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8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale

8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale
In migliaia contro questo modello di sviluppo che sta devastando l'habitat in cui viviamo. Contro le grandi opere inutili e dannose; l'inquinamento dell'aria; la contaminazione di acque e suolo da processi industriali; gli inceneritori, le politiche sui rifiuti e l'ecomafia che ci specula; il consumo di suolo; le grandi navi; i gasdotti e la dipendenza dai fossili; la sottrazione di beni comuni; le antenne militari; l'erosione della democrazia; il prevalere del profitto di pochi sul benessere di tutti. Non solo per la difesa dell'ambiente, della salute, dei territori, ma per un inversione di rotta (i.b.)

INVERTIRE LA ROTTA

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DAI MEDIA

domenica 18 novembre 2018

Eddy. Riflessioni su Venezia

Nell'ultimo capitolo del libro di Francesco Erbani “Non è triste Venezia", edizioni Manni, si raccontano le riflessioni, i punti di vista e le emozioni di Edoardo Salzano, che dagli anni Settanta del secolo scorso ha deciso di vivere a Venezia, dove ha insegnato ed è stato assessore dell'urbanistica. (p.d.)


Ora che camminare gli costa tanta fatica, quando non siede alla scrivania davanti al portatile e se non è impegnato ad aggiornare eddyburg, il sito che ha preso il suo nome, Eddy Salzano trascorre parte della giornata in poltrona con le gambe allungate su uno sgabello. Di fronte, oltre una porta a vetri, c’è un canale, il rio di Santa Margherita, e al di là del canale la fondamenta del Malcantòn. Contemplare l’acqua che scorre lentamente, senza l’ansia del moto ondoso, rasserena, come quando si guarda il fuoco che brilla in un camino. E se punta il cancello in ferro battuto che si apre sulla riva opposta, scrutando le abitudini di un signore inglese che salta su una canoa e se ne va vogando in canale, Eddy ricorda James Stewart in La finestra sul cortile.

Ma qui, alle spalle di campo Santa Margherita, non ci sono assassini da denunciare. Né voyeurismi da coltivare. C’è una Venezia quotidiana, rilassata e senza eccessi che rinnova in Eddy il gusto dell’osservazione, che è stato, ed è, un requisito indispensabile del suo mestiere di urbanista, il quale disegna, o anche solo immagina, una città a partire da ciò di cui le persone hanno bisogno, di che cosa fanno, di come si muovono e di quali relazioni intrattengono fra loro. «Ho sempre detto ai miei alunni che la città non è un aggregato di case, ma la casa di tutti»: gliel’ho sentito ripetere più volte e ora una volta di più. Lui parlava della città in generale, ma difficile non pensare che valesse per Venezia. Come pure il suo seguito: «L’urbanistica non è solamente una tecnica, ma un mestiere che impone di occuparsi dei tre aspetti racchiusi nella parola città: urbs, la città come ambiente fisico, civitas, la società che quell’ambiente vive, polis, il governo di quell’ambiente».

Eddy Salzano, classe 1930, sei figli, maestro nella sua disciplina, autore di libri tuttora fondamentali per chi ad essa si avvicina e anche di saggi di schietto impatto politico, professore e poi preside allo Iuav, fondatore, animatore e direttore del più seguito e autorevole sito che si occupi di città, territorio, urbanistica e ambiente, eddyburg, appunto, è stato assessore comunale a Venezia per dieci anni, dal 1975 al 1985, nelle giunte di sinistra guidate dal socialista Mario Rigo. Di quel periodo, lui che non è veneziano, conserva tante cose realizzate, tante conoscenze e anche gli insegnamenti che Venezia gli ha trasmesso e che hanno influenzato il suo punto di vista sul modo d’essere di una città e talvolta lo hanno anche modificato. Ne parleremo durante la chiacchierata che gli ho chiesto.

