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«voglio parlare per gli immigrati, per coloro che vivono tale condizione e per coloro che li ricevono. Voglio mostrare la dignità degli immigrati, della loro volontà di integrarsi in un altro paese, del loro coraggio, del loro spirito imprenditoriale, e non ultimo, per dimostrare come con le loro differenze ci arricchiscono. Voglio dimostrare che una vera famiglia umana può essere costruita solo su solidarietà e condivisione» Sebastião Salgado, Migrazioni, 2000. (i.b.)

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domenica 29 aprile 2018

Precari assunti e licenziati nel giro di ore

la Nuova Venezia, 29 aprile 2018. Ecco un esempio di come, per ottenere un po' di pagnotta, chi ha la pelle nera deve fingere di fare cose che non si fanno. La legge è rispettata, i suoi diritti no. Nell'Italia di oggi questo è il volto della schiavitù


Reggio Emilia. È notte già da un bel pezzo quando Mike arriva, in bicicletta, nella zona industriale a nord di Reggio Emilia. Fa non poca fatica a capire in che razza di posto sia capitato; luoghi del genere non li aveva mai visti prima. Controlla la via: è quella scritta sul contratto di lavoro. Si mette ad andare avanti e indietro, poi alla fine trova il posto. È un capannone, non tanto grande, dove si vedono le luci accese. Entra. Gli chiedono il nome, e lui fa vedere quel pezzo di carta ripiegato in quattro che gli hanno dato in un'agenzia interinale. Probabilmente Mike non ha le idee chiare su cosa sia un'agenzia interinale, però sa che sono quelle persone che gli hanno trovato un lavoro. Adesso lui un lavoro ce l'ha, a differenza di molti fra quelli come lui che all'Europa chiedono un pezzetto di futuro.

Mike è un nome di fantasia, ma questa storia è tutta vera. È la storia di uno dei tanti giovani che al primo impatto con il mondo del lavoro, in questo caso a Reggio Emilia, scoprono il significato della parola precariato, qui però portato al parossismo, all'assurdo, arrivando a sfiorare il grottesco. In più il nostro Mike non è una persona come tutte le altre: è un giovane uomo di pelle nera, in Italia con la qualifica di richiedente asilo. Ha un documento valido in tasca, è certamente un cittadino di qualche posto in Africa, ma non è un cittadino italiano. Può restare in Italia, ma al momento senza una precisa garanzia; nessuno, per ora, gli ha riconosciuto il titolo di rifugiato. Mike però non è un bighellone, non sta tutto il giorno a gironzolare. Va a scuola per imparare l'italiano, è un bravo allievo (e infatti l'italiano lo parla bene) e soprattutto ha voglia di lavorare. Proprio per questo la festa del Primo Maggio sembra pensata apposta per lui. 

Mike è il modello perfetto del giovane lavoratore mal pagato al quale il diritto del lavoro non offre alcuna garanzia. Lui e centinaia di migliaia di altri si meritano di diritto un posto nelle sfilate della Festa del Lavoro che si svolgono in giro per la penisola. Questo ragazzo straniero è orgoglioso del contratto di lavoro che ha in tasca, anche se forse non capisce fino in fondo tutto quello che c'è scritto sopra. Gli hanno detto di presentarsi alle 10 di sera, lui è lì puntuale. L'orario di lavoro prevede il suo impegno fino all'alba, e il contratto è a tempo determinato, questo è scritto chiaramente. Paga: 7 euro e rotti all'ora, ovviamente lordi. Alla fine una giornata (anzi una nottata) lavorativa non frutta granché, ma è sempre meglio che starsene lì a impazzire senza fare niente. In azienda viene accolto e gli spiegano quello che deve fare, cioè spostare contenitori. Da una parte all'altra. Un lavoro pesante, semplice, non proprio gratificante, ma in futuro - Mike lo crede fermamente - ci sarà di meglio. 

Poco alla volta arriva l'alba, è il momento di tornare a casa. Mike chiede a che ora dovrà ripresentarsi e a questo punto arriva la sorpresa. Il lavoro è finito, nel senso che non ce n'è più. Non c'è un domani. E la paga, quei pochi biglietti da dieci euro? Gli verranno consegnati in maggio. Sconsolato, Mike riprende la sua bicicletta e se ne va, mentre la maggioranza degli altri italiani esce per andare a lavorare. È convinto di essere vittima di una fregatura ordita da qualche truffatore, invece è anche peggio. È tutto perfettamente legale. Il contratto infatti dice che il rapporto di lavoro è a tempo determinato per la durata di 5 (cinque) giorni e che il periodo di prova è di 1 (un) giorno. Quindi dopo una sola notte di fatica muscolare non c'è bisogno di tanti giri di parole per lasciarlo a casa. Tutto regolare. Mike il Primo Maggio non ha grandi motivi per festeggiare; di sicuro ha un'ottima ragione, insieme a tanti altri giovani, per protestare.
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