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Eco-città: i favorevoli e i contrari
Data di pubblicazione: 27.07.2008

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Un’ampia rassegna delle posizioni in campo sulle assai discusse nuove città “sostenibili” fortemente promosse dal governo britannico. Vera utopia, o propaganda? Interviste e dati da The Sunday Times, 15 giugno 2008

Titolo originale: Ecotowns: for and against – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Ecco come sarà. Sul bel suolo di Albione, fra tintinnare di campanelli e dolce tubare di colombe, appaiono le verdi distese delle eco-città. Utopie avvolte dal sole, sogni urbani tali da soddisfare ogni necessità dell’uomo. La natura trionfa, tra il cinguettio degli uccelli. Si lavora a casa, o in complessi per uffici a cui si arriva passeggiando o in bicicletta. I trasporti pubblici sono rapidi, efficienti e gratuiti, così non c’è bisogno delle auto. Le strutture urbane per lo sport, il tempo libero e la cultura abbondano, al punto che a nessuno viene in mente di uscire dalla città. I bambini vanno a scuola a piedi in tutta sicurezza, a studiare soprattutto scienze ambientali. Ci sono sia i superstore per spendere poco ed essere comodi, che i mercati contadini per essere amici del pianeta. Ci sono anche gli orti, per chi vuole coltivarsi le cose da solo. L’energia è da fonti rinnovabili, gli edifici completamente isolati, l’impronta ecologica zero.
Non si spreca nulla. Le acque reflue irrigano gli orti. Quella piovana cade su superfici permeabili, e attraverso scoli naturali e pozze si riversa in habitat di zona umida, che la reimmettono nelle falde e nei fiumi da cui proviene. Non ci sono mai allagamenti in città. Non c’è la raccolta dei rifiuti. Gi abitanti mettono la propria spazzatura dentro a cilindri che scaricano in condotti aspiranti verso il centro di riciclaggio, dove almeno al 50% trovano un uso economico. Il resto viene convertito in calore o energia. Cattiva salute, cattiva forma fisica, sono aberrazioni. “ Le eco-città – afferma il ministero delle Aree Urbane – devono essere progettatecome ambienti salubri e sostenibili, a sostenere una vita sana attraverso i principi dello Active Design , la partecipazione dei cittadini, e comportamenti adeguati”.

Dopo tutto questo, ci si potrebbe anche chiedere perché mai le popolazioni locali di tutto il paese stiano salutando la prospettiva delle varie eco-città col medesimo entusiasmo che si riserva di solito ai laboratori per la guerra batteriologica. E comunque, cosa sono queste eco-città? La risposta ufficiale è che si tratta del modello di vita futura: emissioni zero, alta efficienza energetica, salute, verde e prati ovunque. Costruite in quantità sufficiente, metteranno a disposizione le case per le moltitudini che ora non se le possono permettere; e saranno all’avanguardia nella lotta al riscaldamento globale. Il governo dice che ogni regione dovrà averne una, e ha sollecitato proposte da parte di costruttori e amministrazioni locali.
Sono stati presentati cinquantasette piani, ridotti dal ministero a un elenco provvisorio di 15, a partire dal quale dopo un processo di consultazione si realizzeranno dieci progetti. La decisione finale è prevista entro l’autunno. É ovvio che nessuno quando arriva nella campagna inglese a portare cemento si possa aspettare di essere accolto con tè e pasticcini. La cosa assomiglia di più a disturbare un nido di vespe: scatta subito a pungere l’atteggiamento nimby, e i costruttori sono fortunati quando riescono a uscire vivi dagli incontri pubblici. Ed è quello che succede con le eco-città. Petizioni, cortei, lettere ai giornali: tutti i prevedibili parafernali della protesta rurale.
Però stavolta c’è una differenza: i nimby non sono soli. Insieme a loro non c’è solo l’ambientalismo militante della Campaign to Protect Rural England (CPRE): si ascolta anche il tono più misurato del Royal Town Planning Institute (RTPI) o della Local Government Association. Che hanno sentito parlare del sogno, ma che non ne vedono le luci. Vedono soltanto un incubo suburbano: isolato, insostenibile, auto-dipendente, fatto di nuove case su spazi che erano verdi, costruite nonostante l’opposizione delle popolazioni locali, quartieri destinati a diventare lo slum del futuro. Anche il pari del Labour e architetto Richard Rogers è intervenuto, affermando: “Credo che le eco-città siano uno dei più grandi errori possibili del governo. Non sono in alcun modo ambientamente sostenibili … edificare su spazi aperti per 5.000 o 10.000 persone, significa basarsi sulle automobili … Non saranno città fruibili a piedi”.

