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8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale

8 dicembre: L'Italia che lotta per la giustizia ambientale
In migliaia contro questo modello di sviluppo che sta devastando l'habitat in cui viviamo. Contro le grandi opere inutili e dannose; l'inquinamento dell'aria; la contaminazione di acque e suolo da processi industriali; gli inceneritori, le politiche sui rifiuti e l'ecomafia che ci specula; il consumo di suolo; le grandi navi; i gasdotti e la dipendenza dai fossili; la sottrazione di beni comuni; le antenne militari; l'erosione della democrazia; il prevalere del profitto di pochi sul benessere di tutti. Non solo per la difesa dell'ambiente, della salute, dei territori, ma per un inversione di rotta (i.b.)

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DAI MEDIA

martedì 17 aprile 2018

La pace, una condizione indivisibile

Il cambiamento necessario: dalle lotte per le paci alla lotta per la Pace, e per lo smantellamento del complesso industrial-finanziario degli armamenti.




«Il pacifismo era già moribondo, soffocato dalla propria impotenza a causa di una serie di sconfitte storiche che hanno provocato frustrazione e disincanto», così sostiene Gigi Riva su la Repubblica del 16 aprile, ed enumera gli eventi che sosterrebbero la sua tesi. Analogo parere aveva esposto qualche giorno prima Gianni Toniolo in un editoriale de il Sole24 ore, argomentando che in ogni azione pacifista, prima di muoversi, si sarebbe dovuto valutare freddamente se era possibile vincere.
C’è del vero in queste posizioni, ma sarebbe un pericoloso errore arrendersi senza domandarsi che cosa è cambiato, e se davvero è necessario rinunciare a battersi per la pace.

Noi non diremmo che il pacifismo sia scomparso, ma che si è disgregato. Il nostro mondo è pieno di conflitti nei quali si scontrano forze (deboli o potenti, pattuglie o eserciti) che si battono per l’opzione pace / guerra: dall’Ucraina al Congo, dalle Filippine alla Colombia, dal Venezuela alla Palestina, dallo Yemen alla Siria, dal Pashmir alla Somalia - per non ricordare che alcuni dei mille conflitti aperti.

Ma tra le parti in conflitto c’è una grande differenza: le fazioni che operano per la guerra hanno alle spalle un sistema potentissimo che le alimenta: quello del “complesso degli armamenti”, più forte di tutte le altre holding che animano il finanz-capitalismo. Le forze della pace sono invece disgregate. Ciascuna delle sue porzioni vede solo l’avversario immediato, combatte da solo, come Davide contro Golia.
Questa situazione perdura dagli anni Ottanta del secolo scorso. In un momento come questo, in cui la conflittualità e l’interventismo militare internazionale si intensificano in tutto il pianeta, secondo la mutevole geografia degli interessi Usa, la credibilità dell’ONU diminuisce e il dibattito sulla democrazia internazionale è a minimi storici, ci sembra del tutto evidente che occorre recuperare una dimensione globale della pace. Non possono esistere tanti separati pacifismi, uno per ciascun conflitto se si vuole essere incisivi.

E’ indispensabile (ri)prendere il dibattito sul pacifismo e sulla democrazia internazionale, mettendo al centro non la politica interna, ma quella estera. Limitare il principio democratico ai singoli stati significa schiacciarlo su considerazioni di politica interna, che lascia il campo anche alla razionalità e convenienza della guerra per difendere gli interessi nazionali. Infatti, la politica moderna ammette la guerra come legittima nel rapporto con gli altri stati. Diceva Frederick Engels nel 1848 «Come volete agire democraticamente verso l'esterno, finché la democrazia è imbavagliata all'interno?»

Occorre rendersi conto che la pace è una condizione indivisibile dell’umanità. E che ogni lotta per la pace è sterile, e sarà sconfitta, finché non diventerà un’unica azione contro la guerra in sé – e quindi, necessariamente, contro il complesso industriale e finanziario che la alimenta, e il sistema economico-sociale di cui è parte integrante.
Bisogna scendere in piazza, uniti si per la pace, ma anche chiedendo a gran forza il disarmo, la dismissione delle basi nucleari, la conversione delle industrie belliche in Italia, e  battersi nelle prossime elezioni europee per il disarmo unilaterale dell’Unione Europea. 

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