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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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martedì 5 marzo 2019

La ‘schizofrenia’ di Milano: città inclusiva o mecca del real estate?

Nella scorsa settimana si sono svolti a Milano due eventi rilevanti, anche se di peso assai differente. [...]



Nella scorsa settimana si sono svolti a Milano due eventi rilevanti, anche se di peso assai differente.
Il primo: la manifestazione nazionale “People. Prima le persone” del 2 maggio che ha visto 250.000 persone sfilare unite contro il razzismo dilagante nel nostro paese, in una grande festa multietnica piena di musica e colori. Fra i protagonisti dell’evento il sindaco Giuseppe Sala che si è autocandidato - ed è stato ampiamente accreditato in questo senso dalla stampa - come leader diverso per una città diversa, accogliente e inclusiva. Sala, prendendo la parola di fronte a una folla sterminata che aveva saturato piazza del Duomo, ha dichiarato: “non posso fare a meno di dire grazie di essere qui, la politica si fa in tanti modi, ma non lasciatela solo ai politici, fatela voi”.
Il secondo, immediatamente precedente alla manifestazione del 2 maggio: il convegno del 28 febbraio sul tema “Milano. Una città per tutti? Il futuro di Città Studi si chiama Università” che si è tenuto in un auditorium affollato di residenti del quartiere, studenti e ricercatori; un incontro, promosso da Progetto Lambrate - uno dei componenti dell’Assemblea Città Studi che raccoglie le associazioni e i gruppi che si battono contro lo spostamento delle facoltà scientifiche della Statale nell’area exExpo - per discutere delle politiche urbanistiche milanesi e, in particolare del futuro di Città Studi, con alcuni relatori prestigiosi: Salvatore Settis, Paolo Berdini e Serena Vicari Haddock.
In questa seconda occasione, il Sindaco - e, in particolare, le sue politiche urbanistiche- non ne sono usciti altrettanto bene.

Salvatore Settis ha criticato con convincenti argomentazioni la "sindrome da campus" che presiede alla legittimazione del progetto di decentramento di parte di Città Studi, sottolineando come, nel rapporto tra città e università, almeno nella migliore tradizione europea, siano proprio la ‘commistione’ e la interazione profonda e continua fra tessuto urbano e istituzioni dedicate alla formazione culturale e alla ricerca scientifica avanzata che producono i risultati migliori in termini di eccellenza e di urbanità. La deportazione delle Facoltà Scientifiche nell’area exEXPO, il loro sradicamento da un contesto storicamente vocato a realizzare sinergie fra attività scientifiche e di ricerca (Università Statale/Politecnico/poli ospedalieri di eccellenza) costituirebbe una decisione gravissima: equivarrebbe, per Settis, al trasferimento della Scala o di Brera! Ed effettivamente il paragone non è stato affatto azzardato; anzi, Settis ha colto, come sempre, nel segno: nessuno di noi milanesi ‘informati’ dimentica che uno degli espedienti per legittimare il progetto Tecnocity Bicocca, fu la realizzazione, a costo elevato per la collettività, del teatro degli Arcimboldi, usato come sede provvisoria del Teatro alla Scala per il tempo dei lavori di ristrutturazione e, naturalmente, oggi ampiamente sottoutilizzato. Ma l’esempio è stato ben scelto anche perché il ‘modello Bicocca’ ha costituito il primo segnale di una transizione inesorabile da ‘Milano spa’ a ‘Milano real estate’: ha insomma fatto scuola per tutti i successivi progetti di riuso di grandi aree dismesse che hanno spesso sbandierato funzioni avanzate opportunisticamente proposte e subito abbandonate, hanno privilegiato un forte investimento in comunicazione per poi realizzare funzioni finanziate con denaro pubblico o interventi edilizi meramente speculativi.

Sempre Settis ha evocato con passione l’Articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), sottolineando come sia rilevante che la legge fondamentale dello Stato utilizzi proprio il termine Nazione accostato alla funzione culturale e tecnico-scientifica. Non vi è una ragione strategica che giustifichi lo svuotamento, sia pur parziale, di Città Studi; anzi, la decisione appare dettata da motivi del tutto estranei agli obiettivi dell’Articolo 9, poiché non vi è alcun indizio che se ne avvantaggeranno qualità dell’insegnamento e della ricerca, né qualità della vita (sia per i futuri ‘deportati’ in quell’area negletta, che per la vivibilità di Citta degli Studi); e men che meno l’intero paese.

