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Berlino, 13 novembre 2018. Anche Berlino in marcia contro il razzismo e invocando la solidarietà contro l'ascesa dell'estrema destra in tutta la Germania e l'Europa. In un tratto di tre miglia, da Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo fino alla Colonna della Vittoria, migliaia di persone si sono riunite "Per una società aperta e libera: solidarietà, non esclusione!". (i.b.)

SCUOLA DI EDDYBURG

DAI MEDIA

martedì 12 giugno 2018

Storie di Migranti

la Nuova Venezia, 8 giugno 2018. Ennesima tragedia e toni sempre più aspri per i respingimenti. Sarebbe lo stesso se tutti i migranti avessero la possibilità di raccontare le loro storie? (m.p.r.)


LA BATTAGLIA DI GHOLAM NAJAFI
«VENIAMO DALLA POVERTÀ PIÙ ASSOLUTA, SENZA UNA IDENTITÀ»
di Vera Mantengoli

Lettera al capo dello Stato per la cittadinanza

«Veniamo da villaggi e città poverissime e non abbiamo una identità. Io come afghano, quando vado in Ambasciata per un semplice rinnovo del passaporto, mi sento chiedere i documenti dei miei genitori. Ma i miei genitori sono morti senza alcun documento». Gholam Najafi è arrivato al porto di Venezia nel 2007, all'età di 16 anni, dopo un viaggio della "speranza", in fuga dall'Afghanistan in guerra, iniziato a 10 anni. Era un minore non accompagnato, senza certezze sulla data di nascita, senza istruzione di base. Aiutato dai servizi sociali e affidato ad una coppia muranese che è la sua famiglia, Najafi oggi fa il portiere di notte; ha conseguito il diploma di scuola media superiore poi ha preso una laurea triennale e infine quella magistrale a Ca' Foscari. Porta la sua storia, raccontata nel libro Il mio Afghanista nelle scuole per parlare di immigrazione, guerre e migranti con i ragazzi.

Alla notizia del connazionale, morto sul camion in A57 mercoledì, Gholam si rattrista. Per uno che ce la fa, come lui, tanti vivono tragedie, legate al rimpatrio. «Molti si suicidano per non essere rimpatriati, perché siamo tutti consapevoli di ciò che avviene nei nostri paesi. E nessuno ne parla. Nessuno vorrebbe lasciare il proprio villaggio e i propri parenti ma cerca una illusione di vita vera lontano». Per Gholam il rimpatrio è disperazione. «Oggi i nostri paesi sono indeboliti, non siamo ancora in grado di viaggiare con un documento in regola ma siamo costretti a salvarci dalla guerra», racconta. Altro che "pacchia", per dirla alla Salvini. Per Najafi le storie di molti clandestini sono ben più complicate di quanto la politica pensi. I documenti, a volte, neanche esistono. Come nel suo caso. Per questo Najafi ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non riesce ad ottenere la cittadinanza per l'assenza di documenti originali nel suo paese. «Mi rivolgo a Lei nella speranza che ciò che le Ambasciate, italiana e afghana, e la Prefettura di Venezia non possono fare per la particolarità del mio caso, possa essere affrontato e reso più facile con la serenità di giudizio del Presidente di quello che considero il mio Paese», è il passo finale della sua lettera. Con cui chiede di avere una identità, finora negata.



AMADI: «MODIFICARE IL TRATTATO DI DUBLINO»
di Vera Mantengoli

«L'ideatore dell'Orient Experience: “La politica deve creare luoghi di condivisione, non dividere”»

Ha ancora davanti agli occhi le immagini di Zaher Rezai e nelle orecchie i versi intensi delle poesie del giovane afghano, morto schiacciato da un Tir nel 2008, cercando di sfuggire ai controlli di frontiera del Porto. Hamed Amadi, imprenditore afghano ormai venezianizzato di 38 anni, ideatore dell'Oriente e African Exprience, a quel tempo faceva da interprete per le forze dell'ordine. Fu lui a chiamare i genitori di Zaher e comunicare l'orrenda realtà: «Le pagine erano piene di piantine di immobili e all'inizio si pensava che potesse essere la bozza di un piano» ricorda Hamed Amadi. «Quando iniziai a tradurre i versi, capii che scriveva poesie nel quaderno che usava probabilmente come falegname in Afghanistan e mi misi a piangere. Erano piantine di case afghane, con appunti degli interventi da fare».

