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Da Dubai il grido di dolore dei lavoratori asiatici senza diritti
Data di pubblicazione: 18.08.2006

Autore:

Negli Emirati Arabi inizia ad emergere almeno in parte l'enorme abisso fra la ricchezza visibile e gli invisibili che la producono. The New York Times, 26 marzo 2006

Titolo originale: In Dubai, an Outcry From Asians for Workplace Rights – Traduzione per eddyburg_Mall di Fabrizio Bottini

DUBAI, Emirati Arabi Uniti, 25 marzo – Per Rajee Kumaran, questa era la città dei sogni.
Le torri luccicanti, spiagge idilliache e apparentemente possibilità senza limiti brillavano dalle pagine degli opuscoli e nelle storie dei lavoratori che tornavano a casa nella sua nativa Kerala, India. Ma dopo cinque anni qui, a sopravvivere in condizioni squallide arrivando a malapena alla fine del mese con meno di 200 dollari di salario, Kumaran, 28 anni, racconta che il suo sogno si è appannato da tempo.
"Pensavo che questa fosse la terra delle occasioni, ma sono stato preso in giro" mi racconta giovedì, mentre sta insieme ad altri lavoratori edili fuori dal loro campo nel deserto ai margini della città.
Quando centinaia di operai infuriati per i bassi salari e il trattamento si sono ribellati martedì sera nel cantiere di quello che deve diventare il grattacielo più alto del mondo, non stavano solo esprimendo la crescente frustrazione degli immigranti asiatici, ma davano anche il primo segnale di una forza lavoro sempre più organizzata.
Lontano dalle alte torri e alberghi di lusso che sono l’emblema di Dubai, I lavoratori che trasformano questa striscia di deserto in una moderna metropoli vivono in un mondo dickensiano fatto di campi di baracche affollati, paghe basse e disperazione crescente.
Per anni, operai come Kumaran hanno fatto di tutto per arrivare qui, spesso pagando migliaia di dollari a reclutatori senza scrupoli per l’occasione di lavorare in uno delle centinaia di cantieri degli emirati.
Su un milione e mezzo di residenti a Dubai, un milione sono immigrati venuti qui a lavorare in qualche cosa, la quantità maggiore nelle costruzioni, dice Hadi Ghaemi, ricercatore dello Human Rights Watch che si occupa di Emirati Arabi Uniti, citando dati governativi. La gran maggioranza degli immigrati proviene dal subcontinente indiano e dalle Filippine.
Con il costo della vita in aumento, molti hanno abbandonato il sogno di tornare a casa con una fortuna. I campi degli operai edili, in particolare, sono stati collocati anche più lontano nel deserto. Ciò aggiunge una o due ore solo per arrivare al lavoro ogni mattina, oltre ai turni di 12 ore.

Sempre di più, in alternativa al tornare a casa a tasche vuote scelgono il suicidio: l’anno scorso a Dubai l’hanno fatto 84 persone dal sud Asia, secondo il consolato indiano, contro le 70 del 2004.
Kumaran, che guadagna 550 dirham al mese, ovvero 150 dollari, come operaio, manda a casa quasi la metà di quanto prende e vive con l’equivalente di circa 60 dollari al mese. È quanto basta a malapena per comprarsi da mangiare, le sigarette, e usare il telefono cellulare di quando in quando. Ma non sa come ripagherà il prestito che ha contratto per venire qui.
"Se fossi restato in India a lavorare così, avrei potuto guadagnare la stessa somma" dice. "E non avrei avuto bisogno del prestito per andarci".
Dallo scorso settembre, quando 800 lavoratori hanno organizzato una protesta marciando lungo la strada principale nel cuore della città e suscitando un dibattito nazionale sul trattamento degli operai immigrati, si sono tenuti almeno otto grossi scioperi per rivendicare diritti e stipendi, che in qualche caso non vengono pagati.
Ma l’azione di massa di martedì è stata la più significativa del genere. Centinaia di lavoratori impegnati nel grattacielo Burj Dubai hanno messo in fuga la guardie della sicurezza e fatto irruzione negli uffici, sfasciando computer, sparpagliando documenti, danneggiando automobili e macchinari per l’edilizia. Quando sono tornati il giorno successivo, chiedendo paghe e condizioni di lavoro migliori, anche migliaia di lavoratori impegnati nella costruzione del terminal aeroportuale dall’altra parte della città hanno deposto gli arnesi, unendosi alla domanda di migliori condizioni. Il lavoro è rimasto sospeso anche mercoledì, sin quando non si è negoziato un accordo.
"É stato un momento di svolta per quanto riguarda il coordinamento e l’organizzazione" dice Ghaemi. "Era cominciato con un numero maggiore di scioperi, e ora si è evoluto in attività molto coordinate e organizzate. Se non si risponde a queste proteste rapidamente da parte del governo, di sicuro si inizierà a danneggiare la crescita economica del paese".
I lavoratori hanno pochi diritti. Responsabili dei visti e datori di lavoro normalmente confiscano i passaporti e i permessi di soggiorno al momento della firma del contratto, limitando la libertà di movimento e le possibilità di riferire abusi.

