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«voglio parlare per gli immigrati, per coloro che vivono tale condizione e per coloro che li ricevono. Voglio mostrare la dignità degli immigrati, della loro volontà di integrarsi in un altro paese, del loro coraggio, del loro spirito imprenditoriale, e non ultimo, per dimostrare come con le loro differenze ci arricchiscono. Voglio dimostrare che una vera famiglia umana può essere costruita solo su solidarietà e condivisione» Sebastião Salgado, Migrazioni, 2000. (i.b.)

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martedì 24 aprile 2018

Stefano Boeri vuol portare su Marte i suoi "boschi d'interessi immobiliari”

Da molto tempo non collocavamo un articolo nella cartella "stupidario". Certamente ci siamo distratti. Oggi cogliamo una buona occasione: l'intervista rilasciata da Stefano Boeri.  Il massimo poeta del barocchismo letterario... (segue)

Da molto tempo non collocavamo un articolo nella cartella "stupidario". Certamente ci siamo distratti. Oggi cogliamo una buona occasione: l'intervista rilasciata da Stefano Boeri.  Il massimo poeta del barocchismo letterario, Giambattista Marino, ha scritto «è del poeta il fin la meraviglia / parlo dell'eccellente e non del goffo, / chi non sa far stupir, vada alla striglia!». Non possono anche gli architetti essere poeti? Certamente, pensiamo noi, e ce ne vengono in mente molti, da van der Rohe a Le Corbusier, da Palladio a Gropius, da Aravena a Bunelleschi. Chissà perché non ci è mai venuto in mente Stefano Boeri, immaginifico inventore del “bosco verticale”, denominazione attribuita a un gruppo di grattacieli milanesi, Ne abbiamo parlato qualche tempo fa su eddyburg, pubblicando un interessante articolo di Duccio Facchini giustamente intitolato “Un bosco d’interessi immobiliari”. 
Apprendiamo oggi, da la Stampa, che Boeri sta pensando di trapiantare i suoi “boschi verticali” su Marte, e farne magari “un pianeta d’interessi immobiliari. Lì i promotori e l’architetto possono stare tranquilli; lì non ci sono ancora né fastidiosi ecologisti né minacce di leggi contro il consumo di suolo, né cittadini ben pensanti e nerboruti che possano osare di passarlo alla striglia.

Qui è ripresa l’intervista di Fiorella Minervini, la Stampa, 24 aprile 2018:
C’è un architetto che sta progettando il nostro futuro su Marte. È il visionario Stefano Boeri, professore al Politecnico di Milano e autore del Bosco Verticale, l’edificio giudicato nel 2015 più bello del mondo; di recente è stato nominato presidente della Triennale e la vuole aperta al mondo e al futuro. Boeri lavora con il suo Studio Sba con 60 giovani architetti a Milano, e altri 25 a Shanghai. Da sempre si occupa dell’ambiente, ha collaborato con la commissione dalla sindaca Hidalgo in vista della legge che prevede a verde il 20% dei tetti di Parigi. I suoi progetti prevedono vaste zone di città abitate da alberi e giardini; l’ambizione sarebbe un «fiume verde» nel cuore di Milano al posto degli scali dismessi dalle Ferrovie.
Ora la scelta ecologica è su Marte. E a Milano per la Design Week ha appena presentato l’allestimento The Future of Living con il suggestivo The Planet of the Future, installazione immersiva ispirata alle atmosfere del Pianeta Rosso: il progetto trasferisce idealmente su Marte oggetti e prodotti esposti con aziende produttive, e li confronta con immagini che il cinema ha regalato al nostro immaginario. E’ un’atmosfera speciale, coinvolgente, tutta calata nel colore rosso. Boeri è convinto che lo scenario anticipi le risposte agli effetti drammatici del cambiamento climatico, per l’innalzarsi del livello negli oceani.

