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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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mercoledì 28 agosto 2019

Non nascondiamoci dietro un dito

Ciò che nel mondo è sbagliato e va cambiato è assai più di quanto appare. A proposito di un appello a un governo di per sé incapace di impedire la catastrofe contro la quale si vorrebbe battersi.



Molte anime belle, comprendenti gran parte delle persone con cui condivido pensieri, analisi, critiche e moventi, continuano a rivolgere le loro attese, le loro speranze e i loro appelli a soggetti le cui storie e le cui posizioni li rendono assolutamente improponibili come promotori e attivisti di una fase di reale e radicale cambiamento.

Continuano così a rivolgersi a questo o a quel governo, a questa o quella formazione politica presente sul teatrino della politica politicante. Compiendo così un duplice errore: trasmettere la fiducia nella possibilità di quei soggetti a promuovere un cambiamento del mondo che essi stessi hanno contribuito a determinare, e impedire così alla cittadina e al cittadino lontani da quel teatrino incapaci di comprendere ciò che realmente accade e quindi a rendersi disponibili a un reale mutamento.

Parlare oggi di un parlamento democratico significa evocare un mito di cui si sono perse le tracce negli anni recenti. Significa evocare un tempo nel quale i diversi progetti di società espressi in funzione dei differenti interessi di parti della società trovavano insieme il luogo del confronto dialettico e quello della composizione del conflitto fra le parti. Ogni parte aveva dignità, la sua storia, la sua cultura e i suoi esponenti potevano testimoniare la coerenza con la storia personale e di gruppo.

Il parlamento era il luogo dello Stato, rappresentante degli interessi di ogni nazione entro il quale si svolgeva la dialettica.  In questo quadro si svolgeva il momento delle elezioni. Queste erano lo strumento mediante cui si verifica quale fosse il consenso ottenuto da ciascuna delle parti e il Parlamento era il luogo istituzionale nel quale si definivano le alleanze necessarie per assicurare il governo dello stato.

Oggi tutto è cambiato. Al posto dei partiti sono nati raggruppamenti elettorali costituenti meri serbatoi di voti raccolti in nome di slogan superficiali, da leader che si sono resi accattivanti mediante tecniche analoghe a quelle che fanno la fortuna dei capipopolo o dei guitti dell’avanspettacolo o, nel migliore dei casi, di una popolarità acquisita attraverso la sapiente modulazione di campagne mediatiche.

Ecco perché oggi ciascuna formazione politica conta in misura dell’ampiezza dei voti di cui essa può contenere, spostandola a seconda della convenienza del momento da una sigla a un’altra, dal rosso al verde, dal bianco al nero, o per dar luogo ai più bizzarri intrecci di colori.
In tal modo la politica quale l’abbiamo conosciuta in tempi ormai lontani è scomparsa del tutto dall’insieme degli interessi quotidiani della più gran parte delle persone. Ecco perché l’astensionismo è endemico così come il richiudersi degli interessi dei potenziali elettori nei microcosmi più legati alla loro quotidianità.

Che fare per uscire da questo stallo? È un problema che si pone in modo particolarmente drammatico negli anni in cui eventi catastrofici minacciano il pianeta, in cui gli interventi e la riduzione del consumo energetico e l’uso parsimonioso delle risorse disponibili sono vitali.
Si pensi solo all’immane spreco di risorse che viene effettuato ogni giorno in misura crescente per alimentare il complesso militare e incrementare la spesa diretta e indiretta per futuri sforzi bellici, dove addirittura le guerre sono inventate, fomentate e usate per sostenere una crescita economica volta ormai solo alla distruzione.

Le bandiere arcobaleno sono ormai archiviate nei musei, ma nessuno dei raggruppamenti politici che usano e abusano della loro presenza nei parlamenti, in cui dovrebbero assumersi impegni, sembra accorgersene.

La risposta non può essere cercata nei blandi richiami del Presidente della Repubblica, che dovrebbe essere il tutelatore della corrispondenza fra le scelte politiche e i principi di fondo della Costituzione repubblicana, ma solo da un movimento di fondo delle speranze deluse, delle attese frustrate, dei tradimenti patiti, aprendo la strada a una nuova fase costituente basata sulla disponibilità a guardare con occhi nuovi la storia.
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