Gli urbanisti hanno da sempre una certa difficoltà con la normale lingua inglese, anche i governi amano spruzzare gergo specialistico come se fosse vernice mimetica. E così, la tutela delle “città sostenibili” nelle Midlands e nell’Inghilterra del nord significa espropriare le case e demolirle. Questi piani piuttosto aggressivi chiamati “ Apripista”, che “sostengono” le città distruggendole, sono un’eredità di John Prescott, il cui ipertrofico Ufficio di Vicepresidenza del Consiglio è stato ridimensionato nell’attuale ministero per le aree urbane. Qualche giocherellone magari si è perso nel processo, ma non certo il talento per manipolare il senso delle cose. Parecchie di queste sedicenti utopie verdi erano progetti residenziali speculativi già bocciati dagli uffici responsabili, cosa che non ha impedito fossero ripescati dal cestino della carta straccia di Prescott, epr essere riciclati come “eco-città”.
Nella premessa al prospetto ministeriale, Eco-towns: Living a Greener Future, la responsabile per la casa Caroline Flint esprime il totale sostegno pubblico alla Grande Idea. “ L’entusiasmo per le eco-città – scrive – si rispecchia nella quantità di proposte ricevute”. Se l’assenza di malizia fosse una forma d’arte, bisognerebbe darle un premio per questo. L’entusiasmo è da parte dei costruttori, che annusano la pista dei profitti, non certo delle popolazioni locali che abitano sui campi presi di mira.
In provincia, questo entusiasmo si accoppia a velleità e chimere. Le costruzioni zero-carbon sono tanto probabili quanto le scorregge senza puzza, e il calcestruzzo è il pane quotidiano del riscaldamento globale. Le cementiere danno un contributo minimo del 5% alla produzione globale di anidride carbonica, in alcuni calcoli anche il doppio. Ogni mattone rappresenta un colpo per il clima. Naturalmente, questo non sta a significare che non si debbano più costruire case, e certamente che esse non debbano essere tanto efficienti quanto reso possibile dalla tecnologia. Non si sta a litigare col governo quando stabilisce che tutte le nuove abitazioni debbano essere “ zero carbon” entro il 2016. Ma vediamo quella parola, “tutte”. Se gli obiettivi delle eco-città sono gli stessi di tutti gli altri posti, che cosa conferisce loro un ruolo speciale? Perché il governo è così determinato a portarle avanti? E se è così impegnato nell’abitazione sostenibile, perché riversare tanta energia nelle nuove costruzioni? La stragrande maggioranza delle persone abita, e continuerà ad abitare, dentro a case costruite nel XIX e XX secolo. L’ammodernamento di queste abitazioni, per migliorare la loro efficienza ecologica, avrebbe vantaggi esponenzialmente maggiori di qualche insediamento residenziale simbolo.

