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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

EDDYBURG - LAVORI IN CORSO
Care amiche e amici, lettrici e lettori di eddyburg, con Eddy avevamo avviato un lavoro di ristrutturazione complessiva del sito, necessario per farlo funzionare correttamente e per rendere accessibile l'intero patrimonio di scritti e documenti pubblicati in più di 15 anni di attività. Le cose da fare sono molte e dedicheremo a questo impegno, e solo a questo, tutte le nostre energie per far sì che all'inizio del nuovo anno tutto sia di nuovo in ordine. Il sito è la cosa a cui Eddy teneva di più. Ilaria e Mauro

PER EDDY

INVERTIRE LA ROTTA

CONTRORIFORMA URBANISTICA

DAI MEDIA

VENEZIA

mercoledì 9 ottobre 2019

Ecco come abbiamo salutato Eddy

Ca' Tron, 25 settembre 2019.  La famiglia, gli amici, gli attivisti, i colleghi, e tutti quelli che gli hanno voluto bene.




I figli - Maria Salzano

Siamo qui per salutare nostro padre.

Eddy era un padre caleidoscopio:
un padre che ci siamo trovati a condividere con molti altri.
Siamo orgogliosi che sia stato per tanti maestro, guida, amico, ispiratore.

Per noi figli, papà è stato e rimarrà una grossa presenza, anche nell’assenza.
Intorno a lui ci siamo uniti, anche nelle separazioni.

Ognuno di noi ha vissuto con lui in modo diverso, costruendo con lui un rapporto unico, e ne conserverà una molteplicità di ricordi:
una costellazione di Eddy.

I nipoti - Raùl Eduardo Salzano

Caro nonno,
Sono Raùl Eduardo Salzano...

Oggi ti vogliamo ricordare con le persone che ti hanno voluto bene e che ti sono state vicine, per quelli che sono stati i momenti più importanti nella mia vita e in quella dei tuoi nipoti tutti.
Se ripenso alle volte in cui ti venivo a trovare, non ce n’è una dalla quale io non sia tornato arricchito...

Il tuo eloquio risultava tanto solenne quanto vigoroso: parlavi col tono di chi non ha nulla da nascondere, ma tanto, tantissimo da insegnare. Ed ogni frase che arrivava al punto lasciava un senso di perfezione unica, tutta tua. E poi quel sense of humor così sottile, denso di understatements e giochi di parole: un’immancabile dimostrazione di freschezza ed elasticità mentale che hai saputo mantenere fino all’ultimo.

Di base eri severo, dedito a valorizzare fatiche e disciplina, così come ad attaccare atteggiamenti pigri, sciocchi e presuntuosi. Però quando ti accorgevi di esagerare, riuscivi progressivamente a far intendere che ti dispiaceva.

Caro nonno,
tua nipote Barbara (BJ) era desiderosa di conoscerti meglio, specialmente adesso che comincerà gli studi di architettura proprio allo IUAV. È in gamba come mai io l’abbia vista prima e mi auguro che possa ripercorrere con orgoglio i tuoi lunghi passi, degni del gigante che eri, metaforicamente e non.

I miei ultimi pensieri personali e accorgimenti vanno alla mia prima Venezia innevata, alla vecchia casa affianco al ponte dell’Accademia.
Allo scalpore tra le mie professoresse quando dall’alto della tua docenza presentasti la straordinaria biodiversità della Laguna: una lezione tutta per me e per la mia classe delle medie.
Alla passione per i gialli, per la poesia, per la musica napoletana, la classica, la bossa-nova... e poi mina, goran bregovič...
Alla libreria sempre da riordinare,
Alle chiamate di zio Mauro e le lettere di zia Anna.
All’amore per Ilaria, a quello per Venezia.
Ero lì, a godere di tutti questi spunti della tua vita qui.
Ed ora, così come prima, così come poi, sei qui con noi.

Ciao nonno Eddy.

Vezio De Lucia

Solo poche parole che spero contribuiscano alla comprensione della complessa figura di Eddy.

