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martedì 26 marzo 2019

In memoria del Progetto Fori

Nessuno lo ha ricordato, ma ricorrono quarant’anni da quando cominciò a prendere forma il Progetto Fori, la più straordinaria proposta di rinnovamento dell’urbanistica di Roma dopo l’Unità. E' necessario rievocarlo, in una delle stagioni più amare della nostra povera capitale. (m.b).


Mussolini urbanista 
Nessuno lo ha ricordato, ma giusto quarant’anni fa cominciò a prendere forma il Progetto Fori, la più straordinaria proposta di rinnovamento dell’urbanistica di Roma dopo l’Unità. La sostanza del progetto – che raccolse grande entusiasmo e l’attiva partecipazione di migliaia di cittadini di ogni ceto e di ogni quartiere – consiste nella trasformazione dei più famosi resti dell’Impero romano in una componente vitale della città contemporanea. Ma dopo la morte del sindaco Petroselli lo stesso progetto è stato ricoperto da una montagna d’ipocrisia, e poi dimenticato. Mi pare perciò necessario rievocarlo, specialmente in una delle stagioni più amare della nostra povera capitale.
Comincio dagli sventramenti voluti da Benito Mussolini. Un secolo fa, all’inizio degli anni Venti, da piazza Venezia non si vedeva il Colosseo. Dove sta adesso la via dei Fori Imperiali, e sopra i resti dei Fori di Traiano, di Augusto, di Nerva, di Cesare, del Tempio della Pace, si trovava un vasto quartiere cresciuto nel corso dei secoli dopo la caduta dell’impero romano. A ridosso della basilica di Massenzio, si alzava la collina della Velia (che raccordava l’Esquilino al Palatino) sovrastata dallo splendido giardino di Palazzo Rivaldi. Fu tutto travolto per volontà del duce che – riprendendo le idee dei piani regolatori del 1883, 1909 e 1931 – volle nel cuore di Roma una strada adatta alle parate militari, in uno scenario che doveva celebrare la continuità fra l’impero romano e il regime fascista. Perciò fu scelto un tracciato “dritto come la spada di un legionario”, furono demoliti chiese, case e palazzi per decine di migliaia di metricubi, e alcune migliaia di sventurati abitanti furono sgomberati e in gran parte deportati nelle borgate che in quegli anni cominciavano a essere costruite dal Governatorato.
Lo sfondamento della via dell’Impero (oggi dei Fori Imperiali) è raccontato da Antonio Cederna in Mussolini urbanista. Lo sventramento di Roma negli anni del consenso. Feroci ed esilaranti, all’inizio del libro, le biografie dei sette maggiori responsabili, scritti in ordine alfabetico cognome e nome, a cominciare da Brasini Armando (“campione del titanismo di cartapesta”), quindi Giovannoni Gustavo, Muñoz Antonio, Ojetti Ugo, Piacentini Marcello, Ricci Corrado, Testa Virgilio. Le demolizioni ebbero inizio nell’autunno del 1931 e la via dell’Impero fu inaugurata “nel fatidico decennale”, il 28 ottobre del 1932. L’anno dopo fu la volta della via dei Trionfi (oggi di S. Gregorio), dal Colosseo al Circo Massimo. E, per trasformare il Colosseo in un monumentale spartitraffico, si distrussero il basamento del Colosso di Nerone e la Meta Sudante: un torrione conico in mattoni alto otto metri, unico resto a Roma di fontana monumentale.
Nel dopoguerra le cose peggiorarono. Le conseguenze degli sventramenti furono letali. Attraverso le vie dei Fori Imperiali e del Teatro di Marcello, via del Plebiscito – corso Vittorio Emanuele, il Corso, via Nazionale – via IV novembre, da ogni punto cardinale il traffico converge a piazza Venezia, ombelico del mondo. Per la via dei Fori transitavano 60 mila auto al giorno.

