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8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale

8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale
In migliaia contro questo modello di sviluppo che sta devastando l'habitat in cui viviamo. Contro le grandi opere inutili e dannose; l'inquinamento dell'aria; la contaminazione di acque e suolo da processi industriali; gli inceneritori, le politiche sui rifiuti e l'ecomafia che ci specula; il consumo di suolo; le grandi navi; i gasdotti e la dipendenza dai fossili; la sottrazione di beni comuni; le antenne militari; l'erosione della democrazia; il prevalere del profitto di pochi sul benessere di tutti. Non solo per la difesa dell'ambiente, della salute, dei territori, ma per un inversione di rotta (i.b.)

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domenica 15 aprile 2018

La viltà del potere

I fatti di Bardonecchia hanno risvegliato anche il nostro sonnacchioso orgoglio nazionale. Troppo carico di arroganza l'episodio di cui sono stati protagonisti i gendarmi francesi ... Segue


I fatti di Bardonecchia hanno risvegliato anche il nostro sonnacchioso orgoglio nazionale. Troppo carico di arroganza l'episodio di cui sono stati protagonisti i gendarmi francesi. E certo non ci dispiace sentire la Farnesina, una volta tanto, fare la voce grossa perfino con un paese amico come la Francia. E tuttavia avremmo preferito - e non da oggi - che una tale coralità di sdegno si fosse manifestata per quel che ormai da qualche anno accade alla frontiera di Ventimiglia. In questa linea di confine, dove una lunga catena di disperati cerca di raggiungere la Terra Promessa del Nord Europa, la Francia, i governanti francesi hanno allestito una barriera che è diventata una macchina di persecuzione dell'immigrato. Un dispositivo di caccia allo straniero ormai sin dentro i nostri confini, per l'appunto. I governi della Francia, del Paese dove è fiorita la cultura della tolleranza e l'idea suprema dell'umana fraternità come scopo della politica; il paese dove da sempre trovano asilo i perseguitati, hanno offerto al mondo l'immagine più meschina e degradante del proprio paese. A partire dal socialista Hollande - uno dei tanti che, in Europa, ha fatto strame della propria tradizione politica – meritatamente cancellato dalla geografia politica francese.

Gli italiani e gli europei, grazie alle immagini della TV, hanno potuto osservare a quale doloroso calvario i gendarmi francesi condannano centinaia di giovani africani e mediorientali, che tentano la sorte attraversando di notte, a temperature insostenibili, i valichi alpini, come quello del Monginevro. Gli italiani e gli europei hanno appreso del trattamento riservato a Beauty, una donna di trent'anni, incinta, malata di linfoma allo stato terminale, fornita di permesso di soggiorno e fatta scendere dal pulman che la portava in Europa, perché il marito era “irregolare”. Un episodio raccontato dalla stampa democratica in tutti i suoi atroci particolari.

Un episodio in cui la ferocia diventa oscena e la Francia, un paese opulento e sottopopolato, espone la sua immagine al disonore del mondo. E tuttavia, se non ci inganniamo, solo Marco Revelli ha avuto il coraggio intellettuale di dire quello che i commentatori perbene, rispettosi sino alle virgole dell'ordine costituito, non osano dire: «È impossibile pensare che dietro questi comportamenti reiterati non ci sia un ordine dall’alto. Che dietro la vergogna del Monginevro non ci sia l’infamia dell’Eliseo, e la firma di quell’Emmanuel Macron che a parole si presenta come campione di europeismo e di libertà, comprensivo delle ragioni dell’Italia e critico della sua solitudine sul tema migranti, ma che nei fatti alza muri come un Orbán qualunque. Ma è anche necessario aggiungere che al fondo di ogni catena di comando ci sta un uomo, che quell’ordine lo esegue. E che chi nella neve dei 1.900 metri ha vessato, offeso, esposto alla malattia e alla morte altri esseri umani, perseguitato i soccorritori e angariato i fragili, porta per intero la responsabilità della propria abiezione» (il manifesto, 1.4.2018).

E qui Revelli individua una questione di prima grandezza, perché oggi il potere, soprattutto quello supremo, ama nascondersi, magari dietro un sorriso affabile e sorridente. E in questo caso affida alle divise dei gendarmi frontalieri i compiti operativi dei suoi nascosti comandi. Come potrebbero, del resto, delle semplici guardie agire con tanta pervicace ferocia senza un comando politico dall'alto, del Ministero degli interni, e come questo potrebbe imporre un tale indirizzo senza l'avallo del Presidente? Se tale catena di comando è un fatto ben noto ed ovvio degli stati contemporanei, se ne trae una conseguenza che bisogna avere il coraggio di smascherare: la viltà del potere più alto.

Bisogna guardare dentro questa divisione del lavoro interna alla macchina del comando politico, dentro, direbbe Foucault, la “microfisica del potere”. Perché se Macron lucra consensi elettorali con la sua politica di ostentata ostilità agli immigrati, non è poi lui a subire conseguenze personali di eventuali e immaginabili ritorsioni. Nessuno, infatti, può pensare che la sofferenza inflitta ai disperati che cercano salvezza in Francia, non venga conosciuta da chi medita attentati terroristici nelle nostre città. E non è difficile immaginare quali nuove, rabbiose motivazioni tratrà dal rinfocolato desiderio di vendetta generato da tanti episodi. E tuttavia, quando la follia omicida lo spingerà, la sua azione rispetterà l'asimmetria e le maschere del potere che reggono il mondo. A essere colpiti e morire saranno cittadini innocenti.

Articolo inviato contemporaneamente a il manifesto
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