cui Rogers alla fine ha litigato col Labour Party, è una spettacolare carenza di abitazioni rispetto alla domanda, che si aggiunge alla spirale in ascesa dei prezzi delle case. Come mi ha reso chiaro il ministro New Labour David Miliband, l’attuale problema è di vedere costruite le casa anziché di salvare la Green Belt[4].
Il fallimento delle politiche della Urban Task Force era prevedibile: e previsto [5]. Al meglio, la tendenza in cui si identificava Rogers (seguendo la Jacobs) era controcorrente rispetto al movimento principale per quanto riguarda gli insediamenti umani. Al peggio, era un isterico negare le evidenti trasformazioni in corso.
I fatti sono questi: solo il 9% dei britannici vive nel nucleo centrale delle città; ben il 43% abita nei sobborghi. Il movimento iniziato negli anni ’20 ha rallentato o accelerato in vari momenti, ma non si è mai invertito. La suburbanizzazione, o più precisamente l’abitare disperso, è il futuro. L’urbanizzazione è il passato (per una difesa della suburbanizzazione, si veda il nuovo libro di Robert Bruegmann, Sprawl: A Compact History).
Richard Rogers, Jane Jacobs, Herbert Girardet, il sindaco di Londra Ken Livingstone e Max Hastings del Council for the Protection of Rural England, tutti condannano: ma il fatto resta.
Naturalmente è vero che alcuni benestanti yuppies e dinkies sono tornati a riconquistare le aree centrali dai disoccupati, dagli immigrati del Bangladesh e dell’India Occidentale negli anni ‘90. Ma era solo un rivolo che si muoveva contro il grande torrente di popolo che scorreva fuori dalla città, quello che l’ex consulente del Numero 10 di Downing Street, Geoff Mulgan, chiamava “cascata antiurbana”, “dalle zone urbane al suburbio, dal suburbio alle fasce esterne, dalle fasce alle aree rurali”.


Cosa spinge la cascata antiurbana?