La casa di Eddy è a piano terra, ci si arriva varcato un portale di forme gotiche e attraversata una corte. Un tempo qui aveva il magazzino uno dei più stretti collaboratori dell’architetto Carlo Scarpa, Eugenio De Luigi, un artigiano abilissimo nel realizzare un particolare rivestimento parietale, il grassello, tanto apprezzato e ricercato da Scarpa. Prima che approdasse qui, Eddy abitava a due passi dall’Accademia. Segno di riconoscimento della sua casa era la bandiera arcobaleno, simbolo pacifista, che pendeva da una finestra. Ora nel portone che si apre sul canale è affisso un vessillo del comitato No Grandi Navi. Nella città lagunare Eddy, vezzeggiativo di Edoardo, è arrivato nel 1974. E da Venezia non è più andato via, salvo i periodi trascorsi a Kigali, la capitale del Ruanda, insieme a Ilaria, la sua compagna, che lì ha un insegnamento universitario. Due i motivi che lo avevano portato a Venezia: un incarico universitario propostogli da Giovanni Astengo, a sua volta maestro per generazioni di urbanisti; e la richiesta di Gianni Pellicani, allora dirigente comunista in città, di aiutare l’amministrazione a dirimere una questione di tecnica urbanistica abbastanza ingarbugliata.

Eddy faceva politica nella capitale da tempo. Era comunista e consigliere comunale. Scriveva per l’Unità. La sua matrice culturale era quella di Il dibattito politico e della Rivista Trimestrale, i periodici che raccoglievano le raffinate e anche cerebrali riflessioni di Franco Rodano, Claudio Napoleoni e di altri eminenti intellettuali comunisti provenienti da esperienze di vita e da un credo cattolico. Li chiamavano i cattocomunisti. A Roma era arrivato nel 1952 da Napoli, dove era nato e dove l’infanzia e l’adolescenza erano trascorse in una bellissima casa su corso Vittorio Emanuele e frequentando gli ambienti nobiliari cui la sua famiglia era legata. Suo nonno era Armando Diaz, il generale che ricostituì l’esercito italiano dopo Caporetto, che organizzò la resistenza sul Piave e condusse alla vittoria finale nella prima guerra mondiale. Eddy non lo conobbe, però, perché morì due anni prima che lui nascesse. Dalla famiglia e da quella Napoli, così come lui stesso le racconta, credo abbia ereditato un umorismo garbatamente tagliente e una certa fierezza di sé.

Ho scelto lui per chiudere questo viaggio veneziano perché, non immerso nella cronaca cittadina, Eddy riesce a raccordare il recente passato e il futuro prossimo di Venezia in maniera diversa da chi è coinvolto attivamente nel presente. Possiede uno sguardo vigile, al tempo stesso più dentro le vicende della città e più distante da esse. L’ho scelto anche perché la sua cultura gli detta una propensione a stringere in poche immagini, assai limpide, questioni complesse e a farne emergere l’essenza. Pochi tratti gli bastano per collocare un dettaglio di tecnica urbanistica dentro una scena in cui agiscono la storia e la politica e quel dettaglio si spoglia del proprio gergo e acquista un di più di senso che spiega tanti passaggi, illumina zone d’ombra, coglie la sostanza.

Inoltre lui ha scelto Venezia. E di mestiere fa, appunto, l’urbanista, coniugando una disciplina già di per sé orientata a individuare e a mettere in evidenza gli interessi di tutti con la storia di una militanza radicale. Il sito di eddyburg (cui prestano le loro cure Ilaria Boniburini, Paolo Dignatici, Maria Pia Robbe, Mauro Baioni e altri ancora) ha una sezione dedicata a Venezia che ospita una documentazione imperdibile. Trasparente e orientata, comunque necessaria a chi voglia conoscere la città. Compresi i posti in cui mangiare bene senza farsi turlupinare. Cominciamo a chiacchierare che è mattina. Ho con me il registratore, ma preferisco prendere appunti. Fuori il cielo si è scurito. E anche l’acqua nel canale. Nonostante questo i nostri sguardi sono catturati dai cupi bagliori che la luce di fuori emette. I bollettini annunciano neve. E infatti i primi deboli fiocchi prendono a scendere. Ma l’oggetto più attraente è un grande fotopiano di Venezia commissionato negli anni di assessorato come analisi preliminare di ogni iniziativa urbanistica e affisso a una parete del lungo corridoio che dall’ingresso arriva alla porta a vetri sul canale. Non è solo un omaggio alla città che a un certo punto è diventata la sua: la smisurata cartografia, che coglie Venezia dall’alto, in una foto aerea, sembra un oggetto da scrutare, da consultare ogni volta che gli si passa di fronte, e anche da tenere inquadrato per un po’, cercando di acquisire la lezione che emanano quel groviglio di calli e di canali, quelle coperture dalle forme inusuali, quegli inattesi spazi.

