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La traversata del deserto
Data di pubblicazione: 14.12.2010

Carta
non è più in edicola senza fondi per l’editoria. Proseguirà con il rilancio della versione online, alla quale eddyburg continuerà a collaborare

«Il numero di Carta del 22 Ottobre è l’ultimo ad andare in edicola. Almeno per ora. Non avremmo voluto dirvelo così né dirvelo adesso. Perché non avrebbe dovuto essere così, tantomeno ora. Come abbiamo scritto la scorsa settimana, però, nella traversata del deserto che abbiamo iniziato, non tutto dipende dall’ottimismo della nostra volontà.

Abbiamo resistito finora, faticosamente e grazie al vostro incoraggiamento, perché speravamo che nella Legge di stabilità, quella che una volta con meno ipocrisia si chiamava Finanziaria, potessero rientrare dalla porta i finanziamenti all’editoria che Giulio «Mani di forbice» Tremonti ha fatto uscire dalla finestra. I fondi non ci sono, anzi, quelli che ci sono, sono drammaticamente inadeguati. Una beffa, oltre che un danno immediato e concreto. I fondi che il governo ha deciso di lasciare all’editoria, peraltro, non sono legati al diritto soggettivo che – come ormai sapete perché lo abbiamo scritto tante volte – consentirebbe di scontare in banca l’anticipo sui fondi e dunque avere la liquidità necessaria a rimettere in moto la nostra cooperativa, che ha già fatto e continua a fare grossi sacrifici, come aspettare lo stipendio da marzo.

«Sappiamo che tanto il diritto quanto i fondi potrebbero tornare in ballo nel famigerato «decreto milleproroghe» che il governo manderà alle camere in dicembre. Doveva essere così anche l’anno scorso, e non è stato. Non possiamo aspettare dicembre, non abbiamo più soldi nemmeno per stampare. Per cui abbiamo deciso di fare un gesto che, per noi, è drammatico: ritirarci dalle edicole. È una decisione imposta ed è drammatica perché per noi l’edicola è sempre stata un modo per segnalare, concretamente, la nostra sfida al mercato editoriale, distorto e concentrato quant’altri mai.

«Ci ritiriamo dalle edicole, ma gli abbonati continueranno a ricevere un settimanale almeno fino alla fine dell’anno. Vogliamo farlo per lealtà nei loro confronti, anche se il settimanale non sarà il Carta che avete conosciuto finora, e dobbiamo farlo per rientrare nei parametri della legge sui finanziamenti all’editoria e puntare a prendere anche il credito che abbiamo maturato nel corso del 2010. Sarebbe irresponsabile se non lo facessimo, nonostante gli ulteriori sacrifici che ciò comporterà. Messo al sicuro il credito del 2010, quel che accadrà nel 2011 è tutto da vedere. Al meglio, cade il governo e una nuova maggioranza ripristina il diritto soggettivo, cioè ci restituisce l’ossigeno per un minimo di programmazione aziendale e la lucidità per immaginare un progetto editoriale adeguato al nuovo contesto sociale, politico e tecnologico. Al peggio, la traversata del deserto durerà per un anno, fino a quando, a fine 2011, sapremo quanti soldi dobbiamo incassare dal 2010. E saremo in grado di articolare un nuovo progetto.

