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La conquista di Israele della Palestina passa attraverso la casa: sistematici sfratti e distruzione di case palestinesi e la colonizzazione della West Bank e Gerusalemme con insediamenti israeliani. L’attacco alla casa non è ‘solo’ un attacco ai diritti umani dei palestinesi ma è un attacco all’essenza della vita, in quanto “la casa è un'infrastruttura del sociale, del politico e del tessuto economico di individui, famiglie e comunità” (citazione di Sabrien Amrov). i.b.

scritta dai media

giovedì 22 febbraio 2018

Realtà e propaganda nella condizione urbana

1.- Anni fa uno studioso di demografia e problemi sociali scriveva che abbiamo aggiunto anni alla vita ma non vita  agli anni. Dentro il senso così vero... (segue)


1.- Anni fa uno studioso di demografia e problemi sociali scriveva che abbiamo aggiunto anni alla vita ma non vita agli anni.  Dentro il senso così vero e profondo di quest’affermazione si radica la questione dell’ambiente vitale: la qualità dello spazio, una città e un territorio umanamente abitabili. La classe dominante (oggi la borghesia finanziaria e speculatrice) e i ceti sottoposti consenzienti poiché stretti nella logica consumistica non hanno voluto realizzare quegli assetti economici, sociali e spaziali che appunto aggiungano vita agli anni poiché rivolti esclusivamente al benestare e al benessere dell’uomo e a produrre superiori relazioni umane nella comunità vantaggiosamente insediata. 

2.- Lo spazio e il suo uso, in una situazione antropologica di civiltà nel significato straussiano, dovrebbero rappresentare elevati rapporti sia ravvicinati che estesi fra gli uomini. Così, spesso, è avvenuto nel passato. Oggi sono diventati fattore ostile, generatore di penosità e ansia, alla fine punitivo, come una prigione: condizione ben più pesante per gli strati più deboli della popolazione, in primis per gli anziani, sempre più numerosi grazie alla durata media della loro restante vita, nonostante tutto molto maggiore che nel remoto passato. Non sembrerebbe necessario fornire nuove dimostrazioni, misure, come se esistesse ancora qualcuno da convincere circa la realtà in cui si ritrova. Eppure le lamentale di singole persone e di gruppi di cittadini risuonano qua e là ma non riescono a diventare contestazione di massa. Allora competerebbe a sociologi, economisti antiliberisti, urbanisti, architetti, geografi… indicare gli ideali che dovranno distinguere il sentimento comune, per ora invalidato da incultura, insipienza, vocazione all’assoggettamento.

3.- In una visione sia a scala territoriale che a scala urbana il nodo strutturale da cui partire è la diminuzione della popolazione nelle città, specie nel centro storico, cui corrisponde la dislocazione nelle periferie metropolitane e regionali. Fenomeno che a Milano ha raggiunto fino al primo decennio del XXI secolo entità assolute incredibili (perdita di 550.000 residenti), ma che non aveva risparmiato gli altri capoluoghi. Se Milano non potesse contare su oltre 250.000 stranieri residenti regolari (per l’abitazione si arrangiano in ogni maniera) avrebbe circa un milione e 100.000 abitanti (oggi, circa 1.350.000), quando all’inizio degli anni Settanta ne conteneva 1.740.00 [1]: una città ancora arricchita dalla presenza di tutte le classi sociali, classe operaia e borghesia produttiva per prime, totalmente diversa dalla città commerciale e finanziaria priva del confronto fra differenze, se non quelle fra vendere e comprare: le merci e lo stesso denaro.

4.- La Milano propagandata come centrale dell’animazione attorno ai due settori ritenuti motori di nuovi sviluppi economici e, addirittura, culturali, salone del mobile e tanti saloncini delle sfilate di moda non inganni; non si caschi nell’abbaglio dei tanti posti per giocosi incontri al momento dell’uno e degli altri (ah! la città viva…). Le case di moda in crisi, già vendute ad aziende straniere o prossime a chiudere, come poterle ritenere fonte di buona vita, attiva o non attiva? A una giornalista di «Vogue», pendolare fra New York e Milano e indubitabile conoscitrice del settore, chiedo di qualificare il prodotto d’oggi (prescindendo dal fatto che la maggior parte della lavorazione avvenga in paesi orientali ove lo sfruttamento tocca livelli inammissibili nell’Europa occidentale e nordica); la risposta è secca: «fuffa!». Il salone del mobile, poi, con la sua immensa catasta di cose d’ogni genere non prodotte nella nostra città – e se lo fossero non si potrebbe spacciarla come fondamento dell’economia sociale riformatrice – rappresenta il grado a cui è giunta la confusione a-culturale della domanda e dell’offerta [2].

5.- Mentre le nascite continuano a essere superate dalle morti, le uscite, quasi mai emigrazioni a lunga distanza, raffigurano un obbligo ad andarsene fuori dalla città, una decisione forzosa anche se magari descritta da sociologi ciechi quale libera volontà di tornare alla (scomparsa) campagna. La causa consiste nella mancanza di una decisa, convinta politica della residenza milanese rivolta alle famiglie lavoratrici. La realtà amministrativa e politica si è dipanata lungo i decenni fra distruzione dello storico Istituto autonomo case popolari (Iacp) e formazione dell’Azienda lombarda edilizia residenziale (Aler), premessa alla privatizzazione del patrimonio pubblico e impedimento a una domanda di giovani coppie per un’affittanza «popolare» milanese. Unica fuggevole speranza: il Comune, che si è accollato meno della metà degli alloggi, potrebbe comportarsi in senso opposto, garantendo la difesa del patrimonio indiviso.