Per intendere la profondità della sua formazione politica mi limito a citare tre punti essenziali di una lunga lettera che scrisse al suo amico Giovanni Berlinguer, circa vent’anni fa. Parte dagli eventi del 1956 (occupazione dell’Ungheria da parte dell’armata rossa) ricordando che Franco Rodano e Claudio Napoleoni «mi aiutarono a comprendere perché la prima realizzazione statuale del movimento proletario avesse radici così deboli, e perché la prima rottura rivoluzionaria della storia pretendesse (una volta scongiurata, a Stalingrado, la tragedia dell’annientamento finale dell’umanità) uno sviluppo e un salto di qualità nell’Occidente europeo: compresi allora di conseguenza quanto fossero grandi le responsabilità della sinistra europea e, in essa, dei comunisti italiani».

Mi pare poi significativo citare Eddy quando scrive che «ho sempre lavorato nel partito come membro di un collettivo: un gregario, anzi. Mettendo il mio specifico sapere, e saper fare, a disposizione di un disegno che condividevo».

Ed eccoci alla fine del Pci, Eddy scrive che «il crollo del muro di Berlino, mettendo la parola fine alle speranze nate con la Rivoluzione d’ottobre, rivelava un crollo inaspettato nella struttura stessa della sinistra italiana. Anche noi eravamo stati contagiati dalle malattie che avevamo criticato prima nella Dc, poi nel Psi. Una parte molto larga del nostro quadro dalla Dc aveva assunto quello che definirei il doroteismo: il privilegio del successo rispetto alla verità, del potere rispetto alla finalità, delle facilità dell’oggi rispetto alle difficoltà del futuro. Del Psi ci ha contagiato [...] la spregiudicatezza nell’asservire a fini di parte interessi comuni».

Il 13 marzo dell’anno scorso, a 15 anni dalla morte di Roberto Murolo, mi ha mandato la canzone Marzo su versi di Salvatore Di Giacomo. Chi, se non Eddy, poteva permettersi un così elegante abbandono sentimentale, da napoletano a napoletano?

Marzo: nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua
torna a chiovere, schiove,
ride ’o sole cu ll’acqua.
Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera,
mo d’ ’o vierno ’e tempeste,
mo n’aria ’e Primmavera.
N’ auciello freddigliuso
aspetta ch’esce ’o sole,
ncopp’ ’o tterreno nfuso
suspirano ’e vviole …
Catarì, … che vuò cchiù?
Ntiénneme, core mio!
Marzo, tu ’o ssaie, sì tu,
e st’auciello song’io.


A proposito della nostra militanza nel Pci. Alla metà degli anni Ottanta, Lucio Libertini, a quel tempo responsabile delle politiche del territorio del partito, definì giacobini Eddy, me e gli altri compagni che gli contestavamo l’alleanza con gli abusivisti. Comprenderete quindi la gioia e la soddisfazione di Eddy quando sugli inserti di Repubblica che celebravano i duecento anni della rivoluzione francese lesse nei dialoghi fra Lucio Caracciolo e Lucio Villari che l’obiettivo essenziale dei giacobini era il primato dell’interesse pubblico.

Un ricordo personale. Al compimento del suo settantesimo compleanno, in uno scritto per un librino a lui dedicato, lo paragonai a Giovanni Boka, il capo dei ragazzi della via Paal, presidente democraticamente eletto, e generale in tempo di guerra, Boka è saggio, abile, determinato ma prudente, generoso, di grande fascino, grande disponibilità umana. Animato da principi solidi, nobili, irriducibili. Proprio come Eddy, uno al quale ci si rivolgeva con fiducia, nei momenti complicati e difficili, prima delle decisioni importanti. Per me è stato così, sempre.

Paragonai il campo conteso dai ragazzi della via Paal a uno dei tanti posti che abbiamo cercato di sottrarre agli energumeni del cemento armato. Quasi sempre uscendone malconci. O con vittorie di Pirro, come fu per i ragazzi della via Paal che, dopo aver sconfitto quelli dell’Orto botanico, si accorsero che sul loro campo stavano cominciando a costruire una casa. «Ah, l’avevano difeso con tutto loro stessi – scrive Ferenc Molnar – quel lembo di terra, con il sacrificio, con il valore, con passione! Perché? Per che cosa? Perché vi sorgesse una brutta casa moderna!».