Amadi è arrivato in Italia nel 2006, a 25 anni, come regista. Doveva essere un viaggio di piacere alla Mostra del Cinema al Lido, ma dopo la proiezione del suo film Maama, iniziò a ricevere minacce di morte dai talebani e chiese asilo in Italia. Iniziò come interprete e al Forte Rossariol, dove vivevano i rifugiati minori, inventò le cene in cui ognuno preparava un piatto del proprio Paese. Il successo che ebbero è quello che oggi lo ha portato a gestire cinque locali e 75 dipendenti con una sola ricetta: mescolare le culture. «Pur essendo coinvolto in tante tragedie» ricorda «quello che mi è sempre rimasto dentro è stato vedere il coraggio e i sogni di chi intraprendeva un viaggio di quel tipo. Parliamo di persone che lasciano tutto pur di inseguire una speranza ed è questo coraggio che lo Stato dovrebbe cogliere perché chi mette in gioco la propria vita per il sogno di una vita migliore, ha tantissimo da dare, ma bisogna metterlo nelle condizioni di farlo».

Secondo Amadi «la pacchia» di cui ha parlato il neoministro dell'interno Matteo Salvini è il risultato di una precisa scelta politica: «Il governo attuale sta facendo un autogol se non modificherà il Trattato di Dublino, l'origine di tante tragedie. Non serve militarizzare le frontiere perché chi vuole scappare troverà sempre un modo di farlo. Sono per la fotosegnalazione, ma non per bloccare le persone in uno Stato dove magari non vogliono nemmeno stare. Inoltre quella che chiama pacchia Salvini è la conseguenza dei tempi lunghissimi di attesa che uccidono ogni speranza. Chi attende non può lavorare, non può fare nulla». Hamadi è per la creazioni di spazi in cui le culture si possono conoscere: «La politica dovrebbe fare questo, trovare dei luoghi di condivisione» spiega «Quando le persone si conoscono da vicino le distanze culturali spariscono e si capisce che siamo un'unica grande famiglia.


MORTO NEL TIR
ERA IN FUGA DALL'AFGANISTAN
di Carlo Mion

«Il giovane di circa trent'anni si era nascosto nel vano portaoggetti al porto di Patrasso. La procura ha disposto l'autopsia»

Gli inquirenti sono convinti che l'uomo trovato morto all'interno del porta oggetti del rimorchio del Tir fermato lungo l'A57 mercoledì dalla polizia stradale, sia afghano. Il camion greco, sbarcato al porto di Venezia, era partito da Patrasso dove ancora oggi migranti afghani cercano di salire sui mezzi diretti in Italia per raggiungere l'Europa. Anche se in maniera decisamente minore rispetto al passato quando almeno tre compagnie di traghetti garantivano i collegamenti tra i porti della Grecia e quelli italiani sull'Adriatico.Le indagini. Ad occuparsi della sua morte sono gli agenti della Squadra Mobile di Treviso e la procura del capoluogo della Marca. Infatti il camion al momento del controllo è stato fermato dalla polizia stradale all'altezza di Venezia Est, ma in provincia di Treviso.

Il pubblico ministero di turno ha disposto l'autopsia per stabilire le cause della morte e il rilievo delle impronte per risalire alla possibile identità. Morto da giorni. I poliziotti della stradale si sono accorti della presenza del morto perché, durante il controllo, avvicinandosi al vano porta oggetti che si trova sotto al rimorchio, hanno sentito un forte odore. Fatto aprire il vano la tragica scoperta. Secondo il medico intervenuto sul posto, il corpo in avanzato stato di decomposizione era lì da diversi giorni anche se va sottolineato che le temperature elevate di questi giorni sia in Grecia che da noi, hanno accelerato il processo di decomposizione. Questo è avvenuto ancora di più mentre il camion imbarcato a Patrasso è rimasto nella stiva del traghetto, dove si toccano temperature anche oltre i 35 gradi.

Quasi sicuramente si tratta di una morte da malore causato da alte temperature. Il porto dove è avvenuto l'imbarco, il sistema usato per nascondersi e la destinazione, fanno pensare che si tratti di un afghano che voleva raggiungere l'Europa. L'autopsia consentirò di controllare se in quel che resta degli abiti avesse dei pezzi di carta o qualche cosa per risalire all'identità. Per gli inquirenti, fino a questo momento, non ci sono elementi per dire che il camionista era a conoscenza che nel suo camion si era nascosto un clandestino. L'unica cosa strana è che dal momento in cui è andato a prendere il camion in stiva non abbia mai sentito il cattivo odore che usciva dal vano oggetti. La rotta abbandonata. Da quando colpa la crisi, delle tre compagnie di traghetti greche che collegavano i porti di quel paese con quelli italiani, ne è rimasta una sola che garantisce pochi collegamenti settimanali con Venezia, questa rotta è stata abbandonata dai clandestini afghani per raggiungere l'Europa centrale e la Scandinavia.
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