6.- Questa insufficienza è il risvolto logico di un laisser faire a favore di una terziarizzazione spropositata in primo luogo fagocitatrice di abitazioni esistenti, poi destinataria dei tristi edifici di quest’epoca, spesso grattacieli presto invecchiati e abbandonati (decine quelli di Ligresti) o nuovi lucidati col Sidol-Henkel difficili da riempire; mentre era già iniziato lo svuotamento negli edifici del centro storico e del contorno non destinabili a un mercato di abitazioni a buon mercato. Tutte le amministrazioni succedutesi fino a oggi a iniziare da quella del sindaco Formentini (anni Novanta) hanno cavalcato un fenomeno ritenuto inevitabile e non governabile, creduto in ogni caso ultramoderno, post-industriale, post-tutto [3].

7.- Mentre vigevano anche gli effetti autonomi di trasferimento residenziale causati dalla pesante deindustrializzazione, i maggiorenti vantavano primati di terziario «avanzato» quando la gran massa invasiva e aggressiva apparteneva ai settori più tradizionali (magari anche «neri»), il contrario che generatori di progresso civile. Il peggior liberismo urbanistico in ordine ai settori funzionali non solo ha costretto molte famiglie a trasferirsi nei circondari ma esse hanno dovuto farlo senza poter scegliere il luogo. Intanto, nell’insieme il sistema classista impediva nuovi ingressi in città per risiedervi a lavoratori dipendenti del terzo settore milanese che avrebbero potuto riequilibrare in equa misura il rapporto casa lavoro.

8.- Possedere una casetta nell’hinterland più scomodo non reca alcun vantaggio se il prezzo aggiuntivo consiste nel penare due o tre ore, e più, di andirivieni per lavoro (stressanti spostamenti in automobile e avvilenti viaggi su mezzi pubblici inadeguati). La proprietà della casa secondo l’Agenzia delle entrate (giugno 2017) riguarderebbe in Italia il 77 % delle famiglie, per questo un Berlusconi continua tuttora a ripetere (il condannato ritornato nell’agone politico senza che qualcuno obiettasse) che il problema della casa non esiste. Al contrario, è il momento di distinguere prescindendo dalla diffusione della proprietà che peraltro nelle città grandi è molto inferiore (Milano, circa 60 %, secondo la stessa agenzia). Riguardo a nuovi modelli di organizzazione dello spazio fondati sulla conoscenza delle diseguaglianze sociali e sulla certezza che le divisioni classiste del territorio hanno comportato la sua degradazione funzionale ed estetica, occorre proiettare la residenzialità nella concezione e nella realtà di habitat: collocare in una prospettiva di nuova città (nuova metropoli) la città storica e la città nuova (il territorio comunale), la città madre e le periferie metropolitane.

9.- La scelta in favore di un potente rilancio della residenza urbana, accompagnata dalla visione di una metropoli indipendente dall’economicismo liberista, può influenzare la struttura della popolazione per fasce di età e per classi di lavoro/non lavoro, indirizzandola verso forme coerenti ai bisogni e alle libere più alte aspirazioni dei gruppi umani. La resistibile caduta quantitativa e selettiva della residenzialità nei centri urbani, contrastata solo dagli immigrati stranieri in forte maggioranza extracomunitari, sancisce la perdita di un complesso sistema di rapporti e di equilibri fra le destinazioni funzionali (produttive e riproduttive) e un conforme uso degli spazi. Un sistema che Milano e le altre città medie e piccole, pianeti e satelliti di un’organizzazione territoriale policentrica quanto mai funzionale, hanno potuto conservare a lungo nel corso storico. Il territorio lombardo, fino alla seconda rivoluzione industriale costituito da poli urbani compatti e da ampie fasce agricole estese a tutta la regione, anche nella parte meno fertile a nord della linea delle risorgive, ha divorato se stesso attraverso il soddisfacimento dell’appetito del capitale trascorrendo dapprima lentamente poi a rotta di collo dal piano dei profitti a quello delle rendite fondiarie ed edilizie, infine declinate in assoluta e criminosa speculazione finanziaria ruotante spiralmente su se stessa senza alcuna validazione sociale.

NOTE

[1] Per un’ampia trattazione di questi temi, vedi il mio articolo Com’era Milano e com’è al tempo dell’Esposizione, eddyburg, 9 aprile 2015.

[2] Il collegamento del Salone ai numerosi negozi di arredamento ha prodotto un ulteriore legame con luoghi per i consumi e il divertimento, preesistenti o nuovi (movida e consimili). Sembra che il design abbia introdotto una specie di estetismo di massa commettendo falli irreparabili. La cultura di un design milanese ineguagliato altrove e punto di riferimento internazionale per l’arredo e l’allestimento di qualità si è esaurita con lo spirare del secolo breve. In seguito gli autori si sono rifugiati nell’azzardo o nel semplicismo o nell’insensato inquinando le sorgenti delle idee e degli ideali. 

[3] Si criminalizza il terziario, dicono gli amministratori pubblici. Invece è valutazione della realtà. Ho lasciato da parte la presenza massiva dell’ndrangheta-mafia che, come ho descritto in altri articoli, sguazza soprattutto nel commercio (25%, pizzerie 50%, stima della procura milanese) ripulendovi facilmente capitali senza etichetta di provenienza, e nei cantieri per i movimenti di terra e le fondazioni.                                                             
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