A proposito della deportazione della Statale da Città Studi, vorrei ricordare in rapida sequenza quante volte sono state scomodate le funzioni tecnologiche e scientifiche, dopo il già citato progetto Pirelli Bicocca, per il loro fascino evocativo di modernità, innovazione e miglioramento del “posizionamento competitivo” di Milano. Ad esse si è fatto ricorso per proporre, sempre su aree di proprietà privata, e con la promessa di cospicui finanziamenti pubblici, poli scientifici in campo medico come il CERBA (Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata), doverosamente sospeso dalla giunta Pisapia perché localizzato in un’area inserita nel Parco Agricolo Sud Milano; la “Città della Salute” che, purtroppo, prima o poi sarà realizzata sulle aree dismesse  ex-Falk a Sesto San Giovanni (un’area di proprietà privata e poco accessibile della periferia metropolitana dove verrà trasferito l’intero sistema ospedaliero di eccellenza di Città Studi - Istituto Neurologico Besta e Istituto dei Tumori) e, buon ultimo, il progetto MIND (Milano Innovation District) promosso da AREXPO (la società a prevalente capitale pubblico partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, dalla Fondazione Fiera Milano, dalla Città Metropolitana di Milano e dal Comune di Rho) in cui dovrebbero convivere in una felice integrazione Human Technopole e il Campus dei Dipartimenti Scientifici della Statale.  In questo caso l’obiettivo consisterebbe nel garantire il riuso ‘qualificato’ delle aree dismesse di EXPO2015 che non hanno trovato per molto tempo alcun operatore privato disposto ad acquistarle. Ma con l’arrivo di Lendlease disposto a realizzare il Campus (e tutto quello che si potrà costruirvi attorno) il problema sembra finalmente superato!
Che vi siano disponibili vaste aree inutilizzate di proprietà pubblica immediatamente adiacenti a Città Studi, come ad esempio lo scalo ferroviario di Lambrate, e grandi aree derelitte come quella ex Innocenti Maserati, sembra a chi ci amministra assolutamente ininfluente, come ha sottolineato, negli interventi successivi alle relazioni, un professore di Matematica, Massimo Tarallo, ironicamente autodefinitosi una “testa calda”.

Paolo Berdini, in perfetta continuità con quanto affermato da Settis, è entrato nel merito delle cause del questionabile successo di Milano: purtroppo tutto da ascrivere alla finanza immobiliare. Ha citato, a conferma, i risultati di una ricerca recentissima del CRESME sull’andamento dei valori immobiliari, dalla quale risulta che si sono ridotti quasi a zero nelle aree interne e nelle città minori; mentre per le grandi città le cose stanno andando diversamente. In particolare, Milano spicca come capitale dell’immobiliare e luogo di eccellenza per l’investimento delle grandi società finanziarie internazionali.
Vale qui la pena di sottolineare, a sostegno della riflessione di Berdini, che già nel 2015 un rapporto sugli investimenti immobiliari esteri in Europa (“Emerging Trends  in Real Estate”) aveva segnalato la presenza di Milano, unica città italiana, fra le 10 maggiori piazze europee. Il rapporto aveva suscitato qualche campanilistico entusiasmo nelle pagine locali dei maggiori quotidiani. Ma una lettura più attenta dei fattori attrattivi puntuali relativi alle città inserite nella classifica appariva ben più interessante di quelli relativi ai miliardi investiti nel real estate. Berlino, la più attrattiva della graduatoria, veniva giudicata tale per il suo potenziale di sviluppo nelle tecnologie avanzate, per il capitale cognitivo, per una forte immigrazione di giovani con formazione di alto livello, per la abbondanza di offerta abitativa in affitto a basso prezzo. Anche per tutte le altre città predilette dagli investimenti immobiliari venivano evidenziati alcuni elementi economici e urbanistici favorevoli. Per Milano invece non una parola sui vantaggi localizzativi offerti dalla città, ma soltanto la citazione degli acquisti immobiliari recenti di alcuni grandi investitori internazionali.
I tempi sono davvero cambiati, ha continuato Berdini, rispetto alla prima metà del secolo scorso quando alcuni grandi imprenditori lungimiranti (da Pirelli a Olivetti) investirono in progetti per migliorare la qualità della vita dei lavoratori; o, ancora prima, quando Luigi Luzzatti, fondatore della Banca Popolare di Milano, in qualità di Ministro del Tesoro del secondo governo Giolitti, portò ad approvazione la legge 251/1903 che istituì l’Istituto Autonomo Case Popolari il cui operato ha dato alle città italiane progetti abitativi che costituiscono ancora oggi una risorsa importante dal punto di vista architettonico, della vivibilità e della equità sociale: anche a Città degli Studi.
Il baratro in cui la città è precipitata appare responsabilità preminente di una classe dirigente inadeguata che sta vendendo pezzo a pezzo alle multinazionali le grandi occasioni di rigenerazione urbana; e non estraneo alla perdita di vivibilità è anche l’utilizzo fuorviante della cosiddetta partecipazione che spesso altro non è che marketing cosmetico.