Caro Eddy, gli chiedo, che cos’è per te questa incombente e seducente immagine di Venezia? «Intanto è uno strumento tecnico, in scala 1:500. Serve per la conoscenza esatta delle strutture fisiche della città e da lì occorre partire per definire regole di trasformazione e di conservazione. Era il primo passo di una procedura urbanistica: dalla conoscenza al governo. Ma quando vedemmo le tavole montate, un pannello di 7 metri per 10, Edgarda Feletti e io - Edgarda è un’architetta che dirigeva il settore Centro storico nel mio assessorato - rimanemmo a bocca aperta».

Agli occhi di Eddy quell’oggetto aveva una sua specifica bellezza. «Mi ha fatto capire», aggiunge, «che Venezia è un’opera d’arte nel suo insieme, al di là della bellezza delle sue parti. Anzi, il tutto è più bello della somma delle sue parti. Quella bellezza, che andava oltre l’utilità, non poteva restare nascosta. Scrissi allora a una ventina di editori proponendo che pubblicassero il fotopiano. Si fece avanti Marsilio. Nacque così l’Atlante di Venezia che fu tradotto e pubblicato anche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia». Ma non c’era solo la bellezza, c’era qualcosa di più attinente alla disciplina urbanistica. «Qualcosa di analogo a quel che ti dicevo della bellezza. Non siamo di fronte a un insieme di oggetti unici, ma al prodotto di un sistema di regole. Qui si esprime la grande sapienza nel conservare la forma e la sostanza dell’acqua».

Questo ci dice molto anche della storia costruttiva di Venezia. «Indubbiamente. Il processo produttivo e materiale di Venezia è uno degli episodi più stupefacenti ed esemplari di tutta la storia urbanistica. Colpisce l’ambizione dei veneziani della Serenissima ad avere il controllo sull’intero ciclo costruttivo. Serve il legno per le fondazioni e per le galee? Si cercano in terraferma i boschi, si conquistano e, se non ci sono, si impiantano».

Mi pare un modello poco seguito in altri casi. Dunque non si può parlare di un modello. «Non sono d’accordo. È vero che non si edificavano così la gran parte delle città. Ma sono convinto che invece si tratta di un modello replicabile, perché insegna a partire da quello che c’è, umilmente. E non uso questo avverbio a caso: umilmente viene da humus, la terra. I veneziani partono umili e diventano orgogliosi».

A questo punto nel quaderno dove ho annotato le questioni da porre, occorre il tema dell’unicità di Venezia, un tema che si ripropone nella storia della città: c’è chi vuole preservarla a ogni costo, l’unicità, chi invece vuole annullarla in nome di un’omologazione necessaria. Tu da che parte stai? La domanda è troppo secca, Eddy prende il tempo necessario per una risposta argomentata: «L’omologazione non è sempre un evento negativo. Dipende molto dalla relazione che si instaura fra i luoghi, le persone e le loro scelte. L’omologazione comincia nella testa delle persone. Si può decidere di vivere in un posto in cui le connessioni sono lente oppure prediligere un luogo in cui queste procedono rapidamente. In entrambi i casi avremo delle conseguenze. Si tratta di stabilire quali conseguenze prediligiamo, se una vita a ritmi poco sostenuti o se vogliamo il moto ondoso. A Venezia e in Laguna fino a non molti decenni fa si navigava solo a remi, eccetto che per i mezzi pubblici, i vaporetti, introdotti a fine Ottocento. Poi si è consentito l’uso dei motori. E da allora sono iniziati i problemi».

Il moto ondoso qui, nel rio di Santa Margherita, sembra oggi un affare lontano, ma è la neve che rallenta tutti i ritmi. Quando questi si fanno frenetici, anche dalla porta a vetri di Eddy si vede lo scroscio dell’acqua sulle rive. «Problema non da poco per la Laguna e per l’edilizia veneziana», aggiunge Eddy. «Si poteva scegliere di fare altrimenti? Si poteva evitare che Venezia diventasse una città come le altre dal punto di vista della mobilità? Non darei una risposta secca. Forse si poteva graduare l’avvento dei motori, limitarlo, contenerlo, evitando la disastrosa situazione di oggi».