«Non staremo fermi, in questa traversata. Per due motivi: abbiamo intenzione di ricostruire uno spazio di comunicazione e politico a partire dal web. Siamo consapevoli che il web, in Italia, e specialmente per l’informazione indipendente, è molto indietro rispetto agli exploit statunitensi e agli investimenti che alcuni grandi gruppi stanno facendo. Tuttavia, ci sembra essenziale continuare a tenere vivo un esempio di comunicazione non allineata al mercato e provare anzi a lanciare nuove sfide, all’altezza dei tempi e della fame di una narrazione diversa da quella dominante, sia per i temi sia per le forme, sganciate dal modello di informazione ereditato dall’epoca precedente.
Questa fame per noi è tangibile. Lo si è visto anche a piazza San Giovanni, il 16 ottobre, quando il nostro stand è stato affollato per molte ore dalle domande dei lettori e dagli “in bocca al lupo”. Lo si è visto nell’assemblea alla Sapienza, il giorno dopo, quando ci siamo resi conto che il “disgelo” tra movimenti e organizzazioni sociali di cui abbiamo parlato quasi un mese fa sta effettivamente procedendo. Questo cammino ci porterà fino a Genova nel luglio del 2011, dieci anni dopo le giornate in cui questo giornale ha camminato pericolosamente insieme a centinaia di migliaia di persone. È il secondo motivo per cui non staremo fermi, in mezzo al deserto.

«C’è un’aria strana, in Italia, in queste ultime settimane. La politica istituzionale agonizza come poche volte nella storia recente del paese; la crisi sociale è diventata evidente anche a chi ha cercato in ogni modo di negarla o di imbavagliarne le espressioni. Eppure la ricomposizione di una qualche ipotesi di civiltà alternativa al berlusconismo in tutte le sue forme, anche quelle “di sinistra”, sembra ridursi, ancora una volta, a sommatorie di partiti, ragionamenti astratti di alleanze parlamentari, leader senza progetti e progetti senza leader. Questa è l’immagine che viene fuori, se si rimanesse al racconto del paese che fanno i media “mainstream”. C’è molto di più, in realtà, da raccontare e da far emergere. E invece i luoghi di comunicazione che hanno fatto di questo racconto la loro ragion d’essere diventano sempre meno sicuri della propria esistenza. Vale per noi, come per il manifesto, Liberazione e le decine di testate che saranno colpite duramente dai tagli del governo.

«La legge che aveva istituito il finanziamento pubblico per l’editoria nasceva da una considerazione alta: il pluralismo dell’informazione e delle idee è una cosa troppo seria per lasciarla al mercato. Il mercato, lo sappiamo bene, è ben lontano dall’essere il luogo idealizzato dagli economisti. Nella comunicazione, in Italia, oggi, è in corso una partita a scacchi il cui risultato sarà, nel giro di un paio d’anni o poco più – salvo novità eclatanti – riprorre l’oligopolio che esiste in tv anche nella carta stampata [e possibilmente perfino sul web, almeno per i grandi numeri]. Questo discorso non trova asilo né sulle pagine né nelle trasmissioni di chi si sente portatore unico del valore della libertà di espressione. È facile disegnare i confini e i rischi di questo oligopolio. Basta prendere, per esempio, gli editoriali della «grande» stampa il giorno dopo il referendum a Pomigliano d’Arco. Nessuno tra i giornali che «fanno» l’opinione pubblica ha scritto qualcosa a favore della Fiom e degli operai di Pomigliano. Le voci che li hanno difesi e hanno difeso il valore costituente di quella resistenza al ricatto della Fiat erano tutte altrove, in quella stampa che allo stato delle cose, rischia, nel giro di pochi mesi, di non essere più a disposizione di chi volesse sentire un’idea diversa.
Né bastano, secondo noi, gli sfoghi di poche trasmissioni televisive che cercano di fare uno sforzo di sincerità. La cornice del discorso non viene messa in discussione e a confrontarsi sono sempre le stesse facce, gli stessi nomi, le stesse idee. Da quasi vent’anni. Tutto quel che di nuovo accade in Italia, dalle mobilitazioni dei migranti alle reti di consumi a basso impatto ambientale, dalle lotte contro le grandi opere alle forme di autorganizzazione del lavoro e della vita, rimane al di sotto del radar dell’informazione bipartisan.