Anche il Progetto Fori fu una conseguenza del Sessantotto
Una conseguenza del Sessantotto fu certamente, nel giugno del 1974, la schiacciante vittoria del “no” nel referendum per abolire la legge sul divorzio. Ancor più sorprendente nelle elezioni amministrative del 15 e 16 giugno dell’anno dopo fu l’avanzata del Pci nelle maggiori città italiane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Cosenza. A Roma la svolta avvenne il 20 e 21 giugno del 1976, quando il Pci guadagnò più del 35 per cento dei voti. Fu eletto sindaco Giulio Carlo Argan, insigne storico dell’arte, fortemente voluto dal segretario della federazione comunista Luigi Petroselli. Per Roma una novità epocale.
Con Argan, il Campidoglio si libera dai sordidi legami con la proprietà fondiaria che avevano caratterizzato le precedenti amministrazioni con la mezza dozzina di sindaci, sempre democristiani (da Salvatore Rebecchini a Clelio Darida) che si erano succeduti dal 1946 al 1976. La manifestazione più vistosa del vento di novità che attraversa la capitale fu l’estate romana, inventata dall’assessore alla cultura Renato Nicolini, che esplose nell’estate del 1977 e, proprio quand’era più cupa la stagione del terrorismo, convinse i romani a reagire, a uscire di casa, a stare insieme.
Per farla breve, esistevano a Roma tutte le condizioni perché prendesse corpo il Progetto Fori. La storia comincia il 21 dicembre del 1978 quando i giornali pubblicarono una dichiarazione del soprintendente archeologo Adriano La Regina sulle drammatiche condizioni dei monumenti corrosi dall’inquinamento. Per alcune opere i danni erano gravissimi e irreversibili. In verità, già da alcuni anni a Roma si discuteva del disastro dei beni archeologici, dell’inettitudine delle autorità e delle responsabilità politiche. Ma la dichiarazione del soprintendente introdusse per la prima volta una diretta connessione fra l’area archeologica centrale e l’assetto urbanistico della città.
La cronaca dei primi passi dell’operazione e dell’interesse che riscosse in Italia e all’estero è raccontata da Italo Insolera e Francesco Perego nel libro Archeologia e città. Storia moderna dei Fori di Roma dove sono raccolti i documenti, le testimonianze e le immagini fondamentali dell’area archeologica centrale, delle proposte e delle trasformazioni realizzate dal 1870 al 1983.
All’inizio, protagonista indiscusso è il soprintendente La Regina che con determinazione inconsueta nella burocrazia ministeriale “impedisce che il tema passi nel campo del deja vu martellando la scena romana con richiami talvolta ripetitivi, certamente efficaci”. La Regina torna sul tema il 21 aprile del 1979, invitato in Campidoglio dal sindaco Argan per le celebrazioni del 2732° anniversario della fondazione di Roma. Il soprintendente formula per la prima volta l’ipotesi della chiusura della via dei Fori. Dopo aver ripetuto che il centro storico di Roma non può più svolgere indiscriminatamente tutte le funzioni amministrative, politiche, culturali, commerciali e abitative che lo soffocano propone la soppressione della via dei Fori Imperiali, nel tratto tra piazza Venezia e lo sbocco di via Cavour, “al fine di restituire unità al complesso monumentale più significativo che esista, inutilmente sepolto dall’asfalto”. Non più guastati dalla strada che insensatamente li sovrasta, i Fori di Traiano, di Augusto, di Cesare, di Nerva, il Tempio della Pace possono essere trasformati in cinque sorprendenti piazze pedonali che tengono insieme passato e futuro. Per la prima volta i resti archeologici sono affrancati dalla secolare consuetudine di essere racchiusi in un recinto specializzato e vengono invece equiparati “ad altre parti storiche – medievali, rinascimentali, barocche – che la città non ha mai smesso di usare” (Insolera e Perego).
Con l’elezione a sindaco di Luigi Petroselli, quando Argan si dimette, il Progetto Fori occupa il centro del dibattito politico e culturale. Nei due anni che corrono dalla sua nomina (27 settembre 1979) alla repentina e prematura scomparsa (7 ottobre 1981) si raggiunge il livello più alto per l’urbanistica romana contemporanea. Il recupero dei Fori, che sembra a portata di mano, mobilita le migliori energie, raccoglie un consenso vastissimo che va dalle autorità di governo alla grande intellettualità internazionale, agli abitanti delle borgate che si stanno risanando.
Nell’ottobre del 1980 l’esordio del sindaco in materia di archeologia è lo smantellamento della via della Consolazione che da un secolo separava il Campidoglio dal Foro Repubblicano. Continua subito dopo con l’eliminazione del piazzale che separava il Colosseo dall’arco di Costantino e dal resto del complesso Foro – Palatino. Si ricostituisce così l’unità Colosseo – Foro Romano – Campidoglio e la continuità dell’antica via Sacra. E il Colosseo non è più uno spartitraffico.