Insisto sul quesito dell’omologazione, perché questo si pose, già nel corso dell’Ottocento, a proposito dello sviluppo industriale. «Con la fine della Repubblica, per molti politici, opinionisti, intellettuali Venezia deve diventare una città come le altre sia ospitando industrie sia stravolgendo il suo impianto urbanistico. Ciò accade lungo l’intero Ottocento con un incremento nella parte finale del secolo. Quasi a metà dell’Ottocento vengono realizzati il ponte e la stazione ferroviaria, Venezia non è più un’isola e l’accesso alla città non è più distribuito, ma concentrato in un’unica direzione. Direzione che verrà poi confermata con la realizzazione di via Vittorio Emanuele, subito battezzata Strada Nuova, che dalla stazione porta a San Marco. È un asse viario analogo a quelli che si aprono in altre città nella seconda metà dell’Ottocento. Queste vicende sono state ampiamente studiate da storici come Giandomenico Romanelli e le leggiamo in uno dei volumetti di “Occhi aperti su Venezia”, Delendae Venetiae, scritto da Massimo Favilla. Delendae Venetiae riprende il titolo di un celebre articolo di Pompeo Gherardo Molmenti che, nel 1887, sulla Nuova Antologia si scagliava contro le trasformazioni in atto».

Eddy s’interrompe, forse lo sto stancando. Invece sta solo raccogliendo le idee. Le trasformazioni per rendere Venezia una città come le altre sono la spia di una storia che va allargata. «Venezia doveva svolgere un ruolo funzionale al sistema di produzione capitalistico. Sorsero insediamenti industriali a Sant’Elena, il Mulino Stucky e altri impianti alla Giudecca, il Cotonificio a Santa Marta nei pressi della nuova Stazione Marittima, edificata nel 1883. Si praticarono, come a Roma o a Napoli, gli sventramenti e così nacquero il bacino Orseolo, dietro a San Marco, la strada dei Santi Apostoli, il campo Manin, la via XXII marzo. Si interrarono rii e si procedette con imbonimenti, sottraendo superficie alla Laguna. Come documenta Gigi Scano nel suo Venezia: terra e acqua, una commissione municipale avrebbe voluto procedere ancor più radicalmente di quanto in effetti si fece. L’importante, scrissero i commissari, è che si conservasse il “carattere pittoresco” della città. Per il resto, Venezia poteva, anzi doveva diventare simile a tutte le città moderne. Una delle conseguenze fu che l’acqua, da insostituibile risorsa, venne percepita come un ostacolo da superare».

L’industrializzazione di Marghera, nel 1917, rappresenterà poi un evidente salto di scala. «Certo. Venezia, non più isola, vedrà spostato il proprio baricentro verso la terraferma e dunque la sua diversità subirà un’ulteriore limitazione. Io credo però che sarà il turismo a cancellare la specificità di Venezia, sia perché la città entrerà in un circuito globale, con regole che non tollerano eccezioni e che non sarà lei a fissare, sia perché il turismo modificherà il tessuto cittadino».

Interrompiamo per un attimo. Di questo torneremo a parlare. Ma nelle vicende novecentesche di Venezia a un certo punto s’innesta la storia personale di Eddy. Ed è sulla sua voce di dentro che vorrei fermarmi. Metà anni Settanta: arriva a Venezia ed è subito impegnato nella vita politica e amministrativa della città. «A Venezia come in altre città nel 1975 vince la coalizione di sinistra, Pci-Psi. Sindaco sarebbe dovuto diventare il comunista Gianni Pellicani, che invece fu retrocesso a vice del socialista Mario Rigo. La decisione fu presa a Roma e teneva conto del quadro nazionale, ma le leve del governo erano in mano a Pellicani. Io entrai in giunta. Partii con una serie di propositi, ma con il trascorrere del tempo, quasi alla fine del primo mandato, mi accorsi che erano impraticabili e devo a due persone, che ho già citato, Edgarda Feletti e Gigi Scano, il merito di avermi messo sulla giusta strada».