Ho concluso il mio articolo sul manifesto di ieri con «Ciao Eddy, fratello mio». Non è una presunzione, né un vanto. Chi frequenta casa mia sa che è esposta una foto del 1978 di Eddy con dedica: ‘All’uomo che solo per colpa dei miei genitori non è mio fratello. A Vezio con affetto, Eddy’.

Tomaso Montanari

Un estratto del ricordo è stato pubblicato su il Fatto Quotidiano

Francesco Erbani

Eddy era l’esemplare, forse il prototipo, del veneziano resistente. In lui si condensavano un po’ tutti gli elementi - politici, culturali e personali - del veneziano resistente. Veneziano resistente, intanto perché, appartenente alla categoria dei resistenti in senso generale, vedeva in Venezia un luogo nel quale mettere in atto le proprie convinzioni più radicate sulla ragion d’essere di una città. E veneziano resistente perché interpretava la resistenza in senso attivo, fattivo, mai rassegnato, mai espresso in forma di giaculatoria. Venezia, mi si passi l’espressione, come metafora del luogo ideale in cui esercitare un’azione politica culturalmente ed emotivamente assistita. Non l’ho frequentato quanto avrei voluto, e quindi posso sbagliarmi, sovrapporre il mio Eddy all’Eddy reale. Ma non gli ho mai sentito un’espressione di scoramento. Neanche per la malattia che lo affliggeva negli ultimi anni. E quindi neanche per i drammatici rischi che corre Venezia o per la condizione generale del Paese.

Lo tenevano desto, vigile e, appunto, produttivamente, fruttuosamente resistente la pratica dell’impegno politico, sempre culturalmente assistita, avviata nel Pci romano degli anni Cinquanta e un’attitudine all’ironia, all’essere presente nelle cose, dentro le cose e al tempo stesso distaccato da esse. Immagino che, come spesso si sentiva ripetere nelle sezioni comuniste, anche Eddy abbia praticato l’analisi delle situazioni date, abbia evidenziato in esse il conflitto e abbia cercato i punti di forza sui quali far leva, le soluzioni possibili. Il Pci romano era il Pci di Aldo Natoli, di Piero Della Seta, di Carlo Melograni che con più convinzione e anche più consapevolezza di Botteghe Oscure, fronteggiava la crescita distorta della città, le trasformazioni urbane dettate dalla rendita e dalla speculazione. Era la capitale corrotta = nazione infetta. Scuola politica e culturale di prim’ordine, dunque. E poi gli articoli di Antonio Cederna su Il Mondo, le Borgate di Roma di Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta, le battaglie vinte contro lo sventramento di via Vittoria, gli appelli che cominciavano con la firma di Corrado Alvaro e si chiudevano con quella di Bruno Zevi. È in questo ambiente, poi nelle contestazioni degli anni Sessanta, che nasce Urbanistica e società opulenta del 1969.

L’altro fattore che teneva Eddy distante da scoramento e rassegnazione era, dicevo, l’ironia. Sarà per motivi di campanile, ma a me pare che l’ironia, spesso l’umorismo garbatamente tagliente, Eddy lo abbia trascinato con sé dalla sua Napoli degli anni Trenta e Quaranta, lui nipote per parte di madre di Armando Diaz, il generale del dopo Caporetto. Mi ricordava questo suo sguardo ironico, ma non disincantato e tantomeno cinico, quello di un’altra persona appartenente alla sua stessa generazione, a quella stessa borghesia colta napoletana: Nello Ajello, giornalista, condirettore dell’Espresso, poi a Repubblica. Eddy e Nello erano stati compagni di classe al Pontano, liceo napoletano tenuto dai gesuiti. Non credo nella stessa classe, ma certo loro coetaneo era Ugo Gregoretti, che ci ha lasciati anche lui di recente (Nello se n’è andato nel 2013).