Architetto come mai pensa a Marte, la Terra è così a rischio ? «L’idea è nata da una ricerca che stiamo conducendo sul cambiamento climatico. Da tre anni dirigo alla Tongji University di Shanghai il dipartimento Future City Lab col professor Li Xian Gninge. Tempo fa ci è stato chiesto di pensare a come affrontare un futuro in cui, in seguito all’innalzamento degli oceani, la città verrebbe per gran parte inondata dalle acque. Dopo aver pensato a una diga e aver immaginato un sistema di cupole sotto i grattacieli, abbiamo scoperto che l’Agenzia spaziale cinese lavorava già a progetti di colonizzazione di Marte. Così abbiamo proposto di immaginare, come risposta all’innovazione, di realizzare delle vere e proprie città-foreste sulla superficie del Pianeta Rosso. Del resto anche il nostro Cnr e l’Esa studiano come colonizzare Marte. Così come fanno altri studi di architettura come quello di Norman Foster e quello degli architetti danesi Big, che stanno testando nuovi spazi marziani nel deserto degli Emirati Arabi. Anche in Oman si fanno tentativi con astronauti per simulare la vita su Marte».

Perché proprio il Pianeta Rosso e a quando il primo viaggio? È relativamente vicino, ci vogliono solo tre mesi di viaggio e presenta alcune condizioni simili alla Terra, anche se la temperatura è mediamente molto più bassa e l’anno solare è di 680 giorni. Nel progetto di Space&Interiors abbiamo collaborato con l’Agenzia Spaziale Europea e l’Istituto Nazionale di Astrofisica, che ci hanno messo in contatto con l’astronauta Luca Parmitano e ci hanno aiutato a capire come si possa abitare la superficie di Marte. Non c’è ancora una data precisa per la prima spedizione su Marte, ma se noi non ci saremo più, avremo aperto la via ad altri viaggiatori».

Dal punto di vista pratico come vi siete mossi? «Abbiamo immaginato una nave spaziale che porti nell’atmosfera marziana delle vere e proprie grandi sfere vegetali, come dei grandi semi da far atterrare sulla superficie del pianeta rosso. Grandi gusci verdi che al loro interno permetteranno di ricreare condizioni atmosferiche adatte alla vita delle specie viventi terrestri. L’installazione che racconta questo progetto si chiama “Seeds of Mars” e l’abbiamo esposta, oltre che in questi giorni a Milano grazie all’invito di Federlegno/Made, anche alla Biennale di Shanghai. In entrambi i casi abbiamo coinvolto imprese e aziende che lavorano sugli arredi e i materiali edilizi chiedendo loro di raccontare come pensano di affrontare le sfide del futuro. Gli abbiamo detto: “Noi vi portiamo su Marte, ci state?” Loro hanno accettato».

Di che materiali sono i «gusci»? «Sono estremamente sofisticati, ricoperti da pellicole con pannelli fotovoltaici che producono l’energia utile per recuperare e riciclare l’acqua che serve per far crescere il verde. Come ci ha spiegato Parmitano, nello spazio potranno abitare solo dei sistemi totalmente chiusi dove tutto, a partire dall’acqua, viene riciclato e recuperato».

E sulla Terra cosa va fatto al più presto per migliorare le città? «Noi promuoviamo il primo Forum internazionale sulla forestazione urbana a novembre. La verità è che oggi le città producono il 70% della CO2 presente nella nostra atmosfera, che è la causa dei cambiamenti climatici, mentre i boschi ne assorbono il 40%. Perciò uno dei modi più efficaci per combattere il riscaldamento del pianeta è moltiplicare i boschi e le superfici vegetali nelle nostre città; un po’ come decidere di combattere il nemico sul suo stesso campo. Bisogna fare di tutto e con urgenza per invertire i cambiamenti climatici. E’ una sfida che non possiamo permetterci di perdere. Ciò che oggi appare fantascientifico potrebbe rivelarsi nei prossimi decenni realistico e richiedere una risposta immediatamente praticabile, a tutti i livelli».




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