Il secondo asse portante della strategia eco-città è di “incrementare l’offerta di case”. Cosa che ha colpito in modo particolare la Town and Country Planning Association, il cui responsabile esecutivo, Gideon Amos, ha individuato “la possibilità di realizzare 200.000 nuove abitazioni … per famiglie che gridano il bisogno di case decorose collocate in un ambiente adeguato”. Si tratta di una grossolana esagerazione. Anche sulla base delle cifre di Caroline Flint, probabilmente il totale non supererà le 90.000, ovvero il 3% dei 3 milioni che il governo vuole costruire entro il 2020. Il che lascia un 97%: da realizzare dove? In non-eco-città? L’idea che possano fornire un contributo di qualche significato all’offerta di case, per usare le parole di Rynd Smith, responsabile delle politiche al RTPI, è “un pretesto”.
“Dunque – continua – restiamo con un grosso punto interrogativo. A cosa servono?” Gli scettici hanno varie teorie. C’è il sospetto di un “cominciamo qualcosa” per un governo che ha bisogno di essere visto agire in qualche modo. Tutte le località, fra le 15 scelte tranne tre, sono in collegi a maggioranza Conservatrice, e vedono l’opposizione dei parlamentari, dunque questo consente al governo di proporsi come progressista, di fronte a una opposizione del ceto medio egoista, nimby convinti che la classe lavoratrice a basso reddito non abbia diritto a un tetto. L’altro sospetto è che, nonostante l’obiettivo ufficiale sia di 10 città nuove per il 2020, possa trattarsi solo di un esperimento pilota di valutazione, e che ne seguiranno delle altre. Altrimenti, perché farle? Il giorno della pubblicazione del primo elenco provvisorio, il 3 aprile, Caroline Flint ha detto: “Abbiamo una forte carenza di abitazioni e … risultano enormemente necessarie più case economiche … Costruire solo dentro le città attuali e negli altri centri semplicemente non basta” Può anche darsi, ma basta il 3% a colmare lo squilibrio? Arriva fin qui, la visione del governo?
L’urbanistica da sempre si mescola alle riforme sociali, e quindi alla politica. Per prima sono arrivate le città giardino – Letchworth e Welwyn – con la loro visione utopica di rus in urbe; poi le “ new towns” del dopoguerra, ad applicare un idealismo sociale e politico al processo di traboccamento metropolitano. Hanno lasciato in eredità il degrado delle zone centrali e un deprimente dilagare di forme anonime, città nuove ubique e senza identità: Stevenage, Crawley, Hemel Hempstead, Basildon e tutto il resto. E ora eccoci di nuovo.

Tutte le cifre taroccate e l’incomprensibile burocratese ministeriale ci spingerebbero a credere che le eco-città siano una specie di ultimo respiro, cinico. Ma non sono tutte storie. Ne ho parlato con uno dei potenziali costruttori, Tony Bird, direttore generale dell’azienda di famiglia Bird Group, che se non è un consumato attore è di certo un uomo preso da autentica passione. “Dovrò abitare nella zona, poi” spiega, “e non voglio essere ricordato come uno che ha costruito un ghetto”. Il suo modello ispiratore è il villaggio del Principe di Galles di Poundbury in Dorset, con le sue strade sinuose e raccolte, gli stili architettonici vernacolari e accoglienti. Bird propone un insediamento di 6.000 abitazioni, il 30% delle quali “economiche” e il 30% “popolari”. Ci sarà una piazza del mercato delle dimensioni di un campo da calcio, da usare per le bancarelle, le fiere, le piccole mostre all’aperto. L’area, 240 ettari, è un ex campo militare vicino a Long Marston, nove chilometri a sud-ovest di Stratford-upon-Avon, quindi l’acquisto del terreno andrà a vantaggio delle casse pubbliche. Bird è un personaggio noto nel mondo del riciclaggio dei rifiuti, e ha ottenuto un importante riconoscimento per la tutela dell’ambiente. Non sorprende che sia il suo, il progetto che comprende le tubature sotterranee per la spazzatura.
Non sorprende nemmeno che la popolazione locale, per usare le sue parole, stia “saltando su e giù”. Con tutta la sua reputazione, potrebbe anche essere John Prescott. Le petizioni ostili hanno raccolto migliaia di firme. Ai molto affollati cortei si sono accodati i parlamentari locali, un gruppo di cittadini (Bard) si è conquistato i titoli dei giornali, le amministrazioni locali si sono alleate all’opposizione, la CPRE ha sentenziato che si tratta della “idea giusta nel posto sbagliato”. Un parlamentare l’ha definita “la città discarica umana del futuro”; i consiglieri si sono detti preoccupati per la perdita di biodiversità, l’aumento degli spostamenti pendolari e dei veicoli pesanti, per il massacro di “una deliziosa area fra il nord Cotswolds e il sud Warwickshire”. Qualche casa popolare? Certo, quelle le condividono: ma non una nuova città. La si può fare amica dell’ambiente fin che si vuole, guarnirla di teatri dell’opera e piscine, ma chi ci abita non starà certo chiuso là dentro come gli indiani nella riserva. Significherà più macchine per le strade, più pazienti in ospedale, più bambini nelle scuole, più scarichi nelle fogne. Insomma temono un sovraccarico.