Con questo variegato, multiforme ventaglio di fattori politici, intellettuali e umani, di saperi e di militanza, Eddy arrivò a Venezia nel 1974. Lui, non veneziano, la indagò e la studiò. E Venezia la scelse e ci è restato per sempre. Venezia era “un’opera d’arte nel suo insieme”, diceva, “e il tutto è più bello della somma delle sue parti”. Inoltre era “il prodotto di un insieme di regole, uno dei più stupefacenti esemplari di tutta la storia urbanistica”. La sua non era l’accademica contemplazione di uno storico, ma il primo atto conoscitivo per proporre soluzioni di governo di quel sistema. Assessore per dieci anni, realizzò il piano della città storica con Edgarda Feletti e Gigi Scano, approvato nel 1992 assessore Stefano Boato. Erano già evidenti i segnali di come l’economia turistica avrebbe potuto stravolgere la città storica e quel piano si proponeva di fronteggiarla. Purtroppo è andata come sappiamo.

Da allora Eddy a Venezia è sempre vissuto. Venezia è stata il cuore di eddyburg, a Venezia era dedicata la Corte del Fontego, coraggiosa casa editrice animata da Marina Zanazzo e Lidia Fersuoch, di cui Eddy era il padre nobile. E non c’è veneziano o non veneziano dei comitati, delle associazioni, non c’è cittadino resistente che non attinga e non attingerà in futuro al repertorio di conoscenze utili all’azione politica che Eddy ha messo insieme in questi quarantacinque anni di membro della civitas veneziana.

Personalmente serbo il ricordo di quando l’ho visto verso la fine d’agosto, un mese prima che si spegnesse, sulla sua poltrona davanti alla porta a vetri che dà sul rio di Santa Margherita. Non so quanto riuscisse a vedere di quella Venezia quotidiana e affabile che scorreva sull’acqua e sulla fondamenta. Ma la vista era superiore alla scarsa potenza delle sue pupille, attingeva a un bagaglio di immagini che potevano fare a meno della conferma empirica. E dunque vedeva tutto. Eddy era sereno e lucidissimo, Ilaria era con lui e mi sembrava che nel modo di arrotare la erre facesse riemergere i tratti di un’antica parlata napoletana.

Potere al Popolo - Valentina La Gorga

Caro Eddy,
Come te, guarderemo oltre.

Per te, città e società erano della stessa sostanza, in continua connessione tra loro, come naturale impegno politico, riflessione e analisi sempre improntate al benessere della persona.

Eri un sognatore concreto, analitico e razionale.
Faremo nostro il tuo sogno, quello di servire.
L'impegno continuato caparbiamente con Eddyburg e da subito con noi, come compagno gentile, combattivo e la tua competenza a disposizione di tutte e tutti son state delle ricchezze.

Daremo voce e azione al tuo pensiero: guarderemo oltre.
Guarderemo, cito: «all'esistenza di una realtà politica lucidamente critica e non assoggettata al degrado politico e ancor prima culturale ed etico.
Guarderemo ad un movimento politico che ricostruisca, a partire dai territori, relazioni sociali e pratiche fondate sul contrasto di ogni forma di sfruttamento e prevaricazione tra esseri umani e tra questi e la natura».

Grazie, Eddy. Con il tuo bel sorriso ironico, saggio e fiducioso verso il futuro sarai sempre con noi.

Un abbraccio immenso dai tuoi compagni di Potere al Popolo, o come tanto a te piaceva chiamarci, Servire il Popolo.

Ambiente Venezia - No grandi navi - Flavio Cogo

Anna Marson


Stefano Boato

Eddy Salzano. Una vita per le città, i territori e i beni comuni

Dagli anni dell’insegnamento alla Facoltà di Urbanistica a Cà Tron e della presidenza dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e poi dall’avvio del sito di Eddyburg fino agli ultimi giorni di vita i principi fondanti per Eddy Salzano sono rimasti fermi e applicati in ogni occasione e in ogni territorio: priorità degli interessi generali e pianificazione democratica e partecipata; difesa della qualità e valorizzazione dei beni pubblici, dell’ambiente, del paesaggio, degli spazi sociali, dei valori storici; difesa dell’urbanistica pubblica contro l’urbanistica contrattata tra le giunte e i singoli operatori immobiliari ed economici.

