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«voglio parlare per gli immigrati, per coloro che vivono tale condizione e per coloro che li ricevono. Voglio mostrare la dignità degli immigrati, della loro volontà di integrarsi in un altro paese, del loro coraggio, del loro spirito imprenditoriale, e non ultimo, per dimostrare come con le loro differenze ci arricchiscono. Voglio dimostrare che una vera famiglia umana può essere costruita solo su solidarietà e condivisione» Sebastião Salgado, Migrazioni, 2000. (i.b.)

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mercoledì 7 marzo 2018

A Venezia La Vida torna in strada

dinamoPress, 6 marzo 2018. Lo sgombero del bene pubblico occupato per impedirne la svendita avviene a elezioni fatte. Le forze dell'ordine «ammassano per strada i giochi della ludoteca autogestita, i disegni dei bambini, i libri, le installazioni artistiche, le stufe con cui ci si riscaldava da quando erano stati tagliati luce e gas». (m.p.r.)

Sgomberato questa mattina l’Antico Teatro di Anatomia a Venezia, bene pubblico occupato 5 mesi fa per impedirne la svendita. Ora i cittadini sono per strada, ma promettono: “Non diventerà un ristorante”.

A due giorni dalla chiusura delle urne, e mentre ancora si finiscono di ripartire i seggi conteggiando gli ultimi decimali, va in scena a Venezia il primo sgombero post-elettorale. Ora che non c’è più da racimolare qualche consenso, il disprezzo della classe politico-amministrativa nei confronti della cittadinanza si può mostrare in tutta la sua limpidezza, senza preoccuparsi di provare almeno un po’ di vergogna.

È un risveglio brusco quello della città lagunare: l’Antico Teatro di Anatomia, conosciuto da tutti come La Vida, viene circondato da uno schieramento spropositato di forze dell’ordine e i suoi locali sgomberati. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza occupano militarmente Campo San Giacomo, e ammassano in strada i materiali di cinque mesi di liberazione di uno spazio pubblico svenduto dalla Regione in ossequio agli appetiti della speculazione turistica: sotto una pioggerella fine, vengono portati in campo i giochi della ludoteca autogestita, i disegni dei bambini, i manifesti e gli striscioni, i libri, le installazioni artistiche, le stufe con cui ci si riscaldava da quando erano stati tagliati – in pieno inverno – luce e gas. Una folla sempre più numerosa accorre a montare gazebo e tendoni per salvare i materiali e per presidiare un campo che proprio grazie alla riapertura della Vida era ormai diventato un punto di riferimento per il quartiere e per la città. Spunta anche qualche tenda, e il presidio inizia a dare l’idea di un’acampada improvvisata.

La storia recente dell’Antico Teatro di Anatomia è esemplare di ciò che succede nelle nostre città, strette tra dismissione del patrimonio pubblico, interessi speculativi e tentativi di riappropriazione pubblica e partecipazione cittadina. Si tratta di un edificio di proprietà regionale, sede di alcuni uffici sottoutilizzati e in passato sempre praticamente chiuso. Un comitato locale lo reclama da oltre un anno all’uso pubblico, presentando alle istituzioni un progetto di apertura e gestione elaborato di concerto tra diverse associazioni locali. La risposta della Regione a guida Zaia è quella a cui ci hanno abituato le istituzioni pubbliche di troppe città e regioni: un muro di gomma fatto di silenzio e – quando andava bene – promesse a mezza bocca subito smentite dai fatti. Il 25 settembre infatti l’amministrazione regionale perfezionava la vendita dello stabile all’imprenditore Alberto Bastianello (della famiglia di soci fondatori Pam e Panorama) per 911mila euro, con il progetto di realizzare l’ennesimo ristorante.

Gli abitanti della zona non stanno però a guardare. In una città dove quotidianamente chiudono i negozi destinati ai residenti ed aprono di continuo bar e locali, che occupano lo spazio pubblico con plateatici sempre più invadenti che sottraggono l’uso dello spazio pubblico ad una fruizione libera e non commerciale, in cui gli spazi per l’abitare si restringono sempre più e in cui è ormai un’impresa trovare una casa o una stanza in locazione, tanto è più conveniente l’affitto turistico, un folto gruppo di cittadini riesce ad aprire, due giorni dopo, la porta dell’Antico Teatro e restituirlo alla città. Sei di loro sono tutt’ora sotto processo per occupazione.

Nei cinque mesi che sono seguiti La Vida è diventata un luogo di nuovo vivo. Presidiato giorno e notte da persone di tutte le età, animato quotidianamente da presentazioni di libri, mostre, concerti, discussioni pubbliche, laboratori, ha costituito un prezioso luogo di aggregazione per residenti, studenti, famiglie, tutti determinati a non vedersi sottratto l’ennesimo bene comune cittadino. Entrarci era sempre una festa e una sorpresa: un’occupazione che era a tutti gli effetti una liberazione, un luogo in cui i bambini la facevano da veri padroni, scorrazzando tra la ludoteca e il campo, potendosi sentire a casa loro in una città che sembra ormai non contemplarli più, presa com’è nella morsa della monocoltura turistica che la sta trasformando in un museo a cielo aperto o, peggio, in un parco giochi per visitatori mordi e fuggi.

Ora le istituzioni fanno quello che sembrano fare meglio: tentano di sbarazzarsi della città viva per meglio poter sfruttare il suo patrimonio ai fini della speculazione privata. Non hanno però fatto i conti con la tenacia della comunità che attorno alla Vida aveva trovato una nuova casa, aperta e inclusiva. Mentre sotto la pioggia continua ad affluire gente, che porta la sua solidarietà e la sua indignazione, viene lanciata in Campo San Giacomo un’assemblea cittadina per questo pomeriggio alle 5. E dal campo fanno sapere che la storia della Vida non è finita qui: non basta la polizia in assetto antisommossa per mandare a casa chi ancora testardamente si ostina a voler abitare la propria città. L’Antico Teatro non diventerà mai un ristorante. Togliete alla comunità la sua casa e ve la ritroverete per le strade, in questo caso per calli e campielli.

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