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Il contratto di governo Lega-M5S in materia di migrazioni: ricacciamoli nel loro inferno! Si punta tutto sui “centri di permanenza per i rimpatri” da cui poi espellere i migranti usando le risorse dedicate all’accoglienza. (i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

lunedì 7 maggio 2018

Usa. Armi e clima: è la «Generazione Z» l'America che dice no

Avvenire, 7 maggio 2018. Negli Usa di Donald Trump, che invita i professori ad amarsi, la gioventù pacifista cresce di giorno in giorno e, soprattutto, si organizza in una rete contro gli armamenti e i Signori della morte

Elena Molinari, inviata a Newhaven (Connecticut) domenica 6 maggio 2018»
I giovani tornano a marciare. E contestano le scelte del governo. Tra i promotori c'è Lane Murdock, 16 anni, che si racconta: «Siamo ancora qui, e non ce ne andremo finché le nostre voci non saranno ascoltate ». Due mesi e mezzo dopo la strage di Parkland e la nascita di un movimento nazionale di adolescenti che esigono un maggiore controllo delle armi negli Stati Uniti, la persistenza di questi giovanissimi sulla scena nazionale ha dell’incredibile. 

Al gruppo originale del liceo in Florida, dove 17 persone sono morte sotto i colpi dell’onnipresente AR 15, si sono uniti altri ragazzi. Come Lane Murdock, una sedicenne del Connecticut che due settimane fa ha lanciato, con un successo insperato, uno sciopero di una giornata di tutte le scuole superiori del Paese per ricordare a politici, ai media e alla lobby delle armi, la Nra, che la mobilitazione è tutt’altro che finita. 

Lane è comparsa in televisione, con la stessa espressione calma ma appassionata alla quale ci hanno abituati gli studenti di Parkland, spiegando che quando aveva dieci anni un malato di mente crivellò decine di bambini a Sandy Hook, una scuola elementare vicina alla sua, e che da allora tre volte all’anno partecipa in classe a simulazioni da «presenza di attaccante armato». Si è talmente abituata a questa routine, ripete ad Avvenire, che la notizia della strage in Florida all’inizio non la sconvolse. «Lì per lì mi sono detta: ah, un’altra sparatoria – dice –. Poi mi sono resa conto quanto fosse assurdo e ho scritto la petizione per lo sciopero del 20 aprile». Nel giro di una settimana, 2.500 istituti avevano aderito.

Lane ha scelto l’anniversario del massacro di Columbine, in Colorado, un evento che gli attivisti che si battono per il controllo delle armi considerano uno spartiacque. Diciannove anni fa, infatti, per la prima volta l’opinione pubblica americana domandò alle amministrazioni locali e federali di fare qualcosa affinché una carneficina simile non si ripetesse «mai più». Da allora la maggior parte scuole americane si sono trasformate in fortezze. Hanno installato metal detector e telecamere di sicurezza, vietato gli zaini, richiesto agli studenti di portare documenti di identità e schierato polizia nei corridoi.

Ma questo non ha impedito che 33 persone venissero falciate sul campus di Virginia Tech o 26, appunto, a Sandy Hook. Ogni tragedia ha risvegliato lo stesso orrore, nessuna ha generato svolte reali, e al Congresso americano non sono mai stati eletti abbastanza deputati e senatori disposti ad approvare misure che li mettessero in rotta di collisione con la National Rifle Association (Nra), che rappresenta i produttori e distributori di armi in America e i cui iscritti sono aumentati negli anni, toccando ira i sei milioni. Col tempo, allora, il «mai più» di 19 anni fa si è trasformato in «no, non ancora».

Fino a oggi. Nel corso degli ultimi mesi – qualcuno dice dalla campagna presidenziale del 2016 – migliaia di adolescenti hanno dimostrato di non voler accettare lo status quo. E non solo per il controllo delle armi. I liceali hanno marciato con le donne dopo l’elezione di Trump e tenuto in vita il movimento #MeToo contro gli abusi sessuali. Hanno affiancato le rivendicazioni anti-razzismo di Black Lives Matter. Hanno protestato contro i divieti dell’Amministrazione repubblicana all’ingresso di musulmani negli Usa. Per il clima. 

Se le armi sono diventate il loro biglietto da visita, consapevoli della loro abilità di creare ponti sui social media, questi ragazzi hanno trovato forza nell’unione di cause limitrofe. I Peace Warriors, associazione anti-violenza di Chicago, si sono già recati in Florida per coordinare i loro sforzi con i coetanei di Parkland. E un gruppo in Oregon, che ha fatto causa all’Amministrazione Trump per la sua estrazione di combustibili fossili, ha fatto lega con un’associazione di giovanissimi in Colorado impegnata in una simile battaglia legale. Intanto 13 coalizioni di adolescenti si sono unite in una rete che difende il diritto di molte «città santuario» di dare rifugio agli immigrati senza documenti, nonostante le minacce del governo di tagliare loro i fondi federali.

Non sono cause nuove, e per molti aspetti i ragazzi che le hanno impugnate non sono diversi dagli adolescenti idealisti che prima di loro hanno cercato di cambiare il mondo, per poi scoprire che non è facile. Sono già riusciti a mantenere viva l’attenzione nazionale sulle loro cause più a lungo del brevissimo ciclo delle notizie via ma è legittimo porsi la domanda: quanto dureranno?

Nelle prossime settimane, Avvenire cercherà di scoprirlo con un viaggio nell’attivismo della Generazione Z. Che ha già dimostrato un’impressionante abilità nell’usare Internet per rivolgersi a un pubblico ampio e nell’attaccare i suoi avversari senza esclusione di colpi.

Ieri ad esempio, pochi minuti dopo che Donald Trump, parlando alla convention della Nra, aveva deriso la proposta di vietare i fucili semiautomatici, chiedendosi se non si debba anche vietare «i furgoni, i camion e smettere di vendere auto», i giovanissimi del movimento Never Again hanno inondato Twitter con commenti che mettevano in ridicolo il presidente degli Stati Uniti. «L’energia giovanile c’è sempre stata, gli strumenti che abbiamo sono nuovi – conclude Lane Murdock –. Per questo siamo ancora qui, e abbiamo intenzione di restarci».

1.Continua

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