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EDDYBURG - LAVORI IN CORSO

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VENEZIA

venerdì 15 marzo 2019

Fine degli economisti matti e della crescita infinita?

I soloni liberisti dicevano che il paese stesse fuoruscendo da una crisi durata nove anni, e ricomin­ciavano a rumi­nare il più sorprendente principio socio-economico della nostra epoca: occorre un quid d’inflazione! 


I soloni liberisti dicevano che il paese stesse fuoruscendo da una crisi durata nove anni, e ricomin­ciavano a rumi­nare il più sorprendente principio socio-economico della nostra epoca: occorre un quid d’inflazione! Di quanto? 1,5 – 2 %. Siccome la domanda non poteva aumentare giacché la crisi perdurava (ve­dremo in seguito che molte fabbriche staranno chiudendo, mentre la produzione di automobili crollava del 20 %, dato per noi umani confortante), le oscure centrali economiche imponevano l’aumento dei prezzi di beni primari, specie gli alimentari; non solo la casalinga di Voghera lo notava immediatamente facendo la sua solita spesa. Le cose ne­ces­sarie e irri­nunciabili per la permanenza in vita si acquistano in ogni modo salvo sot­to­porle a una maggior attenzione riguardo al rapporto qualità prezzo.
Comprare comprare com­prare affinché la produzione corra. Schema vec­chio, formula elementare e appros­simativa che, mentre il whirl capitalism s’inceppa e i manovali della globalizzazione non riescono a ripararlo, è stato condiviso da spezzoni di una pseudo-sinistra acco­data ai mar­pioni della speculazione finan­ziaria e indu­striale. Mancanza di cultura, di idee, di fantasia, di risorse morali. Alli­nearsi ai cultori dello scambio ineguale? Ai maestri di altrui rovina? Non doveva, questa recessione, essere colta come occa­sione per ricominciare da capo, per pensare a un modello di società diverso da quello capi­talistico neoliberistico? Non solo socialmente ma econo­micamente insostenibile, se persino co­lossali aziende per­dono buona parte del valore azionario e i banchieri debbono rim­pol­parlo coi soldi dei risparmiatori. Esi­stesse un fantasma comunista dovrebbe denunciare l’il-lo­gica del consumare di più per produrre di più. E dovrebbe bollare con forza la menzogna diventata verità per cervelli alienati al consumismo: che l’aumento progressivo del Pil genera più ricchezza per tutti; quando statistiche sicure dimo­strano il contrario: più reddito e ric­chezza per pochi maggior gran­dezza del divario con chi non ne possiede, né dell’uno né dell’altra.

Enrico Berlinguer, dimenticato se non vilipeso dai dirigenti succedu­tigli (p.es. Piero Fassino), fu chiaroveggente a perorare au­sterità nei consumi, significando vigilanza verso lo spreco. Un bilancio diverso dagli obblighi fissati dalla commis­sione europea. Un’intesa per fondare una nuova sinistra popolare – non un partito tradizionale – do­vrebbe ri­partire dal suo pensiero e proporlo accanto a ela­borazioni contestatrici del concetto di cre­scita confusa con lo sviluppo. Carla Ra­vaioli, l’intransigente studiosa da me ricordata con un articolo nel numero di giu­gno 2017 del bimestrale «il nova­rese» («Crescita» ingannevole, guerra dominante), irri­ducibile accusatrice del ca­pitalismo, spiegava in ogni contro­versia: cre­scita con­cerne le merci e il reddito, sviluppo deve rife­rirsi a tutti i fattori di umanizzazione delle risorse.

Come non vedere che esistono pen­sieri e proposte su economia e società diversi dal dogma ricusabile per iniquità? La decrescita o a-cre­scita, la prospettiva anticonsumi­stica, socialitaria e umanistica, che non appartiene solo al modello di Serge Latouche, potrebbe assicurare essa la soste­nibilità. La sconcertante acquiescenza del centrosi­nistra di un tempo verso l’ossimoro sviluppo soste­nibile era segno di ar­retratezza culturale, infine politica: si vide con quali con­seguenze. Perché non verificare le critiche di un Jared Diamond (Col­lasso. Come le società scelgono di vivere o di morire, 2005, Einaudi) e di tanti altri studiosi? Sembrano manifesto dei nostri gironi. Perché non libe­rarsi della suddi­tanza al liberismo propu­gnando idee e progetti per una di­versa econo­mia, punto di partenza per deviare la rotazione del mondo?