Vale a dire? «Occorreva puntare direttamente sulla pianificazione del centro storico adottando lo strumento culturale dell’analisi tipologica, di cui Feletti e Scano si erano impadroniti, ma che io, con una formazione più accademica, non conoscevo a fondo. Venezia e l’esperienza sul campo mi fecero cambiare prospettiva disciplinare e mi convinsero dell’efficacia di quel sistema di interventi messo a punto sulla base dell’insegnamento di Saverio Muratori e dei suoi allievi, Paolo Maretto e Gianfranco Caniggia, e già praticato per esempio a Bologna da Pier Luigi Cervellati, che consisteva nell’individuare i tipi edilizi, i modelli adottati nel costruire la città storica. Quei tipi edilizi, a Venezia come altrove, erano in numero limitato. Nel procedere al risanamento della città storica occorreva conservare queste caratteristiche urbanistiche e strutturali originarie, assicurando che le nuove funzioni, pur aggiornate e diverse da quelle di un tempo, fossero comunque in coerenza con esse». Qualcosa di specifico emergeva dall’analisi compiuta a Venezia. Di specifico, forse di unico. Non di anomalo. «Le regole costruttive veneziane restano inalterate e vengono adoperate uguali a sé stesse per secoli. Sono regole costruttive omogenee all’ambiente e alle condizioni che questo detta: in primo luogo l’acqua e il suo rapporto con la terra».

Eddy si volta verso il fotopiano, cerca e dopo un po’ trova campo San Polo. Lo indica e con il dito ne traccia il perimetro. «Ecco, vedi, mi ha sempre commosso la forma di campo San Polo, il fatto che un lato di esso segua esattamente il tracciato dell’antico canale. È il canale che detta la forma del campo. È l’acqua che orienta la forma della città tutta. E mi ha commosso il modo in cui i veneziani della Serenissima hanno voluto conservare nella forma materiale della città la memoria della sua storia». Dunque si può dire che Venezia abbia modificato il tuo senso di orientamento urbanistico? «Sì, si può dire».

Venezia in quegli anni Settanta manifestava già segnali dei problemi che l’avrebbero afflitta. Sia il calo dei residenti, sia il turismo incontrollato. «I residenti erano diminuiti notevolmente. Nel dopoguerra gli abitanti della città storica erano 174.000. Dieci anni dopo calano a 167.000. Poi precipitano: nel 1965 sono 124.000 e nel 1975 arrivano a 104.000. Ma l’esodo di allora dipendeva in gran parte dal fatto che Venezia viveva da tempo in condizioni di degrado edilizio e di sovraffollamento abitativo. Questa situazione viene denunciata periodicamente lungo l’intero Novecento. Numerosi gli alloggi inabitabili, antigienici, spesso ai piani bassi degli edifici e dunque invasi dall’acqua. Se ne vanno da Venezia i nuclei familiari di reddito e di età media, quelli che possono accedere agli affitti o anche all’acquisto di alloggi in terraferma, ma non in grado di risanare appartamenti nella città storica. I fattori sono quindi oggettivi, anche se, come documenta Scano, è il solo mercato immobiliare a governare questi fenomeni. E c’è da aggiungere che l’esodo è più consistente di quanto non dica il saldo dei residenti che calano, perché dal 1952 al 1972 i circa 60.000 veneziani in meno sono il risultato di 130.000 persone che sono andate via meno i 70.000 che sono arrivati, con un mutamento sostanziale della composizione dei residenti. L’esodo di questi ultimi decenni è prodotto invece dalla pressione dell’economia turistica, i cui segnali si avvertivano già a metà degli anni Settanta. Ti segnalo poi un’altra differenza, quella fra l’esodo veneziano e l’esodo che si verifica in Italia da altri centri storici. Questo avviene per srotolamento: dal centro storico ci si trasferisce nei quartieri che diventano volta a volta prima periferici della città antica, poi periferici della stessa periferia. A Venezia, invece, lo sfratto è istantaneo, da una condizione urbana antica si passa a un’altra condizione urbana radicalmente diversa, quella di Mestre, al di là del ponte della Libertà, a una decina di chilometri di distanza».

L’alluvione del novembre 1966 ha mostrato quanto evidente fosse la precarietà del patrimonio edilizio veneziano. E dunque ha reso necessario intervenire nella città storica. «In realtà l’alluvione e il dibattito che ne è seguito hanno rivelato che il problema non era Venezia, ma la Laguna. La distruzione della Laguna è stata l’antefatto e la premessa alla distruzione fisica di Venezia. Pochi lo avevano compreso. Fra questi Lidia Fersuoch, Gigi Scano e Andreina Zitelli, che per strade diverse mi hanno fatto comprendere alcune cose essenziali. Che una laguna è cosa diversissima rispetto a un normale specchio d’acqua. È un ambiente ontologicamente instabile, in equilibrio temporaneo tra due destini: diventare un pezzo di terra ferma, o diventare una baia di mare. La seconda è che la Laguna di Venezia è l’unica al mondo restata tale per secoli, grazie alla saggia applicazione di cultura e lavoro al suo governo».