Serena Vicari Haddock ha ragionato sugli effetti sociali delle trasformazioni in atto a Milano, sulla rilevanza degli investitori internazionali che condizionano il mercato immobiliare (più di10 miliardi di euro di investimenti fra il 2007 e il 2013), sull’indebolimento delle risorse regolative in mano all’amministrazione e sulla assenza totale di strumenti di cattura del valore da parte del pubblico.

Sono poi intervenuti, fra gli altri, il già citato Prof. Massimo Tarallo del dipartimento di Matematica, che ha spiegato che il dipartimento perderebbe gran parte dei suoi studenti e che non sono previsti spazi per lo studio individuale (nel progetto Campus è prevista solo la presenza di 2.000 studenti sui 20.000 attualmente iscritti in Città Studi e le aule studio sono sostitute da spazi nei corridoi – definiti “socializing corridors”!) e Marina Romanò dell'Assemblea Città Studi a nome degli agguerriti comitati di cittadini che contrastano il progetto.

L’opposizione dei residenti e di molti Dipartimenti universitari alla spoliazione di Città Studi continua. Ma sperare che vi sia un ripensamento da parte di una amministrazione che ha realizzato EXPO nell’assoluta mancanza di un progetto per il dopo EXPO appare improbabile, data anche la deregolamentazione urbanistica imperante nel contesto lombardo (e milanese). Nella città che svetta inossidabile nelle graduatorie sulla ‘qualità della vita’ grazie al fatto di essere una delle poche città italiane con una (comunque limitata) presenza di start-up innovative e di avere una gestione efficiente dei trasporti pubblici urbani, la pianificazione urbanistica è stata annullata e sostituita dalla cultura delle deroghe e dei diritti edificatori; e ogni scelta insediativa è diventata totalmente discrezionale e affidata al libero gioco del mercato finanziario immobiliare.
Quanto alla partecipazione e al coinvolgimento dei cittadini: non solo è considerata rischiosa, ma anche inutile; più facile contrabbandare per partecipazione le mostre di rendering progettuali ammiccanti in cui si promette l’impossibile; o convincere dell’interesse collettivo di progetti che avvantaggeranno soltanto i privati attraverso il supporto di comitati tecnico-scientifici costituiti da zelanti e servili accademici.

Arrivo al titolo di questa breve nota. Il sindaco che invita 250.000 manifestanti, riuniti a Milano per protestare contro il razzismo, a “non lasciar fare la politica solo ai politici” appare come il simbolo paradigmatico della schizofrenia di una amministrazione che sfrutta a proprio vantaggio la maturità espressa dalla parte migliore dei cittadini nel nome dei quali amministra.
Verrebbe voglia di rispondere al sindaco: “siamo d’accordo…e non vogliamo lasciare fare la politica urbanistica alle Ferrovie dello Stato, né a Lendlease!”

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