In questo mo­mento (1 febbraio 2019), quasi fossero chiamati a gran voce da noi l’Istat annuncia i numeri della recessione eco­nomica giacché il Pil sarebbe diminuito di 0,2 % dopo un precedente calo di 0,1. Come un segnale di pentimento lanciato dalla dea olimpica Ate, personificazione dell’errore, dice agli umani incorrotti: cogliete l’occasione! Se parliamo di cambiamento, locuzione sproloquiata troppo spesso dagli attuali governanti, noi vecchi sappiamo che rispetto a 60-70 anni fa la spe­ranza socialista è diminuita fino a ridursi, con i nuovi potentati al governo, al sogno infantile come dell’idiota dostoevskiano. 70 anni vuol dire 1948, ossia la sconfitta del Fronte popolare. Ma si ricomin­ciò subito con lena. Socialisti e comunisti, con l’apporto di Unità Popolare (che riviveva la Resistenza) vinsero nel 1953 la batta­glia contro la «legge truffa». La legge elettorale nazionale d'oggi è assai peggiore, idem le re­gole (circa venticin­quennali) per le elezioni locali che hanno ridotto i Consigli a ritrovo di sudditi dei dittatori sindaci e presidenti, con le giunte imbottite di «chiamati»; da un lato i consiglieri di maggioranza gratificati, dall'altro i frustrati. Ep­pure allora si risalì la china a partire dai Comuni. La dimensione ricostituita della sinistra costrinse la Democrazia cri­stiana a trattare, di qui le conquiste sociali che adesso le destre vorrebbero ridiscutere o abolire. Non intendo rac­contare come i nonni ai nipo­tini, preferisco saltare tutti i passaggi di una storia politica che a un certo punto ha pro­dotto un Berlu­sconi, poi il saltapicchio di Rignano sull’Arno, e oggi gridare «al fuoco al fuoco», all’incendio che po­trebbe ridurre la democrazia in ce­nere.

In ogni frangente del secolo breve e all’avvio del nuovo millennio ho cercato di conservar memoria delle parole: sin­goli vocaboli che all’improvviso provenivano da qualcuno o da qualche partito o sindacato o movimento sociale, ridondavano, scadevano nell’abuso, sparivano nel gorgo della miscela linguistica. Torniamo a: cambiamento. Nella mente degli attuali governanti, stando ai fatti e ai propositi dichiarati significa da un lato razzismo al potere, dall’altro riciclaggio di bandiere come stracci social-fascistoidi. Attenzione, anche il bravo Maurizio Landini, nuovo segretario della Cgil, è inciampato nella parola, l’ha esaltata anche lui come obiettivo del movimento sindacale. Vedremo cosa rappresenterà il «cambiato». Spero in una ripresa della battaglia dei perdenti di quest’epoca sul fronte di lotta della classe mondiale ricca e padrona contro la classe operaia e la parte a minor reddito della classe me­dia.

È Henri Le­febvre – finalmente ristampato nel 2014 Il diritto alla città, ed. orig. 1968, nota finale «Parigi 1967 (Centenario del “Capitale”)», Marsilio 1970 – lo stu­dioso francese pre­parato in diverse discipline, uomo totale simile alla figura ipotiz­zata nel suo modello di cam­biamento, a offrirci il senso più veritiero del termine. Direbbe Marx: i filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di tra­sformarlo. Così, per Lefebvre, occu­parsi del quotidiano signi­fica cambiarlo, liberan­dolo dagli elementi che rendono la vita mediocre, soffocante e banale. È dunque necessario aggiungere ai concetti essenziali marxiani: il quotidiano, il tempo e lo spazio sociale, la tendenza verso un modo di produzione orientato dallo stato.

Il diritto alla città secondo Lefebvre non esprime semplicemente la rivendicazione di bisogni essenziali. «Esso si configura piuttosto come una qualità specifica dell'urbano, che comprende l'accesso alle risorse della città e la possibilità di sperimentare una vita alternativa alle logiche e ai processi di industrializzazione e di accumulazione del capitale», così Anna Casaglia nell’introduzione della ristampa odierna. Ugualmente, Cesare Bairati nell’introduzione del I° maggio 1970 scriveva: «Questo diritto […] non può che formularsi come diritto alla vita urbana trasformata dal superamento delle leggi del mercato, del valore di scambio, del denaro, del profitto. I fatti economici – anche se permarranno – non saranno più degli obiettivi ma dei mezzi. I nuovi obiettivi saranno valori intellettuali culturali, affettivi, spirituali […]. L’homo economicus si rivelerà solo una parte dell’homo sapiens». Il luogo di questa possibilità sarà «la società urbana, la città intesa come opera continua dei cittadini, come valore d’uso, tempo e luogo della gioia».