Il miglior modo di capirlo, è quello di porsi la domanda al contrario: come accade, prima di tutto, che la Gran Bretagna fosse divisa fra città e campagna? Una questione che ha preoccupato la cultura radicale per generazioni. Sin da quando Karl Marx e Friedrich Engels scrissero il Manifesto dei Comunisti, l’obiettivo di superare l’antagonismo città-campagna ha caratterizzato qualunque programma militante socialista, si trattasse di Leon Trotsky o di William Morris.
I marxisti individuavano la divisione fra città e campagna come problema, per ottimi motivi. L’espulsione dei contadini dalle terre era stato l’impulso originario ala creazione di una classe senza proprietà, di schiavi del salario. Separati con la forza dai mezzi di sussistenza, dai processi di enclosure in Inghilterra, dai disboscamenti in Scozia, non avevano altra scelta se non lavorare negli impianti di Gradgrind. Come documentato a suo tempo da EP Thompson, ci vollero molti decenni di lotte per minare alle basi i diritti consuetudinari all’uso comune delle terre [6].
Difendendo il proprio monopolio sulla terra, le élites non si limitavano a rivendicare il territorio. Difendevano le relazioni sociali che dividevano schiavi del salario senza proprietà, e proprietari datori di lavoro. Ecco perché le grandi tenute, le leggi sul passaggio e le Green Belts sono stati una caratteristica tanto marcata della vita britannica. Ecco anche perché la classe di possidenti terrieri ha continuato a chiedere il rispetto dell’ élite industriale anche molto dopo che aveva smesso di dare un contributo alla ricchezza nazionale. Era la funzione politica, di tenere lontani i commoners dalle terre, il loro vero contributo al capitalismo britannico.
Da vero vittoriano, Karl Marx preferiva la città alla campagna. Detestava istintivamente lo “idiotismo della vita rustica” e la sua romanticizzazione. Il “culto della natura” pensava, “è riuscito a superare per quanto è reazionario anche la Cristianità” [7]. Ma ad una riflessione approfondita, Marx non si limitava a ribaltare il discorso romantico, prendendo le parti della città contro la campagna. Voleva superare la contrapposizione dell’una rispetto all’altra. Anche Trotsky, aspettava il giorno in cui poter “spazzar via la frontiera fra città e campagna”, con la città ad assorbire “dentro di sé i vantaggi della campagna (spazio, verde) e la campagna ad arricchirsi dei vantaggi della città (strade pavimentate, luce elettrica, impianti per l’acqua potabile, fognature)” [8]. Tragicamente, Trotsky perse nel dibattito sul futuro della Russia con Stalin, che salì al potere esacerbando il conflitto fra la popolazione rurale e i lavoratori urbani.
Le prospettive di superamento della contrapposizione città-campagna sembravano migliori nell’Occidente, più sviluppato, e attraverso il romanziere utopico John Bellamy e il riformatore municipale Ebenezer Howard questo obiettivo socialista informò la politica dei nuovi villaggi giardino. Il piano di Howard per il suo villaggio giardino fu a grandi linee il modello per i nuovi suburbi cresciuti fra gli anni ’20 e i ‘50. Ma se la suburbanizzazione vedeva una crescita delle abitazioni nella campagna, prima per i ceti medi e più tardi per le classi lavoratrici, il suo idealismo fu gravemente appannato dalla reazione contro l’odiata “ edificazione a nastro”.
Durante la recessione del periodo tra le due guerre, e la ricostruzione postbellica, i ceti operai colsero ogni occasione per allontanarsi dalle città fuligginose e ripristinare il proprio diritto sulla campagna che i ceti terrieri avevano avocato a sé. Benny Rothman, comunista di Manchester, guidò un’occupazione di massa a Kinder Scout nel 1932. Famiglie dallo East End di Londra iniziarono a vivere in baracche da vacanza che si costruivano a Pitsea, così che “alla fine della seconda Guerra mondiale c’era una popolazione stabile di circa 25.000 persone, su 100 km di strade campestri sterrate, la maggior parte senza fognature e impianti esterni per l’acqua da bere”. Nel 1949 fu decisa la new town: Basildon [9].
Ma era l’edificazione a nastro, che convinse le autorità a sostituire il vecchio monopolio aristocratico sulla terra con uno di imposizione statale. In vece delle tenute, prima il Greater London Council (1938) e poi il ministro della casa Tory Duncan Sandys (1955) crearono le Green Belts per limitare il traboccamento delle città nella campagna. Vennero istituiti grandi “parchi nazionali” e “fondi nazionali” come sedicente alternative democratica alle tenute: ma il oro scopo essenziale era il medesimo: tenere la gente lontana dalla terra; mantenere, artificialmente, la divisione fra città e campagna.


La fine della divisione fra città e campagna

I socialisti vedevano la fine della contrapposizione città-campagna come conseguenza dell’abolizione del capitalismo. Ma questa opportunità si chiuse con gli anni ‘80. E pure l’espressione geografica della proletarizzazione ha perso gran parte della propria razionalità tecnica.
Se il monopolio fondamentale sulla terra persiste, le trasformazioni tecnologiche hanno minato alle basi le ragioni della divisione fra città e campagna. Ce ne sono due. La prima è la continua evoluzione della produttività agricola, che ha reso sempre meno necessario mantenere tanta parte della Gran Bretagna destinata al pascolo e all’arativo. La seconda è la rivoluzione dei trasporti che ha fatto aumentare di decennio in decennio le distanze percorribili quotidianamente per pendolarismo dalle persone.
L’incremento dei raccolti ha reso superflue molte delle terre agricole britanniche. Non è poca cosa, visto che ci sono ben tre quarti del paese destinati all’agricoltura. Ora i coltivatori abbandonano l’attività, e cercano di liberarsi delle proprie terre. Le rivelatrici statistiche diffuse dal governo sulla scia della crisi della malattia del bestiame foot and mouth nel 2001 dicono che anche nelle campagne vere e proprie, l’agricoltura non è la fonte principale di ricchezza (in realtà, anche nelle zone più rurali, l’occupazione agricola conta solo per un quinto del totale: si veda State of the Countryside, pubblicato dalla Countryside Agency, p. 89). Il vuoto lasciato dalle terre inutilizzate è un potente attrattore di nuovi insediamenti.
Allo stesso tempo il modo in cui le persone si spostano rende più facile vivere distanti dal posto di lavoro. La quantità di tempo passata nei viaggi casa lavoro è sorprendentemente stabile, circa la stessa degli anni ‘50. Ma nel corso degli stessi 50 anni le distanze percorse nello stesso tempo sono aumentate di sei volte, da 8 a48 chilometri ai giorno [10]. E la rivoluzione dei trasporti non si sta certo arrestando. Fra il 1991 e il 2001 la quota di popolazione che non accede alla proprietà dell’auto è caduta dal 20% al 12%.
Terre lasciate libere dall’agricoltura, ipermobilità: sono cambiamenti che stanno rivoluzionando il modo di abitare. Lungi dal portare la popolazione verso città dense – si tratta di una soluzione scelta solo da minoranze – le tendenza principale è verso il suburbio, e l’esurbio.