Tutto ciò è sempre stato applicato da Eddy fino agli ultimi giorni di vita. In particolare a Venezia per il Piano urbanistico della città storica avviato a fine anni ’70, ripreso e concluso dalla giunta rosso-verde con il quale abbiamo difeso non solo il tessuto edilizio e tipologico storico della città ma, senza eccezioni, tutte le residenze dalle trasformazioni ad uso alberghiero e turistico per dieci anni, fino a quando nel 2000 sono diventate vigenti le norme stravolte dalla giunta Cacciari-D’Agostino.

Negli ultimi anni poi il dissenso si è accentuato con l’attuale amministrazione comunale. Perché, sulla base di un bando emesso nel 2017, il nuovo Piano degli Interventi (il nuovo Piano Urbanistico) sarà composto dalla somma di un centinaio di interventi privati riconosciuti come interessi prioritari del comune da una Delibera di Giunta dell’anno scorso che saranno legittimati e approvati in variante o deroga alle norme vigenti con accordi tra la giunta e i singoli operatori immobiliari. Al contrario la decina di precise proposte che abbiamo presentato su tematiche strategiche per gli interessi generali della città sono state tutte eluse, classificandole genericamente come “Idee” da valutare in un futuro indefinito.

Analogamente abbiamo presentato moltissime osservazioni (coordinate da Salzano) con precise proposte per il nuovo Piano Territoriale del Veneto adottato nel 2009 e variato nel 2013 che solo ora, dieci anni dopo, la giunta regionale intende portare ad approvazione.

Abbiamo ripresentato (anche a nome di Salzano) queste proposte nell’audizione presso la Commissione Regionale Urbanistica che si terrà domani, giovedì 26 settembre 2019.

Le proposte puntano in particolare a due grandi tematiche.

1) Eliminare o ridurre l’enorme consumo di suolo previsto sia dai cosiddetti “Progetti strategici” non definiti e delegati alle sole decisioni della Giunta regionale (con possibili milioni di mc come sul Quadrante di Tessera), sia nei pressi dei caselli autostradali e delle stazioni ferroviarie.
2) Garantire la tutela dei massimi valori ambientali e paesaggistici regionali recuperando le norme di tutela già presenti nel Piano Territoriale Regionale del 1992 (su 60 grandi aree) e le norme di indirizzo per la pianificazione paesaggistica su tutti gli ambiti regionali elaborate in precise schede dalla stessa Regione nell’Atlante del Paesaggio del 2013, norme però a quel tempo eluse e lasciate cadere.

Aggiornamento del 26 settembre. Al termine dell’audizione la presidenza della Commissione non ha escluso di accogliere le proposte.
Se ciò avverrà veramente sarà una grande riconoscimento a tutela dei valori del territorio veneto anche a memoria dell’impegno per cui Salzano ha dato la vita.

Maria Rosa Vittadini 

Ricordare Eddy qui, a Ca’ Tron, dove eravamo davvero una comunità è per me una fortissima emozione. C’erano idee diverse e anche contrasti, ma qui si lavorava con l’idea di essere socialmente utili, di riuscire ad orientare le trasformazioni verso quello che oggi ma anche allora, chiamavamo l’interesse comune. Oggi qui piango Eddy e l’ulteriore struggente sfaldarsi di quella comunità e anche, purtroppo, di quella ambizione. Uno sfaldamento alimentato nel tempo da perdite molto importanti, come quella del mio maestro Guglielmo Zambrini, amico e sodale di Eddy. Insieme condividevano la ferma convinzione che non esiste un sapere tecnico che non sia anche politico. E che anzi è dovere imprescindibile dei tecnici di far emergere il significato politico delle scelte disciplinari.