«Sarà vieppiù così, se, passata questa fase di arsura, non troveremo il modo di rilanciare un progetto di comunicazione capace di creare discorso e – cosa forse più difficile – di darsi la possibilità economica di esistere. C’è in questo un ritardo culturale in Italia. La stampa indipendente è percepita come utile fin quando la grande stampa non si preoccupa od occupa di un fenomeno. Facciamo i pesci pilota. Un ruolo per certi versi esaltante, specialmente quando ci si addentra in acque sconosciute. Ed è bello «mettersi a disposizione» di una storia, una lotta, un’esperienza che ha voglia di raccontarsi ma non trova luoghi dove farlo. È bello come giornalisti e come parte della società in movimento che, per noi, è il migliore futuro possibile per questo paese malandato. Non c’è, però, nella comunicazione, un investimento costante da parte delle società in movimento. Certamente dipende anche dagli errori che abbiamo fatto in passato, da una scarsa attenzione alle relazioni, dalla tendenza a essere, innanzi tutto con noi stessi, rassicuranti. Dipende anche, però, da una percezione diffusa: che, in qualche modo, la stampa indipendente continuerà a esserci – in altre forme magari – o che, data l’era digitale, non serva più avere dei “professionisti” del racconto.

«Non è così, purtroppo. Anche la possibilità di comunicare senza subire i ricatti degli inserzionisti pubblicitari, dei padroni o dei referenti politici è un diritto da difendere e riconquistare ogni giorno, ogni settimana. Perché l’esistenza non è garantita e la mancanza di quello spazio si sentirà quando sarà più necessario, individualmente e collettivamente. Dopo infinite discussioni, conteggi e riconteggi, proiezioni di costi e riunioni infinite, non ci resta che fare i pesci-pilota ancora una volta. Saremo i primi a uscire dalle edicole, a rendere visibile il silenzio, un vuoto che sarà riempito dall’ennesimo calendario con la bellona del momento, dall’ennesimo gadget che con l’informazione non c’entra nulla, dall’ennesima eccezionale collezione di minerali o santini.

«Abbiamo cercato e cercheremo ancora in futuro di creare un diverso tipo di giornalismo. Un “congiornalismo” che fosse immerso nei fenomeni di cui parla, rompendo la finzione della giusta distanza, necessaria a vedere, misurare, giudicare, guidare. Abbiamo cercato di farlo perché un giornalismo che ha abolito la distanza esiste già, in Italia, ed è quello embedded nei meccanismi del potere. Ne ha mutuato abitudini, stili, idiosincrasie, linguaggi, paure. È talmente vicino da confodersi con il potere su cui dovrebbe vigilare in nome e per conto dei cittadini. Confusamente, questa malattia degenerativa di gran parte dell’informazione italiana è percepita da tutti noi, cittadini, lettori e spettatori prima di essere altro. Lo si può vedere nel calo delle copie dei giornali, per esempio. O in quella sensazione di straniamento che si prova quando si legge, si ascolta o si vede un paese alieno a ciò che troviamo fuori dal portone di casa.

«Vogliamo ripartire da questo spaesamento, dalla percezione di un caos che sembra avere in sé i semi di un altro ordine. Come e quando ripartire cercheremo di capirlo assieme, tra noi e con voi tutti, appena sarà più chiaro cosa ci riserva il futuro. La certezza che abbiamo è che lettori, occasionali e affezionati, e abbonati, amici e compagni di strada, gli “in bocca al lupo” di piazza San Giovanni, sono il nostro “capitale” di relazioni, idee, spunti, critiche, suggerimenti, visioni del presente e del futuro. Spinti da un vento impetuoso, ci prepariamo al secondo passo nel deserto. Lasceremo tracce.