Oggi non esiste Londra, in quanto tale. La città ha perso qualunque definizione, coi margini esterni che si confondono con le città dormitorio circostanti. Un secolo fa Ford Madox Ford immaginava una Londra larga 150 chilometri, da Oxford a ovest, fino a Cambridge a est, Brighton a sud. “È un cambiamento in corso” scriveva “deve avvenire: tutto il sud-est britannico è semplicemente Londra” [11]. Nella sua proiezione fantascientifica, Ford immagina una monorotaia continua che porta da Oxford a Londra in mezz’ora. Oggi, il treno veloce per Londra ci impiega un’ora, quindi siamo a metà strada. Nel loro atlante riassuntivo del censimento 2001, People and Places, Daniel Dorling e Bethan Thomas ossevano che “la metropolis della Grande Londra … ora si estende a tutta l’Inghilterra meridionale”, “da Gainsborough a nord a Penzance nell’ovest” [12].
I Londonostalgici evitano la conclusione ovvia: non esiste più la città di Londra, ma una conurbazione con 150 km di raggio. Non la campagna ricoperta di cemento, ma la città liberamente intrecciata agli spazi verdi (date un’occhiata a Google Earth qualche volta: le verdi e piacevoli terre d’Inghilterra non sono in pericolo). Istintivamente, i radicali resistono alla conclusione. Ricordano quanto hanno lottato i Tories per frustrare un’autorità di tutto il territorio di Londra, evocando slogan reazionari di una Londra di villaggi. Ma oggi, ci vuole tutta a negare il fatto che Londra si sia disaggregata. Southall fa parte della stessa città di Walthamstow, o di Camberwell? Il centro di Londra fa parte di Londra, oppure è uno spazio turistico a servizio dell’Europa? E non si fa prima a andare a Brighton che a Forest Gate?
Non ha senso lamentare la fine della comunità londinese. La vicinanza fisica non è mai stata comunque la vera base comunitaria. I sostenitori del new urbanism parlano di “cosmopolitanismo” ma è una parla che non capiscono. Quando Diogene coniò il termine, duemilacinquecento anni fa, non voleva decantare la vita della città, ma biasimarla. Era la risposta ai dignitari di città che avevano esiliato suo padre. Non andava lì la sua lealtà, diceva, ma al mondo: “sono cittadino del mondo”, “ Kosmopolites eimi”.
Il modo in cui le persone si relazionano l’una con l’altra ha poco a che vedere con l’organizzazione delle case, ma con le attività in cui si impegnano. Chi mai cerca la compagnia dei vicini? Molto più probabilmente si trascorrerà il tempo sociale coi colleghi di lavoro, o gli amici appassionati di qualche attività culturale, o altri collaboratori, entro reti su base volontaria, non dettate dalla geografia. Al giorno d’oggi, molto di quel tempo sarà mediato da telefoni cellulari e posta elettronica tanto quanto dagli incontri faccia a faccia.