Dunque con Eddy se ne va un altro pezzo molto importante, a cui dobbiamo non solo lo sguardo colto e intelligente sulle ragioni culturali e sociali del farsi delle nostre città e in particolare di Venezia che io, milanese un po’ aliena, ho iniziato a capire ed amare proprio attraverso il suo racconto. Ma il debito nei suoi confronti è fortissimo anche per la sua incrollabile fiducia che il Piano e una disciplina illuminata dell’urbanistica siano uno strumento potente ed efficace per fare bene.

Tuttavia le storie di Piani che ora sono state ricordate si incaricano impietosamente di dirci che molti di quei piani erano buoni piani, con obiettivi alti, tecnicamente ben fatti, eppure non sono sfuggiti ai travisamenti, alla pavidità di coloro che dovevano attuarli o al loro succube allineamento agli interessi più potenti. Certo quei piani hanno lasciato segni, hanno sedimentato cultura e storia, ma non sono riusciti ad essere quello che avremmo voluto. E non sono riusciti a impedire la progressiva debolezza, la perdita di autorevolezza, il discredito di cui oggi soffre l’intera disciplina urbanistica.

Ne era ben cosciente Eddy, che nel tempo anche attraverso Eddyburg, è diventato il riferimento culturale e tecnico non solo per il mondo disciplinare dell’urbanistica, ma per un grandissimo numero di associazioni, di movimento di gruppi e di soggetti che in vario modo intervengono nella storia dei loro territori: criticando, opponendosi alle prepotenze, ma anche proponendo, contribuendo a progettare fatti urbani e territoriali socialmente più equi e più capaci di dar senso alle cose. Così la sua voce critica si è fatta sentire, alta, su tutta la vicenda del MoSE, sulle scriteriate proposte di infrastrutture come la sub-lagunare, sul distruttivo impatto fisico e sociale del turismo, sull’incredibile asservimento della città agli interessi legati all’approdo delle grandi navi, sulla svendita del patrimonio pubblico e sui molti problemi ancora che segnano la nostra epoca.

Seguendo l’insegnamento di Eddy occorre oggi riprendere in mano la sapienza e la voglia di fare politica. Ovvero di impegnarsi in quel costrutto sociale fatto anche di amministratori e amministrati, ma soprattutto di condivisione di ideali e di prospettive, di ascolto e di collaborazione, in cui gli urbanisti e i loro strumenti possono ri-trovare la loro ragion d’essere.

Un po’ quello che stiamo tentando di fare qui a Venezia con l’iniziativa Un’altra città possibile. Un lavoro comune che coinvolge un gran numero di associazioni della città di terraferma e della città d’acqua, per definire tutti insieme di cosa deve essere fatta e come deve essere gestita questa città, che oggi mostra segni evidenti di degrado fisico e sociale. Una nuova gestione capace di tener insieme il destino di Venezia come bene dell’umanità e la assoluta necessità che Venezia continui ad essere l’amato luogo di vita per i suoi cittadini: condizione stessa della sua sopravvivenza.

Tutte cose che hanno evidentemente a che fare con la politica. Dum spiro spero. Così Eddy firmava i suoi messaggi. Mai perdersi d’animo, mai cessare di sperare. Un atteggiamento dello spirito inteso non solo come attesa di un futuro migliore, ma come attività fiduciosa e consapevole per raggiungerlo: come esattamente dovrebbe essere la politica se solo volessimo smettere di considerarla una parolaccia.

Mauro Baioni 
Sei stato un secondo padre, per me. E io sono parsimonioso con le parole. Per questo, voglio solamente dirti grazie, Eddy. Grazie da parte di tutti noi che abbiamo avuto la gioia di contribuire a eddyburg, questa strana creatura metà sito e metà persona, singolare e collettiva al tempo stesso. Ne avremo cura per come siamo capaci, e tu continuerai a rimproverarci.


Elisabetta Xausa

Ilaria Boniburini

La morte non è niente
La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
Non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima, C'è una continuità che non si spezza.
Cos'è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?

Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!


Henry Scott Holland (Maggio 1910).

Qui la versione originale e l'introduzione di Eddy

Qui la cronaca del funerale di Alberto Vitucci sulla Nuova Venezia



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