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«voglio parlare per gli immigrati, per coloro che vivono tale condizione e per coloro che li ricevono. Voglio mostrare la dignità degli immigrati, della loro volontà di integrarsi in un altro paese, del loro coraggio, del loro spirito imprenditoriale, e non ultimo, per dimostrare come con le loro differenze ci arricchiscono. Voglio dimostrare che una vera famiglia umana può essere costruita solo su solidarietà e condivisione» Sebastião Salgado, Migrazioni, 2000. (i.b.)

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venerdì 20 aprile 2018

Prigionieri palestinesi, carceri israeliane

NENAnews, 20 aprile 2018. Giornata di sostegno a Gaza per ricordare i palestinesi rinchiusi delle prigioni  realizzate da Israele nel loro territorio Dal 1967 un milione di palestinesi è passato in quelle carceri, ancora oggi sono 6.500. L'Europa e l'Onu tacciono
Martedì 17 aprile si è celebrata in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza l’annuale giornata di sostegno ai palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Alcune migliaia di manifestanti hanno sfilato a Gaza fino ad arrivare davanti alla sede della Croce Rossa dove numerose bambine mostravano le foto dei principali detenuti, diventati simboli della resistenza all’occupazione.

Stesse immagini, anche se in tono minore, in Cisgiordania dove le manifestazioni maggiori si sono tenute a Betlemme e Ramallah. Al contrario dello scorso anno non si sono registrati scontri con le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese, spesso accusate dalla popolazione di essere complici dei numerosi arresti di questi ultimi anni.

Dopo le dichiarazioni di Trump, riguardo alla città di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico, e la reazione da parte del presidente Abu Mazen nei confronti degli ormai defunti “accordi di Oslo”, gli apparati di sicurezza palestinesi hanno, almeno temporaneamente, sospeso molte attività di collaborazione con i militari di Tel Aviv.

Secondo Addameer, ong palestinese per i diritti dei detenuti palestinesi, sono circa 6.500 i prigionieri nelle carceri israeliane, di cui circa 350 minorenni, 62 donne e 26 giornalisti. Tra i detenuti una cinquantina hanno passato oltre 30 anni in prigione e circa 700 necessitano di cure mediche urgenti, negate dalle autorità carcerarie di Tel Aviv. L’ultimo dato riportato da Addameer riguarda gli oltre 500 prigionieri palestinesi incarcerati in regime di detenzione amministrativa.

Secondo il diritto internazionale, la detenzione amministrativa può essere usata solo per “ragioni imperative di sicurezza” in una situazione di emergenza, decidendo caso per caso. L’utilizzo della detenzione amministrativa da parte di Israele, al contrario, è spesso una pratica di massa, ordinaria, come alternativa al tribunale militare soprattutto quando i palestinesi arrestati rifiutano di confessare durante l’interrogatorio. In un recente comunicato il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (sinistra radicale), Ahmed Sa’adat, incarcerato da oltre 12 anni, ha affermato che “Israele si professa uno stato di diritto, anche se continua a uccidere civili indifesi nei Territori Occupati e all’interno delle sue prigioni si è incarcerati, senza un’accusa precisa, e si può rimanere in detenzione per anni senza un processo, visto che la detenzione amministrativa è utilizzata come forma illegale di repressione politica contro la resistenza”.

Tra le foto dei detenuti portate in corteo spiccavano numerosi simboli della lotta contro l’occupazione e la violenta repressione sionista. Quella di Ahed Tamimi, ragazzina 17enne di Nabih Saleh, arrestata per aver schiaffeggiato due militari israeliani davanti alla sua abitazione. Ahed è diventata, infatti, il simbolo della rivolta nei Territori Occupati e della determinazione palestinese a resistere anche per il coraggio dimostrato durante i feroci interrogatori – resi visibili recentemente – alla quale è stata sottoposta dalle autorità di Tel Aviv.

Per quanto riguarda gli esponenti politici primeggiavano, invece, le immagini di Marwan Barghouti, l’esponente di Fatah incarcerato durante la Seconda Intifada e leader della protesta dello scorso anno contro i soprusi israeliani nei confronti dei prigionieri politici. Quella di Khalida Jarrar, esponente politica del Fplp in detenzione amministrativa, senza una precisa accusa, dallo scorso luglio o quella di Salah Hamouri, attivista e militante franco-palestinese del Fplp, arrestato dalle forze israeliane ad agosto.

Il caso di Hamouri ha avuto una maggiore eco in Francia, con numerose proteste da parte di esponenti politici della sinistra d’oltralpe, visto che il giovane avvocato è stato fermato per il semplice fatto di aver contestato il governo Netanyahu per l’utilizzo indiscriminato della detenzione amministrativa e per la negazione dei fondamentali diritti civili nei confronti dei prigionieri politici palestinesi.

Numerose sono le manifestazioni di sostegno in tutta Europa e in diverse città italiane per tutta la settimana. Lo scorso sabato, ad esempio, si è tenuto a Roma un convegno sui prigionieri politici con esponenti palestinesi, giuristi ed associazioni solidali alla causa palestinese. Un incontro organizzato per “rivendicare l’assoluta illegalità portata avanti da Israele” e per manifestare la solidarietà al popolo palestinese in un momento di lotta come quello della “Marcia del Ritorno” a Gaza con una trentina di civili uccisi e oltre 4mila feriti durante le proteste pacifiche di questo mese.

Senza risposta, da parte del governo israeliano, le accuse di Amnesty International e della sua responsabile per il Medio Oriente, Magdalena Mughrabi, che ha affermato come “la detenzione arbitraria di esponenti politici e attivisti sia un vergognoso esempio dell’abuso da parte delle autorità israeliane della detenzione amministrativa per incarcerare sospetti indefinitamente senza accusa né processo, in uno stato che, dal 1948, ha imprigionato circa un milione di palestinesi”.

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