«Ora dunque è il momento di provare a raccogliere altre idee e proposte, come quelle che centinaia di amici e lettori che ci hanno scritto dall’estate in poi. Tra le più suggestive c’è quella di Ascanio Celestini: «… Allora sarebbe straordinario che invece di chiudere Carta la si potesse riciclare. Carta che diventa letteratura e cinema, musica e teatro, movimento e sindacato, ma anche trattoria e parco giochi, fontanella nell’isola pedonale e orto in una scuola elementare. Riciclare Carta e rifare l’impasto una volta a settimana invece di buttarla nel secchio». Interessante, no? Fateci sapere che ne pensate: carta@carta.orge segnate questa data sulle vostre agende: sabato mattina 27 novembre a Roma, incontro con la redazione».

Gianni Belloni, Marco Calabria, Gianluca Carmosino, Cinzia Cherubini, Sarah Di Nella, Enzo Mangini, 
Matteo Micalella, Rosa Mordenti, Giuliano Santoro, Gabriele Savona, Lorenzo Sansonetti, Antonella Tancredi









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Guidarini, Stefano
( 15.06.2011 18:24 )
( 14.12.2007 23:10 )
Come emerge dalle denunce degli osservatori più informati la strage alla Tyssen di Torino è stata provocata, oltre che dall’eccezionale sfruttamento del lavoro, da altre cause profonde: lo smantellamento della pubblica amministrazione, la privatizzazione della sicurezza, il primato della produttività a basso costo su ogni altra esigenza. -->
( 06.12.2007 20:50 )
È davvero un’idea vecchia quella che esistano una destra e una sinistra? Molti lo pensano e lo dicono (ultimo Tony Blair). Noi vogliamo ragionarci sopra, partendo dalla città. -->
( 30.11.2007 11:24 )
Nel giorno della manifestazione delle donne contro la violenza di genere sono stati resi noti i risultati di una ricerca degli economisti di lavoce.info, secondo la quale le attività casalinghe nascondono una quantità di lavoro corrispondente a un terzo del PIL. -->
( 23.11.2007 09:18 )
Continua il tiro a bersaglio contro il Piano paesaggistico regionale della Sardegna. La forza degli interessi colpiti si è manifestata, in queste settimane, con due eventi: il referendum abrogativo della legge da cui nasce la tutela delle coste, l’interpretazione che la stampa ha dato ad alcune sentenze del TAR. -->
( 16.11.2007 19:48 )
In Gran Bretagna i piani definiscono precisamente i limiti del green field e brown field: dal primo, la campagna, è esclusa ogni e qualsiasi edificazione. In Italia si vuole consentire ai comuni di inserire zone d’espansione urbana nei parchi regionali già istituiti. -->
( 09.11.2007 10:12 )
In molte sedi si discute in queste settimane su quei “non-luoghi” che taluni vedono come l’inevitabile portato della civiltà contemporanea e altri come l’anticittà. Sull’argomento (vedi il n. 37 di Carta) occorre fare uno sforzo di analisi, per andare al di là delle apparenze. -->
( 04.11.2007 09:44 )
L’Unità ha pubblicato nei giorni scorsi (23 e 28 ottobre) una bella inchiesta di Oreste Pivetta sulla situazione milanese. Racconta in che modo il mondo degli immobiliaristi e quello della politica siano strettamente intrecciati, in un minestrone nel quale è difficile capire chi comanda, e che comunque è lontano dalla democrazia e dall’interesse comune come una formica lo è dalla luna. -->
( 25.10.2007 16:41 )
Abitare è diventato più difficile che mai. Uno dei segni più vistosi dell’abbandono del welfare è costituito dalla rinuncia dei governi, da oltre un decennio a questa parte, a ogni tentativo di avviare una politica della casa: si è solo smantellato quello che faticosamente si era costruito. Ora, qualcosa si muove. -->
( 19.10.2007 21:04 )
Sicurezza e chiusura al diverso, privatizzazione, mercificazione: questi i caratteri che il destino ha assegnato alle nuove piazze. -->
( 11.10.2007 20:15 )