Naturalmente, sarebbe un errore prescrivere l’abitare disperso, proprio come lo è stato prescrivere la vita ad alta densità. Come obiettivo politico, dobbiamo mirare alla massima libertà nella scelta di dove e come vivere. Per i giovani, le città avranno molta più attrattiva. Le coppie con figli potranno trovare più benefici nel suburbio, o nei centri dormitorio. Se lavorate nei media, un sobborgo interno di Londra ha senso, se non altro per la paranoia di perdersi una storia. O se siete nel settore dei computer, perché non scegliere una di quelle nuove cittadine in fila verso Cambridge? Ma dal punto di vista sociologico, la tendenza media è in una sola direzione, ovvero verso un abitare più disperso, la medesima da 50 anni a questa parte.
Per i “ New Urbanists” o i Londonostalgici, la dissoluzione dei nostri centri urbani è una conclusione triste. Ma ne traggono in gran parte le medesime conseguenze. L’autore di London Orbital Iain Sinclair si è trasferito ad Hastings. Sir Crispin Tickell della Urban Task Force abita I una fattoria del Somerset. Lord Rogers vive a Londra, manon in una situazione tanto densa: possiede due terrace houses georgiane saldate insieme, Chelsea. Anche Jane Jacobs si è trasferita fuori dal Greenwich Villane, in quel grande suburbio Americano che è il Canada.
Ma cosa c’è di cui avere nostalgia? La divisione della Gran Bretagna fra città e campagne ha servitor i propri scopi, nel bene e nel male. Era già superflua all’inizio del XX secolo, quando i britannici abbandonarono la coltivazione per dedicarsi a far soldi, comprando prodotti agricoli dalla Nuova Zelanda o altre colonie. Allora la gente votò “coi piedi”, di riconquistare le campagne a colpi di vagabondaggi e chalet. Solo la reazione politica della guerra mondiale fece tornare le campagne all’agricoltura, nella paranoia generale per la sicurezza alimentare. Solo la politica nevrotica delle Green Belt di Duncan Sandys bloccò la dispersione all’ingrosso della popolazione prigioniera in città industriali del diciannovesimo secolo.
Ma nel tempo la tendenza si è riassestata. I demografi Daniel Dorling e Bethan Thomas sottolineano come fuori Londra tutte le grandi città stiano perdendo popolazione, e che “la popolazione della Gran Bretagna si sta lentamente muovendo verso sud”. Può non essere esattamente quello che si immaginava Karl Marx, ma la caduta del confine fra città e campagna è una liberazione, non una perdita.

Nota: si veda almeno la mia recensione del saggio di Bruegmann, con vari altri links (f.b.)

here English version

[1]Dibattito: "The Nature and Future of Cities", Rising East, gennaio 2006 http://www.uel.ac.uk/risingeast/currentissue/debate/bell.htm

[2] Herbert Girardet and the plastic concept of sustainability, Rising East, gennaio 2006 http://www.uel.ac.uk/risingeast/currentissue/academic/heartfield.htm

[3]Blueprint, settembre 2004 http://www.design4design.com/articles/articles_story.asp?STORYID=5765

[4]'People, not architects, make Communities' intervista a David Miliband, AD, febbraio 2006

[5]'Il New Labour si è cacciato in uno scontro tra elevati ideali di villaggi urbani e campagna intatta da un lato, e la realtà delle scelte della gente sul dove abitare dall'altra'. James Heartfield, "Town and Country in Perspective", Sustaining Architecture in the Anti-Machine Age, 2001, p 150

[6]Si veda Thompson, Whigs, Hunters, "Pantheon, 1976 or Customs in Common", Merlin, 1991

[7]In Alfred Schmidt, The Concept of Nature in Marx, New Left Books, p 131

[8]Problems of Everyday Life, New York, 1973, p. 238-9

[9]Peter Hall, Colin Ward, SociableCities: the legacy of Ebenezer Howard, John Wiley, Chichester, 1998, p.76

[10]John Adams, Hypermobility, Royal Society of Arts lecture 21 novembre 2001

[11]Ford Madox Ford, con lo spseudonimo di Madox Huefor, "The Future of London", in appendice a W.W. Hutchings, LondonTown: Past and Present, Volume II, Cassell, 1909

[12]People and Places: A 2001 Census Atlas of the UK, Bristol, The Policy Press, 2004, p 7, 183









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