La gran parte versa denaro ai reclutatori per ottenere un lavoro, una pratica che il governo degli Emirati ha tentato di interrompere. Una volta arrivati qui, pochi possono lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro, che possono così impedire che lavorino altrove, in caso di dimissioni o licenziamento.
Il sindacato è fuori legge, e la maggior parte dei lavoratori non hanno altra possibilità al di fuori del Ministero del Lavoro.
Il mancato pagamento degli stipendi è l’abuso più comune, con le compagnie che aspettano a versarli il corrispondente pagamento del committente. Nei casi peggiori, si è aspettato anche 10 mesi e più, solo per perdere l’intero salario quando le compagnie fallivano, lasciando uomini senza nulla e privi di scelta.
Il Ministero del Lavoro degli Emirati ha tentato di affrontare il problema nei mesi recenti, introducendo alcune modifiche che consentono di cambiare lavoro più facilmente e imponendo rigide sanzioni a chi non versa le paghe.
I lavoratori possono chiamare un numero verde al ministero per esporre le proprie lamentele, su cui si apre un’indagine. E gli ispettori ministeriali vanno nei cantieri a verificare.
"Sosteniamo i lavoratori e vogliamo tutelare i loro diritti, ma dobbiamo tutelare anche I diritti dei datori di lavoro" dice Ali al-Kaabi, ministro del lavoro degli Emirati. "Sin quando questi tre fattori sono rispettati, i lavoratori non hanno motivo di protestare. Se hanno lamentele, devono parlare con un supervisore, che riferisce la ministero. Se poi non si interviene, allora hanno diritto alla protesta".
Ma la sola quantità di operai che si è riversata nel paese negli ultimi due anni, e i personale insufficiente al ministero, hanno fatto sì che i problemi sfuggissero di mano, come dicono alcuni funzionari ed esponenti dei diritti civili.
Ci sono solo 80 ispettori governativi a sovrintendere circa 200.000 imprese e alter attività che impiegano lavoratori migranti, racconta Ghaemi, citando dati ufficiali. Gli ispettori visitano anche I campi: sui 36 verificati da maggio a dicembre lo scorso anno, il ministero ne ha classificati 27 molto al di sotto dei criteri governativi.
"C’è un tale boom e bisogno di operai qui, che il governo non riesce a prendere misure adeguate" sostiene B. S. Mubarak, responsabile per lavoro e previdenza al Consolato Generale dell’India a Dubai. "Né noi né il ministero riusciamo a seguire questo numero crescente di lavoratori e problemi".

Mentre sale sull’autobus diretto al cantiere, come fa ogni mattina escluso il venerdì, Kumaran racconta di guardare con una certa tristezza allo scintillante skyline delle torri di Dubai.
"Vorrei che i ricchi capissero chi le sta costruendo, queste torri" dice Kumaran fra i suoi colleghi di lavoro. "Vorrei che venissero a vedere quant’è triste questa vita".

Nota: il caso di Dubai è già stato trattato su queste pagine, e per i problemi dei lavoratori in particolare dall'articolo di Mike Davis (f.b.)


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