Quando e perché è avvenuto il cambiamento? «È stato contemporaneo al passaggio dall’ancien régime al sistema capitalistico-borghese, ed è stato causato dal prevalere di ideologie e pratiche che hanno visto storia e natura come ostacoli allo sviluppo, anziché come opportunità. La distruzione della Laguna è cominciata con la creazione del polo industriale di Porto Marghera, la realizzazione di canali rettilinei come le strade di terraferma, a cominciare dal Vittorio Emanuele fino a quello dei Petroli, che ha spaccato irreversibilmente la Laguna in due parti con effetti mortali per la sua conservazione. Ed è proseguita con la realizzazione di pesanti imbonimenti che hanno ridotto l’ampiezza della Laguna e quindi della sua capacità di assorbire le maree: basta citare la zona industriale, l’aeroporto di Tessera, la chiusura delle “valli da pesca” (i bacini utilizzati per l’itticoltura)».

Fu l’alluvione a rendere evidente tutto questo. «Rese evidente o aiutò a ricordare che Venezia è la sua Laguna. Perciò il Parlamento saggiamente decise di avviare un processo di pianificazione che aveva due capisaldi: un piano urbanistico per il territorio che gravitava sulla Laguna; e un piano per il centro storico. Col senno di poi devo riconoscere che in quegli anni pativamo un forte ritardo culturale. Eravamo prigionieri di una visione panurbanistica di come si governa un territorio. Non comprendevamo la differenza che c’è nel considerare la Laguna, dunque una porzione vasta del territorio, qualcosa da governare con le regole della pianificazione urbanistica oppure con regole del tutto diverse. Non avevamo capito che l’obiettivo da porsi era il ripristino dell’equilibrio ecologico del sistema lagunare. Quando però fui chiamato a Venezia non fu per occuparmi della Laguna, bensì del centro storico».

Qui potremmo addentrarci in dettagli troppo tecnici. Eddy capisce che mi perderei. «Dovevamo completare i cosiddetti “piani particolareggiati” del centro storico. Ma ci accorgemmo che erano assolutamente inadeguati a regolare le trasformazioni urbanistiche ed edilizie del centro storico veneziano. Iniziammo quindi a elaborare strumenti conoscitivi di due tipi: sulla struttura fisica e su quella economico-sociale. Ed è qui che si situa il fotopiano. Ma intanto le condizioni politiche erano mutate. Cominciano gli anni Ottanta, quelli della deregulation urbanistica, in cui chi parla di piani e di regia pubblica delle trasformazioni viene visto con sospetto. L’accento viene posto sul mercato. Sono anche gli anni in cui i socialisti guardano più alla Dc che non al Pci. In ogni caso andammo avanti proponendoci di realizzare un piano per la città storica. Raggruppammo le unità edilizie in una quarantina di classi sulla base dell’analisi tipologica di cui parlavamo prima. E per ognuna di queste classi definimmo le regole delle trasformazioni consentite e delle utilizzazioni compatibili. Poi lavorammo sul rapporto fra il piano e il tempo. Prevedemmo due livelli di prescrizioni, di regole. Uno lo definimmo strutturale e l’altro strategico: una parte del piano era fissa, invariabile, doveva durare nel tempo; un’altra, invece, aveva validità per la durata di un consiglio comunale e riguardava i cambiamenti che, in base a esigenze diverse, a valutazioni politiche, potevano essere introdotte trascorso quel periodo. Fissammo dunque un sistema di regole certe, valide per tutti, alcune immodificabili altre, invece, modificabili con un voto del consiglio comunale. Ma questo lavoro non approdò a conclusione entro quella consiliatura. Le elezioni del 1985 portarono a un cambio di maggioranza e alla mia uscita dall’assessorato. Nel 1987, però, si costituì un’amministrazione guidata dal repubblicano Antonio Casellati e assessore divenne il verde Stefano Boato. Con loro riprendemmo a collaborare Feletti, Scano e io, il piano fu portato a compimento e venne adottato da un’altra giunta ancora, nel 1992».

