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La conquista di Israele della Palestina passa attraverso la casa: sistematici sfratti e distruzione di case palestinesi e la colonizzazione della West Bank e Gerusalemme con insediamenti israeliani. L’attacco alla casa non è ‘solo’ un attacco ai diritti umani dei palestinesi ma è un attacco all’essenza della vita, in quanto “la casa è un'infrastruttura del sociale, del politico e del tessuto economico di individui, famiglie e comunità” (citazione di Sabrien Amrov). i.b.

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DAI MEDIA

martedì 1 maggio 2018

Io, fattorino in bicicletta per 5 euro (lordi) a consegna

la Repubblica, 1° maggio 2018. La ricaduta. Dal 1866 i diritti dei lavoratori erano cresciuti, con dure lotte e alterne vittorie e sconfitte. Grazie al neoliberismo siamo tornati sotto il livello di 150 anni fa. Un diario significativo. La speranza è nelle ultime parole

«Diario di un cronista rider per un mese, guidato dallo smartphone e da un algoritmo Niente tutele ma alcuni colleghi dicono: “È un deserto, almeno qui ci pagano”»

Un mese da lavoratore della Gig Economy, per raccontare cosa vuol dire guadagnare cinque euro lordi a consegna, correndo come matti in bici con la pioggia, il vento, il buio e il cuore in gola. Senza tutele, sfidando il traffico (e gli incidenti) perché più consegni più guadagni, ma se invece ti fermi perché vuoi fare altro, o magari perché non ce la fai più, sei fuori, l’algoritmo ti bolla come poco disponibile. Via, entra un altro. Per un mese mi sono iscritto a “Deliveroo” (ma si dice “loggato”) per raccontare dal vivo cosa vuol dire nel 2018 tornare al lavoro a cottimo, magari “cottimo digitale”, ma il senso è lo stesso, è l’ultima frontiera del precariato per quelli della mia generazione. Ho “indossato” la mia “action cam”, una minuscola Go-Pro che mi servirà per documentare l’esperienza e sono partito. Ho incontrato studenti e studentesse, giovani laureati senza lavoro, italiani e stranieri, disoccupati di mezza età, ciclo-fattorini padri di famiglia che consegnano merci da due anni e mezzo senza sosta. Questo è il mio diario di un mese da rider di Deliveroo, dal 15 marzo al 15 aprile, Pasqua compresa.

13 marzo. Mi preparo. L’unica persona in carne e ossa di Deliveroo con cui interagisco è Antonio, che mi dà il kit da fattorino, zaino termico e indumenti antipioggia col marchio aziendale. Appuntamento in un ufficio di coworking in zona Prati, dove tutto è in affitto, telefoni, scrivanie, computer. Noi aspiranti fattorini veniamo convocati in una saletta riunioni. Intorno a un tavolo ci sono un giovane metallaro, un sessantenne, un ragazzo indiano che parla a malapena italiano, uno studente della Luiss. Scopriamo che il pagamento è di 5 euro lordi. E che Deliveroo ci garantisce da una a cinque consegne all’ora. Le consegne sono tutte nel raggio di 4 km. 

Diamo l’iban ad Antonio e scarichiamo l’applicazione per i rider sui nostri smartphone. In mezz’ora siamo nel magazzino a ritirare. Sono ufficialmente un ciclo-fattorino di Deliveroo. Ma è più bello dire rider. Nelle 48 ore precedenti mi sono iscritto al sito, scannerizzato la carta d’identità, frequentato un breve corso online sulle regole di igiene e salute. Ho firmato con una applicazione digitale (non ho mai stampato il foglio) il contratto da collaboratore autonomo, da partner di Deliveroo.

16 marzo. Mi trasformo. La bici la compro usata in una ciclofficina del quartiere Portonaccio, una mountain bike assemblata “ad hoc” per il mio prossimo lavoro di rider. Lo smartphone di ultima generazione ce l’ho già. Il mio unico strumento di lavoro, oltre naturalmente al fiato e all’accettazione delle regole aziendali.