Accorciare le distanze, di tempo e di spazio
La chiusura domenicale al traffico della via dei Fori comincia il 1° febbraio del 1981 e continua nelle domeniche successive. È una festa popolare, alle visite guidate organizzate dal Comune, prendono parte migliaia di persone. Il clima è lo stesso dell’Estate Romana, ma le domeniche pedonali sono soprattutto un elemento decisivo della strategia del sindaco di unificazione della città realizzata conferendo a un progetto urbanistico e archeologico anche uno straordinario valore aggiunto di natura sociale e democratica. La romanità, cioè il rapporto con l’antica Roma, non è più competenza esclusiva per studiosi e ceti benestanti e benpensanti, ma parte essenziale dell’esperienza quotidiana della cittadinanza romana. Un’unificazione che è l’esatto contrario dell’omologazione consumistica denunciata dal Pier Paolo Pasolini, non l’annullamento delle differenze, non la rinuncia alle radici e alla storia, ma un intento autentico e primario di uguaglianza.
A favore del Progetto Fori sono i quattro quotidiani a maggiore diffusione a Roma, che diventano anzi protagonisti dell’operazione: Corriere della sera, l’Unità, Paese sera, Il Messaggero, il cui direttore Vittorio Emiliani scende in campo personalmente.
Il consenso al sindaco è ormai vastissimo. Nel marzo del 1981 concludendo la seconda conferenza urbanistica cittadina, Petroselli dichiara che non c’è nessun contrasto tra la via dei Fori imperiali e la periferia romana, “si può partire da via dei Fori imperiali, come si sta facendo, per andare al Forte Prenestino, negli altri luoghi storici della città e concorrere al programma di difesa dei monumenti, ma soprattutto quello che accade e che vogliamo che accada è che non solo il tempo di percorrenza, ma il tempo mentale e il tempo culturale si accorci tra via dei Fori imperiali e la periferia, tra la periferia e via dei Fori imperiali”.
“Accorciare le distanze” è la sintesi del pensiero di Petroselli che si concretizza nel progetto Fori. Accorciare le distanze fra i tempi della storia, fra centro e periferia, fra borghesia e ceti popolari. I romani comprendono e apprezzano l’impegno del sindaco. Alle elezioni comunali del giugno 1981, il Pci raggiunge il 36 per cento dei consensi, meglio che nel 1976, risultato mai più raggiunto.
Ma il 7 ottobre del 1981, Petroselli improvvisamente morì, a quarantanove anni, mentre parlava al comitato centrale del Pci. E con lui finirono il Progetto Fori e tutte le cose che aveva cominciato a fare per Roma.
Cederna scrisse su Rinascita dello “scandalo” di Petroselli: lo scandalo di un sindaco comunista che aveva capito, a differenza di tanti anche autorevoli storici e intellettuali, l’importanza del passato nella costruzione del futuro di Roma.

