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La conquista di Israele della Palestina passa attraverso la casa: sistematici sfratti e distruzione di case palestinesi e la colonizzazione della West Bank e Gerusalemme con insediamenti israeliani. L’attacco alla casa non è ‘solo’ un attacco ai diritti umani dei palestinesi ma è un attacco all’essenza della vita, in quanto “la casa è un'infrastruttura del sociale, del politico e del tessuto economico di individui, famiglie e comunità” (citazione di Sabrien Amrov). i.b.

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lunedì 30 aprile 2018

Governance. Il prezzo senza volto di un ingranaggio

Il manifesto, 29 aprile 2018. Un po' di chiarezza dissacratoria su un termine usato in modo spesso spregiudicato, espressione di una visione aziendalistica della democrazia



«Un percorso di letture sul concetto di Governance e la sua evoluzione. Due volumi - molto diversi - di Alain Deneault e di Colin Crouch fanno il punto sulla questione. Il passaggio dal piano economico a quello politico è al cuore del neoliberismo e della postdemocrazia»

Il termine ha avuto una antica genesi e una accidentata traiettoria che lo ha visto manifestarsi prima in ambito economico e poi in quello politico. Governance ha infatti origine nella teoria dell’organizzazione produttiva ed è stato usato per indicare quelle tecniche di gestione dei rapporti ågarantire la «pace sociale» interna e per contenere i «costi di transazione» delle imprese. In questo modello di gestione, il coordinamento è di competenza del consiglio di amministrazione, mentre distinti sono stati i momenti di incontro e di discussione tra gli stakeholder, cioè portatori di interesse (i salariati, i consumatori, i piccoli azionisti, l’indotto produttivo) che devono trovare il modo di armonizzare ciò che è potenzialmente conflittuale rispetto le strategie imprenditoriali.
La governance è quindi l’orizzonte dove collocare tutte le «riforme» organizzative dell’impresa che ha corso però il rischio di essere scalzato da altre suggestioni nella riorganizzazione dei processi lavorativi. A salvare la governance dall’oblio è stata la proposta di un modello di gestione dei burrascosi rapporti tra le multinazionali e le popolazione locali nel Sud del mondo. Di fronte la resistenza verso le strategie di espropriazione e di «cattura» – di risorse naturali e di valore economico – le multinazionali puntavano a recuperare il consenso perduto tra le popolazioni locali, istituendo un «partenariato» con il governo «indigeno» e popolazione locale. Passaggio obbligato era l’accento sulla responsabilità sociale dell’impresa, il rispetto dell’ambiente e della qualità delle merci prodotte: retoriche che assumono la dimensione politica delle relazioni che ogni impresa intrattiene all’interno (i rapporti sociali di produzione) e all’esterno al fine di relegarle a un costo di transazione da contenere attraverso misure virtuose di armonizzazione degli interessi.
È SU QUESTO CRINALE che il termine acquisisce il significato politico che ne decreterà la sua fortuna nella crisi della democrazia rappresentativa, nello svuotamento della sovranità nazionale da parte degli organismi della globalizzazione economica. La governance diviene cioè il modello usato nella costruzione del consenso e dell’egemonia da parte del capitalismo neoliberista attraverso un feticismo del Politico inteso come astratta e oggettiva pratica amministrativa che naturalizza i rapporti sociali dominanti.
È attorno questa migrazione della governance dall’economico al politico che si snodano due recenti saggi da poco tradotti e pubblicati in Italia. Il primo libro è del canadese Alain Deneault e ha come titolo un secco Governance (Neri Pozza, pp. 192, euro 16), ma un esplicativo sottotitolo: Il management totalitario. Il secondo saggio è dell’inglese Colin Crouch dal titolo esortativo Salviamo il capitalismo da se stesso (Il Mulino, pp. 102, euro 12). Autori tra loro diversissimi, sia per le loro costellazioni culturali che per la forma di scrittura che prediligono, ma accomunati dalla convinzione che la crisi della democrazia sia il framework all’interno del quale le politiche predatorie del capitalismo contemporaneo cercano – e spesso trovano – la loro legittimità.
PER CROUCH il capitalismo neoliberista ha così alimentato la formazione di regimi politici «postdemocratici» nei quali i diritti civili e politici sono sì garantiti senza che il loro esercizio possa mettere in discussione il cambiamento radicale nella divisione ed equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. La «postdemocrazia», costellata da molteplici sliding doors, vede esponenti politici dismettere i panni del politico per sedere in qualche consiglio di amministrazione di una grande impresa; o, all’opposto, imprenditori accedere alla carriera politica senza nessuna soluzione di continuità.