In tutto il paese, il sospetto si è consolidato nella convinzione che il governo stia facendo una bravata: che le eco-città sono un’idea recepita dall’esterno, né originale né in collaborazione, e che il loro contributo alla mancanza di case e al cambiamento climatico sia troppo esiguo da valutare. Sembrano, le eco-città, un tentativo di riproporre con un nuovo marchio certi grigi quartieri popolari del passato. Il Royal Town Planning Institute avverte che il governo rischia di creare “suburbi senza anima come quelli de La Moglie Perfetta”.
Sir Simon Milton, presidente della Local Government Association, la mette così: “Non ha senso costruire case carbon-neutral, amiche dell’ambiente, se stanno in mezzo al nulla, senza servizi, e la gente poi deve guidare chilometri per comprarsi un pezzo di pane o portare a scuola i figli”. Se non ci sono posti di lavoro e strutture di formazione, dice, sottolineare gli aspetti sociali della casa serve soltanto a creare degli “ eco-slum”. La cosa particolarmente preoccupante è il rischio per la democrazia. “Mi preoccupa –racconta – che il documento ministeriale contenga alcune proposte estremamente perverse sul modo di far attraversare l’iter di approvazione a questi progetti”.
Le politiche urbanistiche di solito sono considerate “noiose”, il che va benissimo ai grossi interessi. La gran parte delle persone sono solo vagamente consapevoli del fatto che, inseguendo il proprio obiettivo dei 3 milioni di case entro il 2020, il governo ha imposto delle quote di realizzazione in tutto il paese, e non devono necessariamente sapere che essere sono state inserite in documenti che si chiamano Regional Spatial Strategy (RSS). Ce n’è una per il nord-est, il nord-ovest, Yorkshire e Humber, West Midlands, East Midlands, Inghilterra orientale, sud-est e sud-ovest. Quello che quasi certamente non sanno, se non hanno prestato una particolarissima attenzione, è che le eco-città non rientrano negli obiettivi ufficiali. Sono aggiuntive. Ancora più improbabile è che abbiano letto i programmi e ne abbiano capito le implicite contraddizioni.