Declino e fine del Progetto Fori
Con la morte di Petroselli opportunismo, buonsenso, prudenza, avvolsero lentamente il progetto. I tempi si prolungarono all’infinito. Il successore Ugo Vetere non smentì mai il programma di Petroselli, ma ne rallentò il passo. Decisamente contrari Cesare Brandi, Giuliano Briganti e Federico Zeri. Su la Repubblica Cederna è isolato e le pagine culturali sono in prevalenza occupate da chi contrasta il nuovo assetto dell’area archeologica centrale.
Con le elezioni del 1985 la sinistra fu sconfitta e al comune tornarono democristiani e socialisti. Non serve il resoconto delle estenuanti procedure che insabbiarono il progetto. Una ripresa della discussione ci fu nel 1989, quando Cederna, deputato della Sinistra indipendente, promosse il suo noto disegno di legge “per la riqualificazione di Roma capitale della Repubblica” (nell’anno successivo approvato con qualche modifica). Una legge rimasta del tutto inapplicata per entrambi gli aspetti che la qualificano, il Progetto Fori e lo Sdo (Sistema direzionale orientale), senza che nessuno l’abbia mai smentita.
Nel 1993, la sinistra tornò in Campidoglio con Francesco Rutelli sindaco. Dopo le amministrazioni Dc e Psi travolte dagli scandali e dall’azione della magistratura, doveva essere la grande occasione per riprendere le idee di Petroselli e le elaborazioni avviate in attesa di una nuova stagione dell’urbanistica romana. Ma la svolta non ci fu. Anzi Rutelli (che aveva firmato il disegno di legge Cederna) dichiarò che non sarebbe stata eliminata la via dei Fori. Come lui quasi tutti gli altri sindaci dopo Petroselli hanno continuano a evocare il Progetto Fori, ciascuno intendendo una cosa diversa, comunque mai mettendo in discussione la sopravvivenza della strada (con la sola eccezione di Ignazio Marino che rilanciò il progetto all’inizio della sua sfortunata esperienza).
Perché è successo questo? Certamente per la scomparsa di un sindaco dalla tempra eccezionale come Luigi Petroselli. Poi per la contrarietà di studiosi animati da storicismo esasperato, secondo i quali si deve conservare qualunque testimonianza del passato, anche del passato recente, sottraendola a rigorose valutazioni storico-critiche (un atteggiamento che in verità copre anche il fascismo sempre risorgente in una città come Roma). Ma l’archiviazione del Progetto Fori è stata determinata soprattutto dal tramonto di una politica sostenuta da partiti capaci di garantire l’esito di idee e proposte di valore strategico.
L’archiviazione era stata comunque burocraticamente formalizzata fin dal 2001 con la decisione della Soprintendenza ai beni architettonici di imporre un vincolo di conservazione sulla via dei Fori che da allora è tutelata al pari dei sottostanti resti dei Fori. La strada che Petroselli, La Regina, Benevolo, Cederna, Argan, Insolera consideravano un obbrobrio, di cui volevano cancellare la memoria, per il ministero dei Beni culturali è invece intangibile. A proposito del vincolo, Leonardo Benevolo scrisse sul Corriere della Sera che era “diventato illegale il disseppellimento degli invasi dei Fori di Cesare, Augusto, Vespasiano, Nerva e Traiano, che renderebbe percepibile ai cittadini di oggi uno dei più grandiosi paesaggi architettonici del passato. […] si è preferito Antonio Muñoz (lo sprovveduto autore di quelle sistemazioni) ad Apollodoro di Damasco, l’architetto dell’imperatore Traiano”. Poteva diventare un “sublime spazio pubblico”, si rammarica Benevolo, colto “da un sentimento di sconcerto e di rabbia”.
Appare inaudito il fatto che la via dei Fori sia diventata intangibile proprio quando non serve più come strada a seguito dei provvedimenti di Walter Tocci assessore alla mobilità che ha quasi azzerato il traffico per il quale è più che sufficiente la via Alessandrina (l’unica strada storica sopravvissuta allo sventramento fascista). A quasi un secolo dalla retorica della via dell’Impero di Benito Mussolini, resta il desolato paesaggio di tre inutili corsie per senso di marcia, come la Cristoforo Colombo.

Ho scritto prima che quasi tutti i sindaci dopo Petroselli hanno continuato a evocare il Progetto Fori, però ciascuno intendendo una cosa diversa, comunque mai mettendo in discussione la permanenza della via dei Fori Imperiali. Solo Virginia Raggi non può essere accusata di ipocrisia, credo che non abbia mai parlato del Progetto Fori. Ma ha attivamente operato per affossarlo definitivamente autorizzando la demolizione della storica via Alessandrina e decidendo di mettere i binari del tram sulla la via dei Fori.


Note.
Articolo scritto per la rivista Luoghi comuni diretta da Andrea Ranieri, in corso di stampa.

Il quarantennale sarà ricordato il prossimo 16 aprile da Adriano La Regina con una conferenza organizzata dall'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli. Su eddyburg vi terremo informati.
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