L’armonia e la bellezza di una città, il benessere dei suoi abitanti dipendono dalla qualità delle architetture che la compongono, ma in primo luogo dall’organizzazione degli spazi, dalla maggiore o minore presenza di luoghi pubblici e dalla loro corretta disposizione, dal modo in cui le varie parti della città dove gli uomini abitano e lavorano sono connesse tra loro. -->
( 04.10.2007 17:47 )
Il paesaggio e i cittadini: questo il titolo della 3a edizione della “Scuola di eddyburg”, che si è svolta a Corigliano d’Otranto. In quella occasione si sono esplorati le parole e i concetti che concorrono a determinare il paesaggio e le politiche per la sua tutela, si sono proposti esempi significativi del conflitto per la difesa di quel che resta del Belpaese, e si è infine ragionato sulla domanda: chi difende il paesaggio? -->
( 02.10.2007 14:30 )
Dal sito dell’architetto Luigi Prestinenza eddyburg ha ripreso una lucida considerazione di Renato Nicolini a proposito di rendita immobiliare e degrado urbano. -->
( 21.09.2007 19:53 )
Festival, sagre e feste, notti bianche, spettacoli ed eventi: oggi è il modo usato per rendere vive le piazze. In Italia e altrove, nelle città d’Europa. Ne portava significative testimonianze la presentazione della interessante ricerca europea, “La piazza, patrimonio europeo”, coordinata da Franco Mancuso e Luciana Miotto, presentata qualche giorno fa all’Iuav di Venezia. -->
( 16.09.2007 13:38 )
Dagli spazi del “locale” emergono perle che fanno sperare. Abbiamo pubblicato su eddyburg un articolo di un piccolo giornale (La Provincia di Como) che ci sarebbe piaciuto vedere sulla stampa nazionale. -->
( 06.09.2007 19:29 )
Due eventi hanno colpito l’opinione pubblica questa estate: gli incendi che hanno devastato selve e boschi nel nostro Mezzogiorno e in quello dell’Europa, e gli episodi di paura e di conseguente repressione ai semafori delle nostre città. C’è un filo che li lega. -->
( 01.09.2007 19:18 )
Gli italiani vogliono, giustamente, che dai rubinetti l’acqua potabile esca calda e fredda e quella sporca venga smaltita da un efficace sistema di fognature, che la loro salute sia tutelata e le malattie vengano curate presto e bene, che la scuola prepari davvero alla vita, che i treni arrivino puntuali e le carrozze siano comode e pulite, che le strade quando sono rotte vengano riparate subito, che le immondizie vengano portate via giorno per giorno, che la sicurezza nelle città, nei paesi e nelle campagne venga garantita da una diffusa vigilanza, che le città siano dotate di spazi pubblici e di verde in quantità e qualità adeguate (“come succede all’estero”). -->
( 30.07.2007 07:46 )
La Toscana è ancora una delle più belle regioni italiane: è tra quelle nelle quali il paesaggio è stato costruito con particolare saggezza e senso del bello dalle generazioni che si sono succedute nel tempo. Il paesaggio è ancora uno dei più belli, e gli scandali sollevati da alcune iniziative sprovvedute sono motivati anche dalla consapevolezza molto diffusa della qualità e del valore di ciò che è ancora oggi conservato. -->
( 20.07.2007 22:24 )
Scriviamo questa nota in un giorno per noi sgradevole. Il programma mediante il quale facciamo eddyburg si è rotto, e il webmaster è per qualche giorno irraggiungibile. Allora confidiamo ai lettori di questa rubrica alcune delle cose che avremmo pubblicato. -->
( 13.07.2007 11:28 )
Del territorio italiano, la bellezza dei suoi paesaggi, la saggezza della sua storia, la ricchezza delle sue risorse potremo godere solo quel tanto che resterà dopo che si saranno soddisfatte tutte le esigenze di trasformazione che oggi si affollano: esigenze legittime e illegittime, sensate e insensate, ragionevoli e irragionevoli. -->

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