Al fondo di tutto, mi pare di capire, c’era un obiettivo politico. «Volevamo stabilire quali interventi erano ammissibili sugli edifici, a seconda della loro tipologia, e quali no, garantendo assoluta speditezza per i primi. Inoltre, come ti dicevo, si erano fatti preoccupanti l’esodo di residenti, la trasformazione di edifici in strutture ricettive di varia natura (alberghi, bed & breakfast, case vacanza) e il cambio di destinazione di molti negozi. L’economia turistica stava dilagando. E noi, per il primo periodo di applicazione del piano, nella parte strategica, prescrivevamo norme a tutela della residenza e di alcune specifiche attività economiche e commerciali. Ma da questo momento comincia un’altra storia, di segno radicalmente opposto, che a mio avviso spiega l’affanno della Venezia di oggi».

È una questione in effetti cruciale. Eddy ne parla in Memorie di un urbanista uscito dalla Corte del Fontego nel 2010. E molto si diffonde su di essa Gigi Scano in Venezia: terra e acqua. Provo a sintetizzare. Il loro piano, adottato dalla giunta, ma non ancora approvato dal consiglio comunale, viene successivamente modificato, lasciando maggiore libertà di intervenire sugli edifici, modificandoli, e sui cambi di destinazione d’uso, cioè sulle loro utilizzazioni. Eddy prende quasi a dettare: «Il primo atto della giunta di Massimo Cacciari, eletto nel 1993, consistette nella revoca di una delibera adottata dal sindaco Casellati che fissava limiti all’arrivo di negozi in contrasto con le caratteristiche di una città storica. A Venezia sbarcarono molti fast food. Poi si mise mano al nostro piano, accusato di voler imbalsamare la città e di scoraggiare gli investitori. Alle nostre regole fu sostituito un procedimento discrezionale che nei fatti lasciava la possibilità di consentire sia trasformazioni fisiche sia cambi di destinazione d’uso. Noi volevamo conservare un controllo pubblico su che cosa la città sarebbe potuta diventare. Si scelse invece di affidarsi al solo mercato. E così, non proteggendo la residenza, le abitazioni potevano diventare, con grande facilità, alloggi temporanei, alberghi e bed & breakfast e i negozi paninerie, bar e pizzerie a taglio. Cosa che in effetti è avvenuta. Le modifiche al nostro piano furono introdotte dall’assessore Roberto D’Agostino, che ebbe come consulente Leonardo Benevolo. Da Benevolo moltissimo avevamo imparato tutti noi urbanisti, e io per primo. Però in questa vicenda veneziana il contrasto fra noi fu assai duro».

Mi domando se per evitare queste trasformazioni deleterie per una città come Venezia bastino i vincoli o non servano anche incentivi. Insomma per frenare l’invadenza di un’economia fondata sul turismo è sufficiente alzare barriere normative oppure occorre prevedere possibilità alternative? «Molto dipende dalla forza delle pressioni che si vorrebbero fronteggiare. Se la potenza dell’economia legata al turismo non fosse così consistente si potrebbe procedere con incentivi e misure a sostegno della residenza. Queste sono fondamentali, ma visto quel che è poi successo a Venezia, sarebbe stato indispensabile mantenere anche una forma di tutela pubblica della residenza, rendendo difficile il cambio di destinazione. Una volta se moriva l’anziano proprietario di un appartamento era facile che gliene subentrasse un altro. Ora è automatico che quell’appartamento finisca affittato a settimana o a weekend».

Torna la questione che, anche per Eddy, è centrale: il peso abnorme assunto dal turismo e dalle trasformazioni economiche, sociali e fisiche che esso sta determinando. «Mi si passi un’espressione forte: il turismo a questi livelli è una specie di peste», scandisce. «Venezia ha una propria dimensione e a questa deve corrispondere la quantità di persone che possono arrivarci garantendo a tutti, a chi arriva e a chi c’è già, condizioni accettabili. In questi termini il fenomeno del turismo è distruttivo. Alla fine degli anni Ottanta combattemmo il progetto Expo, che l’allora ministro socialista Gianni De Michelis voleva si svolgesse a Venezia. Ospitando quell’iniziativa, si sarebbe usata Venezia per altri scopi. E si sarebbero attirate masse sterminate di turisti. La svolta per affossarlo si ebbe nell’estate del 1989, quando ci fu il concerto dei Pink Floyd su una gigantesca isola galleggiante ormeggiata in bacino San Marco. Ne ho un ricordo terrificante, una folla di dimensioni incalcolabili, Venezia in ginocchio e la paura che la città potesse soccombere».