Il cambiamento investe in pieno l’urbanistica: riformarla comporta «una teoria integrale della città e della società urbana, alla definizione della quale» dovranno concorrere «filosofi, urbanisti, scienziati, artisti e proletari». In definitiva, Lefebvre si rivolgeva a tutti noi e noi lo abbiamo ascoltato, ma quale breve tratto della strada indicata abbiamo percorso. Oggi dobbiamo ricominciare approfittando delle crepe che sembrano moltiplicarsi nell’edificio del tardo capitalismo (o sono abbagli?). Il suo messaggio resta il medesimo (dopo mezzo secolo): «Il nostro principale compito politico consiste nell'immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall'orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente».

Il soggetto sociale trascurato anzi sprezzato in Italia da tutti i governi e dalle opposizioni (anche nella campagna per le elezioni del 4 marzo 2018) su cui dobbiamo pattuire un im­pegno quotidiano dell’immaginabile «nostra» sinistra è la scuola, dagli asili nido all'università. Le varie riforme proposte nei decenni scorsi erano false, privatiste, confessio­nali. Ne cito una (2017) disegnata da Veltroni per cadere in un fallo imper­do­nabile. Credendo di ren­dersi gradito a certi poteri locali opportunistici e trafficoni promise 100 (100!) nuove università sparse sul territo­rio nazio­nale. Come se non conoscesse l'ec­cesso di prolife­razione clientelare delle sedi. Quando sono piccole quindi prive di strumenti moderni non possono istituire ambiti seri di ricerca, né quadri didattici coerenti a una cultura com­plessa. Intanto la condi­zione universitaria dell'esistente è rimasta in fondo alla classifica europea, salvo poche eccellenze bilanciate da diffuse inferiorità. La di­dattica sopperi­sce alla mancanza di pro­fessori e ricercatori di ruolo con insegnanti improv­vi­sati, assegnatari annuali di «contratti di diritto pri­vato» (economicamente mi­seri); la ricerca - lo sanno tutti - è in crisi da de­cenni per mancanza di finanziamenti ade­guati. Quando iniziò un’emigrazione di ragazzi e ragazze cólti e atti a studi di alto livello, politici e rettori parvero sorprendersi. Non capi­vano, non capiscono: poiché non compiono mai indagini serie sulle effettive condizioni della generalità e delle sedi. Eppure ogni membro della classe dirigente potrebbe influire sulla costitu­zione nel bilancio nazionale di risorse finanziarie per la ricerca e l’educazione universi­taria che non li svergo­gnino per la loro esiguità.

Intanto l’insegnamento primario, secondario e superiore non si libera dei lacci imposti al rapporto scuola pub­blica / scuola privata (per lo più confessionale); quest'ultima continua a incassare ri­sorse tolte alla prima. La laicità è in crisi in ogni settore, nella scuola, come nell'altro grande servizio sociale pri­mario, la sanità (SSN), è sulla difen­siva; non decolla verso nuove mete nei primi gradi, anzi recede a causa della disperazione degli inse­gnanti. Il Partito democra­tico era pieno di papisti e di presunti laici cosiddetti fedeli, non potette mai schiodare dall'as­sito su cui è ben fissato il privilegio degli istituti pri­vati e delle famiglie borghesi che ne godono. Attorno alla scuola, che ra­dunerebbe a sé tutte le altre questioni, la nuova sinistra dovrebbe mobilitarsi al massimo secondo una ritrovabile autonomia culturale, rifondata impiegando le infinite risorse dell’opera di Marx riguardo a altrettanti aspetti del cambiamento sociale

Obiettivi iniziali della rivoluzione scolastica: riduzione a zero degli analfabeti di ritorno; dote minima di istru­zione per la to­talità dei cittadini di­ploma di scuola media di secondo livello, ossia studio nel quinquennio di uno dei licei tematici; ma, in questi, riconsiderazione dei piani di studio iniziando dagli squilibri disciplinari e sot­trazioni culturali provo­cati brutalmente dalla cancellazione di culture unificanti per dare troppo spazio alle specializ­zazioni (vedi la cancellazione o il ridimensionamento della geografia e l’abolizione della storia agli esami di maturità). Dal raggiun­gimento di questi obiettivi deriverà un decisivo aumento degli studenti universitari, infine una proporzione di laureati almeno uguale a quella degli altri paesi europei e, in prospettiva, maggiore. Un primo passo, forse meramente statistico incurante delle arretratezze reali, ma non solo questo. L’aumento delle frequentazioni disciplinari e culturali (scientifiche e umanistiche) richiederà necessariamente una riorganizzazione non burocratica degli studi.


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