La RSS per il sud-est, ad esempio, chiede che le abitazioni vengano concentrate nelle aree urbane esistenti, e pure in questa regione ci sono tre delle quindici eco-località dell’elenco: in quella che già è una delle zone più densamente popolate d’Europa, che ha bisogno di più urbanizzazioni quanto John Prescott di un piatto di intingolo. E ancora una volta il governo rinnega le proprie stesse politiche. Promette una eco-città in ogni regione, e poi le stipa quasi tutte al sud e all’est. Nell’ovest ce n’è solo una, a nord-est e nord-ovest nessuna.
C’è anche un altro squilibrio. Se è ampiamente noto che alcune amministrazioni locali sono decisamente riluttanti ad accettare le propri quote di nuove abitazioni, e devono essere un po’ strattonate, altre ci provano con tutta l’anima. L’ironia è che sono i casi di maggior convinzione e impegno – chi sta già operando per raggiungere i propri obiettivi – ad essere i più colpiti. Il migliore/peggiore esempio è Hanley Grange, vicino a Cambridge, dove la proposta eco-città è in uno spazio triangolare di 500 ettari delimitato da tre grandi arterie stradali e vicino all’autostrada M11. É uno spazio greenfield nel senso più letterale del termine: classificato dal governo di qualità agricola 2 (“ottima”).
Dandogli un’occhiata fra un passaggio di tergicristallo e l’altro in una mattina piovosa di maggio, ho visto campi da cui spuntavano le spighe, circondati da siepi e punteggiati da alberi, ovvero il classico schema delle basse pianure inglesi. Il villaggio di Hinxton, appena oltre la statale A1301, è raccolto attorno a una caratteristica strada tipica del Cambridgeshire, su cui si allineano tetti di paglia e travi in legno, indisturbato dal suo vicino high-tech, il Wellcome Trust Genome Campus. I costruttori avevano già dato un’occhiata a questo posto prima. C’era già stata una nuova città, che nella precedente incarnazione respinta dagli uffici urbanistici nel 2005 si chiamava “Hinxton Grange”: 8.000 case su progetto della Jarrow Investments, compagnia proprietaria della gran parte dei terreni. La reincarnazione aggiunge un nuovo prefisso, “ eco”, e il nuovo nome di “Hanley Grange”, ma ci risiamo con le 8.000 case, proposte dalla Jarrow Investments. Ed è ora ben noto, anche se ha suscitato molte perplessità quando la cosa è emersa, che la Jarrow è una facciata per la Tesco.

Il fatto è, che quello per una eco-città a Cambridge è un accordo già chiuso. Anche prima di diventare primo ministro, Gordon Brown l’aveva individuata come esempio principale della nuova città carbon-neutral – inevitabilmente, la “città di Brown” – con cui l’Inghilterra avrebbe accolto il futuro. Sono stati i nimby il primo obiettivo del suo pugno duro. “Se dobbiamo rispondere alle aspirazioni di tutte le giovano coppie che vogliono fare del proprio meglio per sé e per i figlio – ha dichiarato – allora dobbiamo costruire altre case, realizzare città ben progettate, verdi e vitali, dove sia gradevole abitare. E voglio dire a chi risponde sempre ‘ Certo, ma non qui’ che voi state impedendo alle persone di realizzare le proprie legittime aspirazioni, e condannate i nostri figli a non accedere al diritto alla casa”.
La eco-città a cui si riferiva non era Hinxton/Hanley Grange. Si trattava di Northstowe, negli spazi di una ex base della RAF a Oakington, otto chilometri a nord-ovest del centro di Cambridge. Il totale di abitazioni previsto è di 9.500, ovvero la più grande new town del Regno Unito dopo Milton Keynes. Northstowe rispetta tutti i criteri ambientali fissati per una eco-città, compresi cosa non consueta i trasporti pubblici: sarà collegata alla città centrale da un autobus a corsie riservate lungo la linea ferroviaria dismessa. In termini di pianificazione si tratta di una scelta di gran lunga migliore di quella di Hinxton/Hanley, ed è esattamente questo il motivo per cui in primo luogo gli è stata preferita. Col sostegno di Brown e dell’allora responsabile per la casa Yvette Cooper, Northstowe non poteva non riuscire. Erano accodate le amministrazioni locali e l’agenzia di rigenerazione governativa English Partnerships (che condivide la proprietà dei terreni); idem per Cambridgeshire Horizons, organizzazione senza scopo di lucro che unisce le amministrazioni locali del Cambridgeshire, English Partnerships e East of England Development Agency, a orientare il cosiddetto “fenomeno Cambridge”: la principale area di crescita della Gran Bretagna. Il piano regolatore locale prevede 47.500 nuove abitazioni entro il 2016, delle quali il 38% è già stato realizzato. Non siamo esattamente a nimbyville, e Northstowe occupa una posizione centrale in questa idea. Si attende l’autorizzazione entro la fine dell’anno, e i cantieri probabilmente si apriranno all’inizio del 2009. Cambridge avrà la sua eco-città ...