18 marzo. Si parte. Prenoto sulla app la sessione oraria delle 19 in zona Roma Centro. L’unica ancora libera. Ormai siamo tanti, troppi. Di mettermi gli indumenti aziendali mi rifiuto. È sufficiente la pubblicità (non pagata) che farò con l’enorme zaino termico marchiato per le strade di Roma.
Raggiungo in bicicletta il Colosseo, il confine sud della zona per cui sono prenotato. Attivo il Gps del mio smartphone, è il momento di dire alla piattaforma che sono attivo. Disponibile per le consegne. L’algoritmo inizia a lavorare. Incrocia le richieste dei clienti ai ristoratori con le posizioni dei rider più vicini.

Bip. Arriva la notifica. Corro. «Ti è stato assegnato un nuovo ordine. You have been assigned a new order. Gelateria Giolitti di fronte al Parlamento. Tre vaschette di gelato da 70 euro». È il momento clou della consegna cibo.

20 marzo. I colleghi. Incrocio per le strade rider di tutti i tipi. I marchi sono tanti: quelli rosa di “Foodora”, i “colleghi” che hanno avuto il coraggio di chiedere di essere inquadrati come lavoratori subordinati, e per questo erano stati cacciati. I gialli di “Glovo”, loro portano di tutto.
Siamo italiani, stranieri, un esercito che corre. L’applicazione mi fa sapere che si è liberata la sessione tra le 20 e le 21. La prenoto prima che lo faccia qualcun altro.

25 marzo. La fatica. I colli di Roma si fanno sentire. Non è una città bike-friendly. Salite, buche, voragini e sampietrini sconnessi rendono ogni consegna una sfida all’ultimo ostacolo… Nella salita tra Fontana di Trevi e il Quirinale pedalo a fatica affannato. Nessuno dell’azienda mi ha chiesto se sono cardiopatico o idoneo a fare decine di chilometri in poche ore. Potrei morire e la responsabilità sarebbe mia. In due ore ho fatto 4 consegne. Venti euro. Lordi.
Ritorno a casa. Per altri 40 minuti farò pubblicità a Deliveroo.

28 marzo. Le storie
La beffa è che tocca a me comprare del cibo su Deliveroo.
Ho una fame da lupo ma voglio anche parlare con un rider. Scelgo una margherita da 5 euro. Quello che mi sono guadagnato con una consegna, più 2,50 euro per la consegna. Chi bussa alla mia porta è un quarantenne che lavora 57 ore a settimana. È evidentemente affaticato, ma dice di essere contento: «Non c’è lavoro, è un deserto. Almeno Deliveroo mi paga». 

Parlare e conoscere i colleghi non è facile. Ognuno pedala di fretta seguendo le istruzioni della propria app. Ma davanti ad ristorante, mentre il cameriere del Bangladesh, con aria di sufficienza, mi chiede di rimanere fuori, sullo zerbino, incontro Eric, sudamericano, rider agguerritissimo, 28 anni, con Deliveroo guadagna fino a 1.200 euro al mese. Lavora da un anno e riesce a fare anche 5 consegne all’ora: «Perché conosco le strade senza bisogno di usare Google Maps», rivela. Eric mi fa accedere ai tre gruppi WhatsApp dei Riders romani di Deliveroo, dove i tentativi di sindacalizzazione si mischiano a esultanze per la Roma. 

Incontro Federica, 32 anni, architetta, che lavora per Foodora. «Ho lavorato in uno studio di architettura ma non mi pagavano. Non potevo mantenermi. Alla fine sono approdata a Foodora. Più volte ho rischiato di finire sotto una macchina, ma guadagno un po’ di soldi e faccio sport. Non è male». Forse. Ma la sensazione è che a Federica quei soldi servano per vivere.

1 aprile. Pasqua. La consegna è in Via Margutta. Un bellissimo appartamento, terrazze su Roma. Settanta euro di sushi, aperitivo del pranzo di Pasqua. Nessuna mancia però. Né in contanti né digitale. Tra i segreti di Deliveroo c’è anche la possibilità che il cliente, aggiunga qualche euro per fattorino. Al quale però i soldi arriveranno soltanto dopo un mese...

15 aprile. Il bonifico Mi arriva il primo bonifico da un conto inglese: undici consegne, guadagno lordo 55 euro. Sulle strade di questo nuovo caporalato digitale ho incontrato persone disposte a tutto pur di lavorare. Ma i rider si stanno organizzando. E tra ciclofficine e gruppi WhatsApp sta nascendo il nuovo sindacato
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