0 0 0
0
0 0 0 0 0
0


Mall International (in English)
0
0 > Mall - già sito di Fabrizio Bottini > Ambiente

Questa nostra Terra piatta
Data di pubblicazione: 09.07.2008

Autore:

Per la salvezza del pianeta occorrono grandi scelte. Ma queste si traducono in gesti individuali. Una favola-incubo da E/Environmental magazine, luglio 2008

Titolo originale: Our Flat Earth – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Ci sono sempre state giornate calde, e quindi non posso per questo accusare il riscaldamento globale, ma scommetterei dei soldi sul fatto che la terra sta diventando piatta. Bisogna passare e ripassare qualche volta dalla mia zona qui a Ripon, Wisconsin ma alla fine si nota: è cambiato qualcosa, il cielo è più basso, le cose si aprono al calore e ai riflessi. É incredibile quanto ci impegniamo a distruggere il nostro ambiente naturale. Nuove case e attività tolgono qualcosa, il cemento appiattisce, le linee elettriche contrastano bellicose tutto ciò che è vivo e verde, la spazzatura spande bruttezza, si tagliano gli alberi senza altra ragione se non che qualche proprietario è stufo di raccogliere foglie secche e ghiande, qualche volta ne spariscono una cinquantina in un colpo solo per un cantiere stradale, si tosano regolarmente tutta l’erba e i fiori su vaste aree.
Il suono di una sega a motore mi dà a sensazione dolorosa della perdita. Gli Indiani d’America erano perplessi e sconvolti, davanti alla quantità di distruzione che noi praticavamo sul territorio. 160 anni fa, venivano eliminate le specie native come il bisonte, spianate foreste per le estrazioni minerarie e l’agricoltura, per aprire la strada ai treni, alle strade, alle città, scomparivano i boschi lungo i corsi d’acqua per alimentare a legna i battelli a vapore. Erano i segni pienamente dispiegati, allora, della rivoluzione industriale, ma ora i danni sono infinitamente più rilevanti.

Per gli Indiani, il messaggio era evidente: la terra soffriva, e così moriva il Grande Spirito. Forse adesso ci stiamo arrivando anche noi. Oh, certo, c’è un piccolo gruppo di scienziati che racconta di fasi cicliche del clima, che dice continuiamo pure, business as usual, ma si tratta di una minoranza, che lavora chiaramente su altre scadenze. Da quello che vedo io, qui e altrove, si tratta di una filosofia pericolosa, anche criminale. Dice di sradicare valori fondamentali e buttarli al macero, di considerare soltanto il vantaggio economico di breve termine.
La mia reazione a questo sviluppo non è quella di un proprietario di casa, o di un padre di famiglia sempre attento alle occasioni economiche, ma di un custode della natura. Questo tipo di crescita nel linguaggio del mondo naturale significa distruzione. É evidente la necessità di una rivoluzione ambientale, di un periodo di cambiamenti tale da rivaleggiare col rinascimento. Per sopravvivere dobbiamo cambiare le nostre abitudini, forse anche il nostro modo di essere. Ma come riusciremo a smetterla con l porcherie che abbiamo continuato tanto a lungo? Ora a siglare trattati con noi ci sono i capitalisti rapaci. È sempre stata una questione di terre, e di chi ci trae dei profitti. Ancora oggi, in questa epoca cruciale, appare difficile prendere parola.

Gli essere viventi non hanno valore, nel linguaggio del mercato, non sono come il dollaro, l’occasione, l’accordo da fare. Certo io sono un tree hugger, un idealista, e le mie argomentazioni traboccano di sentimentalismo antropomorfico. Ma sono certo che il mondo stia diventando piatto. Lo sento. Abbiamo setacciato la natura con un vaglio sempre più fine, al punto che la perdita di un altro albero, o campo di fiori, diventa un evento sempre più importante. Come potremo fermarci? Come potremo infine scacciare i mercanti dal tempio?
Dobbiamo sanare questo nostro pianeta, un prato per volta, un quartiere per volta. Continueremo quasi di sicuro a mangiare da McDonald’s e a guidare la macchina per andare a lavorare, ma molti di noi sono disposti a sacrificare volentieri quello che serve, per fa avanzare un’idea di ambiente al centro di tutto. Sono un ingordo, ma non egoista al punto da non riuscire a cambiare. Ora taglio l’erba con la falciatrice manuale, vado a lavorare in bici quando posso, porto secchi d’acqua dal deumidificatore alla lavatrice, uso le borse di tela per fare la spesa, riciclo, conservo, divido la spazzatura, sostengo tutte le iniziative sull’energia e i gruppi ambientalisti. Pianto alberi, anche se ho solo un piccolo spazio.

Qualche volta penso che sarebbe tanto più facile non avvertire questa compulsione ad agire, a cercare di fare la differenza. Ascolto delle interviste alla radio: “ Lasciamo che sia Al Gore a preoccuparsi del riscaldamento globale” dicono. “ Io voglio le consegne a domicilio”. E un altro: “ Non voglio certo guidare una di quelle macchine piccole, e farmi tirare sotto”.
Oh, come sarebbe bello essere innocentemente estranei ai tormenti della coscienza ambientalista! Buttare le cartacce dal finestrino della macchina, non rallentare mai il ritmo dei consumi, sfruttare e non sostituire, non pensare neppure per un attimo alle tigri o agli orsi polari che stanno quasi scomparendo, fare il pieno al SUV e segare un noce per allargare ancora un po’ il vialetto d’ingresso. Di questi tempi, neppure questi piccoli atti di degrado ambientale sono senza significato. Date un’occhiata attorno. É difficile non accorgersene. Forse siamo stati troppo compiacenti, in troppi, troppo a lungo. Mi pare di sentire le api nell’alveare che stanno preparando una rivoluzione, senza di noi.

here English version









0

Il sito di Edoardo Salzano
0
Marszalek, Diana
( 20.07.2008 11:38 )
Tangires, Helen
( 18.07.2008 21:36 )
Booth, Robert
( 16.07.2008 11:27 )
Burdett, Richard
( 14.07.2008 20:55 )
Torno, Armando
( 14.07.2008 10:35 )
Florida, Richard
( 14.07.2008 10:02 )
Rajagopal, Shyama
( 12.07.2008 20:19 )
Mann, Leslie
( 11.07.2008 14:50 )
Prince, Rosa
( 10.07.2008 18:35 )
Meikle, James
( 10.07.2008 09:35 )
Stephens, Dale
( 09.07.2008 19:17 )
Kaur, Ravleen
( 09.07.2008 09:10 )
Spiers, Shaun
( 08.07.2008 09:57 )
( 08.07.2008 07:30 )
( 08.07.2008 07:19 )

Chi fa Eddyburg | Copyright e responsabilità | Sostenere Eddyburg | Chi sostiene Eddyburg