E invece no. Nonostante il suo campione stia a Downing Street, le credenziali di Northstowe in quanto eco-città sono sparite. Sarà costruita, sarà esattamente “un esempio di buone pratiche” così come desidera il governo – energie rinnovabili, sistema fognario urbano sostenibile, riciclaggio, poca dipendenza dal’auto e tutto il resto – ma non avrà ufficialmente la designazione di eco-città. Perché? Perché riesce a compilare tutti i campi del modulo di verifica tranne uno. In termini ambientali e di “sostenibilità” è molto più avanti delle quindici dell’elenco della Flint, ma in termini politici è un disastro.
L’errore di Northstowe è quello di aver percorso democraticamente l’iter di approvazione. É inserita nello strumento di pianificazione locale; ha il sostegno delle amministrazioni locali e corrisponde a bisogni abitativi locali. Per essere una “eco-città” doveva essere imposta dal governo, star fuori dal piano regolatore. Teoricamente, gli uffici responsabili per la pianificazione territoriale mantengono il diritto di respingere quelle che considerano trasformazioni inadeguate. In realtà, però, quello che i ministri vogliono, i ministri ottengono. Si possono modificare le circolari sulla pianificazione, “introdurre” piani molto controversi, o governare per decreti. Hanley Grange, se si realizzerà, assomiglierà parecchio a Roundabout Grange: remoto insediamento satellite auto-dipendente perso nella campagna in un intrico di svincoli autostradali, con un bel grosso Tesco che attira clientela in auto da tutti i villaggi. Eppure indosserà il distintivo da eco-città negato alla assai più credibile Northstowe.

Da qui l’alienarsi non solo degli abitanti del posto, ma anche degli urbanisti che non riescono a credere a ciò che stanno vedendo, o delle amministrazioni locali dai bilanci risicati che non riescono a mantenere il passo delle richieste governative. Il presidente di Cambridgeshire Horizons (motto: “ verso le città sostenibili”) è l’ex ministro Conservatore Sir David Trippier, un uomo ch neppure il peggior nemico potrebbe accusare di ostilità nei confronti dei costruttori. Lamenta come le scarse risorse dell’amministrazione del distretto South Cambridgeshire, piccolo ente con enormi quantità di edificato sul proprio territorio, vengano “messe sotto tensione oltre ogni limite”.
“Hanley Grange sarà la goccia che fa traboccare il vaso” commenta. “Non è possibile gestirla. Non abbiamo un pregiudizio di parte politica, non l’abbiamo mai avuto… Abbiamo ottimi rapporti col governo, coi ministri e coi funzionari, ma semplicemente non riusciamo a capire come possano essere tanto scriteriati da mettere in campo questa cosa”. Il risultato sono sprechi, diluizione dell’impegno, rinvii. Il tempo che avrebbe dovuto essere speso portando avanti Northstowe, ora si passa a contrastare l’intruso.
A parte la Tesco, nessuno piangerà Hanley Grange se dovesse uscire dall’elenco. Ma il vero peccato è che si sia sprecata tanta simpatia del pubblico per la stessa idea generale del nuovo insediamento. Non tutti i progetti di nuove città sono mal localizzati; e con tutti i rigiramenti di frittata a loro difesa, in qualche caso si tratta anche di luoghi in cui sarebbe piacevole abitare. Dopo che ci avevo parlato al telefono, Tony Bird mi ha scritto della sua visione per Middle Quinton: “ Lei mi ha chiesto perché ho parlato di Poundbury… Primo, credo che le eco case non debbano essere scatolette ben isolate con tetti molto spioventi a pannelli solari e una turbina a vento al posto del camino. Non c’è alcun motivo per cui un insediamento zero carbon non debba anche essere attraente … Poundbury mi ha … convinto che siano case del tipo di quelle realizzate a Poundbury, con l’uso di materiali locali, il percorso da imboccare”. Non tutti saranno d’accordo con lui – Poundbury genera davvero opinioni contrastanti – ma non si può certo accusarlo di non badare a queste cose.

