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Gli aguzzini si incontrano sui confini. La barriera costruita nel 2015 sul confine tra l'Ungheria, la Croazia e la Serbia, di cui si vanta oggi il presidente ungherese Viktor Orban. Il sindaco di estrema destra Laszlo Toroczkai si era visto inizialmente rifiutare la richiesta di costruire un muro sullo stile di quello USA-Mexico, ma con l'avvicinarsi delle elezioni ungheresi il presidente nazionalista ordinò infine la costruzione della recinzione. (i.b.)

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sabato 24 marzo 2018

Una generazione in rivolta nella marcia contro le armi: “Così cambieremo l’America”

la Stampa, 23 marzo 2018. Non tutti i cittadini statunitensi obbediscono a David Trump, non tutti amano le armi, non tutti temono di esibirsi controcorrente. In bocca al lupo, fratelli.
«Oggi manifestazioni di massa in tutto il Paese, Trump nel mirino. "Questo movimento sarà come il pacifismo mezzo secolo fa"»

Se la marcia fosse stata convocata, con la macchina del tempo, 50 anni fa, nel mitologico 1968, l’appuntamento sarebbe stato certo al West End, il bar di fronte alla Columbia University, dove la generazione beat di Allen Ginsberg intagliava versi sui tavoli di legno, e le speranze degli attivisti per i diritti civili e la pace in Vietnam si affilavano con una birra Budweiser.

Almeno finché Mark Rudd, lo studente di Columbia militante negli Students for a Democratic Society, Sds, che avevano approvato nel 1962 il Manifesto di Port Huron, redatto dal futuro marito di Jane Fonda Tom Hayden - giustizia e democrazia per il XX secolo - non lasciò il bar, per andare a cena pochi isolati a sud di Broadway, al Red Building.

Là, in un’atmosfera da Soviet a Mosca 1920, vecchi intellettuali marxisti epurati al tempo della caccia alle streghe di McCarthy, col basco esistenzialista in testa, lo convertirono al comunismo, «basta con il pacifismo, serve lotta armata», un verso di Bob Dylan gli fece fondare i Weathermen Underground, finiti poi nel sangue, le bombe, il terrorismo, con Rudd latitante.

Questo passato della New Left americana, tatuato in ogni passo nell’Upper West Side di Manhattan, dalle rivolte di Harlem e di Columbia, alla marcia del reverendo King per la pace in Vietnam al plebiscito contro Nixon, non è affatto amato dai ragazzi che oggi, dall’incrocio con la 72esima strada, partiranno per la March for our lives, la protesta di una generazione contro le armi facili in America.

Alla testa del corteo di New York, la giornata di contestazione è nazionale con un grande comizio a Washington, marcerà Alex Clavering, che nel 2020 si laureerà in legge alla Columbia. Alla radio del campus racconta «Quando ho sentito della sparatoria a Parkland, in Florida, ho pensato ai miei ragazzi, ho fatto l’insegnante in Malesia come borsista Fulbright. E se fossero caduti loro?». Alex non è andato al bar West End a ciclostilare come ai tempi delle «migliori menti della mia generazione» cantate da Allen Ginsberg nel poema «Urlo», e del resto il quartiere è mutato, tra sushi bar e palestre di Tai Chi, West End non esiste più, come Luncheonette, il bar edicola dove si faceva politica e il padrone serviva le uova al tegamino, scoprendo sull’avambraccio il numero tatuato ad Auschwitz. Ha preferito aprire una pagina Facebook con 30 amici, invitandoli all’impegno. 

Ma - e qui Dylan suona ancora a proposito -, i tempi cambiano anche nell’America di Donald Trump e dal campus severo di Columbia, con le finestre dietro cui si decidono i premi Pulitzer, Nobel del giornalismo, e lo studio dove, da presidente dell’Università, il generale Eisenhower attese la Casa Bianca, migliaia di ragazze e ragazzi dicono basta all’apatia. «Arriviamo» scrivono, e stavolta non è un Like su Facebook o un tweet furioso, significa prendere dei tubi di cartone per bandiere e striscioni, la polizia non ammette aste di legno o metallo, megafoni - chi avrebbe detto che ancora ne esistevano! - colori per i cartelli. E niente zaini - avverte il sito degli studenti di Giurisprudenza - la minaccia terrorismo rallenterebbe i controlli, meglio tenere in tasca le poche cose utili.

