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«voglio parlare per gli immigrati, per coloro che vivono tale condizione e per coloro che li ricevono. Voglio mostrare la dignità degli immigrati, della loro volontà di integrarsi in un altro paese, del loro coraggio, del loro spirito imprenditoriale, e non ultimo, per dimostrare come con le loro differenze ci arricchiscono. Voglio dimostrare che una vera famiglia umana può essere costruita solo su solidarietà e condivisione» Sebastião Salgado, Migrazioni, 2000. (i.b.)

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martedì 15 maggio 2018

Il vero scontro

Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2018. Nel teatrino nel quale i semi-vincitori delle elezioni del 4 marzo litigano  qualche ragione seria di conflitto appare.  Magari è un buon segno (e.s.)

Nella rissa tra i semi-vincitori delle elezioni del 4 marzo è veramente difficile schierarsi per l’uno o per l’altro. Rappresentano tutti differenti sfaccettature di un’Italia che non ci piace affatto. Così come, del resto, non ci piace il clamoroso sconfitto, il renzista Matteo Renzi, ex leader d’un partito che si è fatto suicidare. Vogliamo comunque sottolineare un elemento che, nel pattume generale, ci sembra positivo: c’è ancora qualche resistenza contro operazioni che sono certamente nefaste per il territorio e i suoi abitanti. Ne riferisce l’articolo di Carlo Di Foggia, che riprendiamo da il Fatto quotidiano del 15 maggio 2015 (e.s.)


Governo M5s-Lega, il vero scontro è su
vincoli Ue, grandi opere e futuro di Ilva
di Carlo Di Foggia

«Programma - Il M5S vorrebbe rinviare al futuro le discussioni sul deficit. Ma la Lega: senza addio al Fiscal compact quel contratto è “un libro dei sogni” E tra poco l’Ue vuole 5 miliardi»
L’unica certezza è che nel week end il “contatto di governo” verrà sottoposto a referendum nei gazebo allestiti dalla Lega e forse prima al voto degli iscritti sulla piattaforma Russeau del Movimento 5 Stelle. Per il resto le distanze restano tante e “la quadra” non c’è. Non c’è sulla infrastrutture, non c’è sui migranti e nemmeno sulla giustizia ma, soprattutto, non c’è sui vincoli di bilancio europei. Gli sherpa (guidati da Laura Castelli per M5S e Claudio Borghi Aquilini per la Lega) affideranno la lista dei punti su cui non c’è accordo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio: toccherà a loro sciogliere i nodi. O non si parte.

Da ieri è noto che il contratto a cui mancavano “solo le virgole” difetta invece “su qualche punto importante” (Salvini dixit). Ma c’è un punto più importante degli altri, da cui tutto discende: che posizione avere con l’Europa. “Io devo sbloccare la possibilità di spendere soldi bloccati da vincoli e regole esterne. O riesco a dar vita a un governo che ridiscute i vincoli Ue oppure è un libro dei sogni”, ha spiegato ieri Salvini.

Finora Lega e 5Stelle hanno discusso sull’impegno formale a ridiscutere i trattati europei (serve l’unanimità dei governi) e i vincoli fiscali. Per farlo occorre tempo, e sul punto ci sarebbe l’accordo dell’intero arco parlamentare che nella scorsa legislatura ha votato per superare il Fiscal compact con mozioni presentate da tutti i partiti. La realtà è che servono subito margini di manovra di bilancio per mantenere le promesse fissate nel contratto, dalla “flat tax” al reddito di cittadinanza.

Come noto, il governo Gentiloni ha messo nel Documento di economia e finanza (Def) una correzione da 30 miliardi in due anni, portando il deficit pubblico al pareggio di bilancio nel 2020. La stretta fiscale sconta gli aumenti automatici dell’Iva per 15 miliardi quest’anno e 19 quello dopo, per portare il deficit dal 2,3% all’1,6% del Pil quest’anno e azzerarlo fra due anni. Il contratto prevede il superamento della legge Fornero, la partenza del reddito di cittadinanza e di una riforma fiscale che riduca le aliquote (impropriamente chiamata flat tax).

La Lega vuole che il contratto fissi subito il punto che il deficit non scenderà e punta a discutere in autunno, nella legge di Bilancio, una manovra da 40 miliardi, portando il deficit al 2,8%, poco sotto il tetto di Maastricht. I 5Stelle sono molto più cauti, non vogliono neanche menzionare il superamento del pareggio di bilancio del Fiscal compact (inserito pure nella Carta). La strategia è questa: impegno formale a rispettare il deficit fissato dal Def di Gentiloni per poi ridiscutere i margini in autunno. “Io non prendo in giro gli italiani”, è sbottato ieri Salvini. Anche perché il primo banco di prova potrebbe arrivare con la manovra correttiva da 5 miliardi che Bruxelles è pronta a chiedere all’Italia a maggio.

Su infrastrutture e grandi opere la distanza è più esplicita. I 5Stelle vogliono chiudere quelle che considerano inutili come il Tav Torino-Lione e il Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian dovrebbe portare il gas sulle coste pugliesi. La Lega no. Va peggio sull’Ilva, dove lo scontro dura da giorni. I 5Stelle restano sulla posizione della chiusura del siderurgico, ma l’intesa si può trovare sull’impegno formale a una “riconversione ecologica”. Tradotto: niente spegnimento.

Le distanze restano anche sui migranti. “Nel rispetto dei diritti umani, vogliamo mano libera per smantellare il business sulla pelle di queste persone”, ha spiegato Salvini. Il Carroccio vorrebbe una linea ancora più dura di quella scelta da Marco Minniti, con salvataggi dei migranti in mare ma riaccompagnamento immediato dalle coste di provenienza, mentre il M5S è favorevole al rimpatrio degli irregolari, ma solo dopo l’approdo nel più vicino porto sicuro.

Resta poi il nodo della Giustizia. Il tema, manco a dirlo, è la prescrizione: il Movimento vuole che si fermi all’inizio del processo, ma su questo punto Salvini brucerebbe il rapporto “benevolo” promessogli da Silvio Berlusconi.

La discussione andrà avanti. Molti sono ancora i temi da definire. Tra i punti concordati ci sarà una legge sul conflitto d’interessi, una stretta sull’evasione fiscale con “il carcere per chi evade” e una nuova sanatoria sulle cartelle di Equitalia. I 5 Stelle puntano poi a inserire una legge per l’uso dell’“agente provocatore” per combattere la corruzione nella Pubblica amministrazione e una per tutelare la gestione pubblica dell’acqua in linea con quanto sancito dal referendum del 2011. Restano fuori la revisione della riforma delle carceri e la riforma dei tetti pubblicitari alle tv (avrebbe fatto infuriare Silvio…).

Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile
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