In questo saggio, lo studioso britannico segnala che il neoliberismo e la sua forma politica – la postdemocrazia, appunto – mettono in pericolo il capitalismo stesso. Per questo, invita a una riforma radicale della forma stato e dell’esercizio del potere, innovando le istituzioni della democrazia rappresentativa al fine di favorire la partecipazione dei cittadini, attraverso una riqualificazione del welfare state, della funzione regolativa dello Stato imprenditore e il rilancio dei diritti sociali di cittadinanza.
La critica dello svuotamento della democrazia è proprio il punto di congiunzione tra l’analisi di Colin Crouch e quella di Alain Deneault. Questo filosofo canadese ha altri riferimenti teorici di Crouch; diverso è anche il contesto sociale dove vive che lo porta a preferire la forma del pamphlet rispetto compassate monografie. Il suo precedente libro tradotto – La mediocrazia (il manifesto del 1 febbraio 2017) – è una sferzante critica alla retorica meritocratica propedeutica al consolidamento di un regime sociale e politico basato su mediocri Yes man. Governance riprende infatti il filo della sua riflessione, perché è questa la forma politica che favorisce il governo dei mediocri e lo svuotamento appunto della democrazia.
LO STILE SINCOPATO di Deneault è propedeutico ad affermazioni apodittiche sull’imperialismo culturale che favorisce modelli di governance in paesi come Stati Uniti, il Canada e l’Europa, ma li «esporta» nella Repubblica democratica del Congo, la Nigeria, il Sud Africa. E sebbene, la governance sia propagandata come sinonimo di soft power, è un modello di governo che manifesta una violenza evidente quando viene assunto come dispositivo politico contraddistinto dal «partenariato» tra pubblico e privato a favore di quest’ultimo. Governance significa allora istituzionalizzazione di meccanismi di esclusione per tutti coloro che dissentono dal punto di vista dominante – quello delle imprese e delle multinazionali – attraverso una continua valutazione dell’operato dei singoli e lo sviluppo di una vera e propria antropologia della leadership che trae la sua legittimità nell’amplificare l’imperativo della performance e della trasparenza tra tutti i partecipanti agli organismi di governance.
DA QUESTO PUNTO di vista – convergente con le tesi di Colin Crouch sulla postdemocrazia – ogni tentativo di democrazia partecipativa deve essere vanificato o relegato ad elementi insignificanti e marginali nella gestione della cosa pubblica. Nella governance, e qui Deneault rivela la sua nostalgia per la sovranità popolare e la rappresentanza politica, la buona democrazia è quella che favorisce il potere costituito, relegando a bizzarria ed eccentricità la pretesa che la vede come il regime politico che esprime il «potere del popolo».
Rilevante sono infine le pagine che contestano l’interpretazione di Michel Foucault come filosofo del neoliberismo. Alain Deneault ricostruisce i passaggi operati dai teorici della governance neoliberista dal termine governamentalità al termine governance. La governamentalità di Foucault, sintetizza l’autore, non è l’apologia della governance bensì la radiografia critica, cioè sovversiva, delle forme di biopotere (la figura pastorale dello Stato o il tema dei corpi docili votati all’obbedienza ne sono alcuni degli esempi proposti). Da qui il giudizio della governance come «meccanica disumana di un totalitarismo senza volto».
AL DI LÀ DEI TONI e dello stile enunciativo dei due autori, i loro saggi affrontano il nodo delle forme del Politico emerse nella grande trasformazione neoliberista. Si collocano, cioè, su un sentiero di ricerca che dovrebbe però toccare altre esperienze di governo della società per sfuggire il rischio di un occidentalismo seppur critico. Poco e nulla viene infatti dettagliato su come regimi postdemocratici – per esempio quello indiano o cinese – si pongano il problema di come prevenire forme di conflitto presenti nella società; e di come attuare la cooptazione delle forme di autorganizzazione della società civile.
La società armoniosa proposta da Pechino o la dinamica modernizzatrice promossa in India sono modelli di governance che non assecondano né lo svuotamento della sovranità nazionale, come accade invece in Canada o nel vecchio continente. E non contemplano neppure le figure degli stakeholders, facendo semmai leva sull’invenzione di identità e di comunità immaginarie. Sono cioè varianti del modello di governance piegate a specificità continentali, dove il soft power manifesta tuttavia la stessa violenza celata dietro il velo dell’interesse generale.


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