Detto questo, occorre domandarsi se esistono e quali sono i modelli alternativi al turismo. È la domanda, il cruccio, se si vuole, che accompagna questo viaggio a Venezia e che assilla chiunque abbia a cuore le sorti della città. Eddy socchiude gli occhi. Le sue pause sono ora più lunghe. «Penso a una città frequentata e vissuta da persone che abbiano interesse alla conoscenza in generale, e alla conoscenza di Venezia in particolare, allo studio e anche alla pratica delle cose che solo questa città può dare. In più penso che anche i visitatori debbano essere indotti a una conoscenza non superficiale della città, delle sue forme e del suo modo d’essere. Occorre regolare i loro flussi evitando che la stragrande maggioranza di essi siano escursionisti giornalieri».

Le possibili soluzioni alle quali Eddy si riferisce sono urbanistiche e politiche insieme, strettamente connesse: «In generale credo che con un’accorta politica e con un controllo pubblico delle trasformazioni bisogna evitare che tutti gli spazi, gli edifici, i contenitori disponibili – e Venezia ne è piena – diventino strutture ricettive per escursionisti. Siano essi alberghi oppure negozi. L’obiettivo è che, invece, ospitino laboratori, foresterie, centri di ricerca. Venezia è stata sempre il cuore di tanti traffici: perché non farne il nodo di tante reti? Thomas Mann parlava di Lubecca come di una spirituale forma di vita. E aggiungeva che Lubecca era la città del marzapane, e marzapane viene da pane di Marco, dunque da Venezia, e a Venezia, a loro volta, confluiscono le vie dell’Oriente. Questi fluidi vanno riattivati». Pensi a qualcosa che assomigli a un distretto culturale? «Potremmo definirlo così. Ma non credo che una struttura come la Biennale corrisponda all’idea che ne ho. La Biennale è nata sul consumo di Venezia. Venezia è il palcoscenico dove si esibiscono attori estranei alla sua realtà. Vorrei che facesse molto di più per la città, ma dovrebbe convertire tanti dei suoi meccanismi. Ora occupa numerosi spazi in città e altri ne vorrebbe. Ma nelle iniziative della Biennale Venezia resta sullo sfondo».

Mi è rimasta impressa la parola peste usata da Eddy a proposito delle dimensioni assunte dal turismo. Gli obietto che anche dalla peste si può guarire. «Sono d’accordo. Però bisogna vedere che cosa rimarrà di Venezia una volta sconfitto il morbo. Le ultime volte che ho fatto un giro in città mi colpiva la rotazione dei negozi. Molti negozi si tengono finché hai uno stock di merci da vendere. Dopodiché te ne vai. E quel negozio di scarpe, cambiato l’arredo e le insegne, prende a vendere sciarpe. È sconvolgente questo rapidissimo cambio delle utilizzazioni. La città è corpo e anima e l’anima tiene insieme anche il corpo. Se cambiano le vetrine e neanche te ne accorgi, sei preda dell’indifferenza e l’indifferenza genera sradicamento. In questo modo una città si priva del suo sistema nervoso».

Dalla vetrata sul canale entra un bagliore ancora più intenso. Ora ha cominciato a nevicare con forza. Lascio Eddy sulla sua chaise longue. Lo spettacolo di Venezia avvolta nel silenzio attrae come se fossimo davanti a un paesaggio di cime imbiancate. Temo di averlo affaticato. Non tanto da impedirgli di chiamarmi, mentre sto quasi per chiudere la porta. «Vatti a leggere una citazione dalle Città invisibili di Italo Calvino che ho messo quasi come un esergo su eddyburg. È Marco Polo che parla di Venezia al Kublai Kan». Va bene, ciao, vengo a trovarti presto. Fuori la piccola calle che porta a Santa Margherita è candida di neve fresca e intonsa. Appena a bordo del vaporetto, apro l’iPad, vado su eddyburg e leggo quel che Eddy ha scritto: «“Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, dice Marco Polo al Kublai Kan. “Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia”. Così è Venezia anche per me».
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