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É ora di iniziare a discutere delle eco-città
Data di pubblicazione: 08.07.2008

Autore:

Dal suo responsabile esecutivo, il potenziale ruolo di mediazione della Campaign to Protect Rural England per rilanciare il programma governativo di nuovi insediamenti sostenibili. The Guardian, 8 luglio 2008

Titolo originale: Time to talk about eco-towns – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Quando il governo annunciò il proprio piano per le eco-città, sarebbe stato facile alla Campaign to Protect Rural England limitarsi ad una netta opposizione. Le proposte erano tali da sollevare forti resistenze. Avremmo anche potuto sfruttarle per fini nostri. Ma in fondo dobbiamo riconoscere che il paese ha bisogno di nuove abitazioni, specie di case economiche. E l’idea di realizzare veri insediamenti ecologici, dimostrando come si possa abitare in modo più sostenibile, è stimolante.
E quindi invece di opporci al programma abbiamo individuato dieci test per esprimere un giudizio sulle nuove eco-città. L’elenco provvisorio pubblicato in aprile risulta molto deludente, non ultimo perché sono state scartate alcune proposte fortemente sostenute dai nostri gruppi regionali nelle aree del nord-ovest e nord-est. Ma abbiamo continuato ad esaminare i progetti cercando di raccogliere più informazioni su di essi – il processo non è trasparentissimo per via della cosiddetta “ commercial confidentiality” – e siamo arrivati a un sostegno condizionato per la nuova eco-città di Bordon-Whitehill in Hampshire.
Inoltre, vorremmo che il caso di Carrington, area brownfield fuori Manchester non inserita nell’elenco provvisorio, venga riesaminato. É stato respinto perché non si tratta di un’area isolata: ma come ha osservato Simon Jenkins le vere eco-città possono anche essere i grandi centri. Vogliamo anche si rifletta di più sulla realizzazione di eco-quartieri entro aree edificate: non solo grandi città, ma anche cittadine e villaggi. C’è sicuramente molto da fare per rendere più sostenibile ciò che già esiste, sia dal punto di vista sociale che ambientale (si veda la ricerca di Becky Willis per la CPRE sul Principio di Prossimità).

Ora il periodo di consultazione sui progetti si è chiuso, e abbiamo chiesto al governo di riconsiderare urgentemente i programmi. Gran parte delle ipotesi sono in contrasto coi piani regolatori locali: in alcuni casi, ci si limita semplicemente a rispolverare progetti già respinti a suo tempo dagli organi competenti delle amministrazioni democraticamente elette. Dato che si tratta di autonome, nei casi in cui mancano collegamenti ferroviari (la maggioranza) si rischia di realizzare complessi auto-dipendenti, lasciando totalmente isolato chi non guida. Va ridiscussa anche la questione dell’efficienza energetica degli edifici: ora si richiede semplicemente un “livello 3” di sostenibilità, ovvero quello che tutte le nuove abitazioni dovranno garantire entro un paio d’anni. Cosa per niente avanzata.
Ci viene detto che le eco-città faranno un ottimo uso di terreni già edificati. E ancora, ciò non è vero. Appare dai pochi particolari filtrati dai costruttori proponenti che ben 12 delle proposte sono previste per aree in gran parte greenfield, in un caso addirittura a classificazione green belt.
Il nostro comunicato stampa è stato accolto dal portavoce governativo con un tono di scherno nei confronti della CPRE che “vuole tornare indietro, e impedire alle giovani famiglie e agli acquirenti di prima casa di averne una”. Veniamo accusati di “preferire la conservazione dei miti all’impegno in un dibattito su come sia possibile costruire le case di cui c’è bisogno”.
Ma il governo dovrebbe sapere, che noi facciamo parte della sua Commissione per l’Abitazione Economica Rurale; che ci siamo uniti alla National Housing Federation con lo slogan “ tutela l’Inghilterra rurale: costruisci una casa economica”; che le nostre sezioni in tutto il paese sono impegnate nella formazione dei piani regolatori locali esattamente per verificare che le case di cui c’è bisogno vengano realizzate. In alcuni casi, come a Elmswell, Suffolk, siamo anche associati ai consorzi per la casa.

Ma forse la ministra Caroline Flint questo non lo sa, perché nonostante le numerose richieste non ci ha mai incontrati. Né peraltro siamo riusciti ad avere un incontro col responsabile per il progetto di legge di riforma urbanistica John Healey.
Ed è un peccato. Certo nessuna organizzazione non governativa ha il diritto di vedere i ministri, ma certamente abbiamo qualcosa da dire a proposito della casa e del territorio. Siamo, solo per fare un esempio, i principali rappresentanti della società civile nei processi di decisione sul territorio in Inghilterra. I nostri gruppi regionali e provinciali sono molto impegnati sui piani territoriali e comunali, e abbiamo 2.000 volontari che studiano oltre 100.000 progetti ogni anno.
E quindi per quanto sgradevole possa suonare qualcuno dei nostri messaggi, abbiamo certamente qualcosa da offrire. Il governo ha rapporti in abbondanza sui temi della casa e del territorio, coi rappresentanti del mondo produttivo, delle costruzioni, dei consorzi. Potrebbe formarsi un panorama più completo se ascoltasse anche le organizzazione ambientaliste. Ricordo che negli anni ’80 c’era una campagna intitolata Labour Listens. É ora che si ricominci ad ascoltare.

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