Se si vogliono trasformare le persone in nimby, il metodo di gran lunga migliore è di scavalcare le procedure urbanistiche e imporre loro enormi insediamenti extraurbani su cui i rappresentanti eletti – amministratori e parlamentari – non possono esercitare alcuna influenza determinante. I problemi della casa e del cambiamento climatico non si possono risolvere con qualche migliaio di abitazioni zero-carbon. Se si devono rivedere gli obiettivi di costruzione, la risposta sta nel rivedere le Regional Spatial Strategies, mantenere la fiducia nei metodi democratici, insomma fare qualcosa che per usare le parole del direttore esecutivo di Cambridgeshire Horizons, Alex Plant, “rispondente davvero ai bisogni, anziché quello che ci appare come un mal concepito e proposto diversivo”.
Tutto questo rafforza la posizione ovvia secondo cui le uniche vere eco-città sono quelle già esistenti, dotate di infrastrutture, e che la forma di trasformazione più sostenibile, di cui ci sono molti esempi nell’area di Cambridge, è la “densificazione” delle fasce urbane esterne. La verità, poco evidenziata, è che si usano meno le auto là dove le persone abitano più vicine ai centri, e sono collegate coi trasporti pubblici. Nessuno rinuncia volontariamente all’auto, nelle città giardino o “ new town”, e nessuno lo farebbe nelle eco-città. Il governo spesso cita l’esempio del quartiere Vauban di Friburgo, in Germania, come prova del fatto che si può vivere senza automobile. Ma Vauban è stato realizzato entro una zona urbana esistente, ben servita dal trasporto pubblico, e a poca distanza dal centro: non è un lontano satellite perso nei campi.

La fantasia più improbabile potrebbe essere che, coi prezzi degli immobili che crollano e il credito che si prosciuga a un rivoletto, il settore delle costruzioni riesca davvero a realizzare le promesse del governo. Per meritarsi l’etichetta, una eco-città deve avere al proprio interno fra il 30% e il 50% di case “economiche”, il che naturalmente diminuisce un po’ i profitti del costruttore. Sir Simon Milton della Local Government Association indica come anche in epoca di boom a Londra, quando l’ex sindaco Ken Livingstone ha fissato un obiettivo del 50% di case economiche, poi si è arrivati solo al 34%. Se si aggiungono i costi delle tecnologie zero-carbon, di scuole, strade, impianti energetici e per il riscaldamento, piste ciclabili e tutti gli altri infiniti componenti di una nuova città, allora le percentuali cominciano a ballare come una pallina da ping-pong su uno zampillo d’acqua.
“Se si mira a una percentuale molto elevata di case economiche” spiega Alex Plant, “si toglie un altro elemento alla convenienza commerciale. A Northstowe abbiamo dei problemi su questo aspetto nonostante un sostegno governativo immediato di 100 milioni di sterline destinato alle corsie riservate dell’autobus”. Solo qualche giorno fa, il principale costruttore di case britannico, Persimmon, parte del consorzio che ha presentato il progetto di eco-città a Rossington nel South Yorkshire, ha annunciato una caduta del 24% nelle vendite annuali e una perdita del 8,1% sulla quota del prezzo. E non è il solo. Le quote di Barratt sono scese dell’11%, il peggior risultato in sei anni, Taylor Wimpey del 8,3%, otto anni, Bovis del 4,7%, quattro anni.
“É lo stesso concetto di eco-città” conclude Rynd Smith del Royal Town Planning Institute, “che è basato su un modello adatto a una fase di boom economico, e che non può funzionare in momenti difficili”. In un’atmosfera arroventata di polemiche e contropolemiche, questo understatement è un balsamo per le orecchie.

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