Quando Alex Clavering, con gli amici Julia Ghahramani, laureanda nel ’20, e Ankit Jain, avvocato l’anno prossimo, si fanno fotografare con la tradizionale felpa Columbia, felici sulla scalinata dell’Alma Mater, la statua di bronzo che dà le spalle alla vecchia libreria, hanno raccolto l’adesione di 25.000 newyorkesi, «saremo in strada con voi contro le armi», e la firma solidale di altri 75.000. Le radio locali ne hanno fatto degli eroi, con gli ospiti a ridere quando Alex, 26 anni, ammette candido: «Per capirci, io sono di gran lunga il più vecchio tra gli organizzatori». Per pagare le spese, assicurazioni comprese - sì, nelle proteste del XXI secolo occorre mettersi al riparo, se si rompe un vetro o ci si sbuccia un ginocchio, chi paga? - servono 100.000 euro e i ragazzi sono tornati online con un GoFundMe, sottoscrizione digitale, 22.000 già in cassa dopo una settimana, gli altri potrebbero essere coperti dal fondo dell’ex sindaco tecnocratico della metropoli, Michael Bloomberg, via la sua associazione Everytown for gun safety.

I cartelli in preparazione non denunceranno solo le troppe armi, in mano a chiunque, killer o squilibrati, con le stragi di odio o follia che innescano. Le femministe sfileranno contro la violenza in famiglia e gli stupri, le minoranze, sottobraccio ai compagni bianchi, ricorderanno la violenza che le armi infliggono alle comunità locali, i gay marceranno con le loro bandiere.

Alex, Julia e Ankit, futuri giuristi, sanno che l’America è divisa a metà, e che le 24 ore in cui il presidente Trump ha imposto tariffe a Pechino dichiarando guerra commerciale alla Cina, mentre le Borse cedevano e veniva cacciato il consigliere per la sicurezza nazionale, il moderato generale McMaster, sono state definite dall’esperto Ian Bremmer «il giorno peggiore in politica estera del XXI secolo». E le massime del nuovo consigliere per la sicurezza, il falco John Bolton, «Le Nazioni Unite? Mai capito a che cosa servano…», «Attaccare la Corea del Nord è ammesso dal diritto internazionale…» fanno il giro del web, spaventando.

Nel 2011 New York si riempì con i picchetti di Occupy Wall Street. Impressionato, l’ex presidente Bill Clinton commise un errore grave, definendo i pochi militanti senza programma o leader «l’evento maggiore degli ultimi tempi». Occupy svaporò in fretta, e un lustro dopo il Paese elesse Trump. Ora è alla prova un nuovo movimento: durerà oltre il 24, saprà diventare forza politica? Eleonore, 22 anni, bionda, studentessa di Kierkegaard, non ha dubbi: «È l’effetto magico di Trump. Un ragazzino della seconda media, per protestare contro le armi, rifiuta di farsi un selfie con lo speaker della Camera Ryan. Io alla sua età a stento sapevo cosa fosse la Camera! Guarda la mappa elettorale americana degli under 30, vedrai solo blu, il colore dei democratici. Perfino negli Stati da sempre repubblicani, vinciamo noi. Il movimento contro le armi sarà come il pacifismo o i diritti civili mezzo secolo fa, unificando una generazione. Come i nostri padri e nonni cambiarono allora l’America, così oggi la cambieremo noi. Il presidente non lo sa ancora, ma saremo noi, in piazza e nelle urne 2018 e 2020, a batterlo. Voi adulti sarete i primi a stupirvi, l’ho spiegato anche a mamma e papà».

Articolo ripreso da "la Stampa, qui raggiungibile
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