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Sul confine tra Israele e Gaza i manifestanti palestinesi chiedono il diritto dei profughi di ritornare nelle aree da cui erano stati espulsi con la forza nel 1948. Attaccati dall’esercito israeliano, 58 muoiono e migliaia rimangono feriti. Poco dopo, a Gerusalemme il primo ministro israeliano insieme a Ivana Trump e 33 ambasciatori stranieri festeggia il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele.(i.b.)

scritta dai media

DAI MEDIA

giovedì 22 febbraio 2018

Africa. La mappa delle violazioni dei diritti umani

Nigrizia, 21 febbraio 2018Rapporto di Amnesty international denuncia i numerosi casi di violazione dei diritti umani : Libia ed Egitto eccellano nella malvagità, ma nella società civile cresce la protesta
«Presentato a Roma il rapporto annuale di Amnesty International. In Nord Africa maglie nere per Egitto e Libia, nella regione subsahariana situazione al limite in Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Nigeria. “Ma in Africa - spiega il presidente Antonio Marchesi - di fronte a una classe politica che in molti casi segue un’agenda sbagliata, c’è una società civile che si mobilita”»

C’è tanta Africa nel Rapporto 2017-2018 presentato da Amnesty International il 21 febbraio a Roma nell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Il dossier analizza le sistematiche violazioni dei diritti umani in 159 paesi, ponendo quest’anno particolare attenzione su un fenomeno in particolare. Si tratta dell’odio sempre più diffuso nei confronti di minoranze e diversità, un sentimento su cui soffiano molti governanti nel tentativo di manipolare a loro favore le opinione pubbliche, servendosi anche di fake news. È una tendenza che interessa anche l’Italia e, nella fattispecie, le forze politiche di centro-destra come dimostra un’indagine realizzata da Amnesty International in cui è stata monitorata la frequenza di toni e slogan contro migranti, musulmani, rom ed LGBTI durante questa campagna elettorale.

Se l’Occidente registra degli evidenti passi indietro sul piano politico e culturale, l’Africa continua a fare i conti con i suoi annosi problemi: regimi dittatoriali che non lasciano alcuno spazio alla libertà di stampa ed espressione, paesi in guerra, presenza capillare di gruppi jihadisti, flussi migratori incontrollati, traffici di uomini, droga e armi, torture e privazioni dei basilari diritti umani.

Nord Africa: maglie nere per Egitto e Libia

Tra i paesi del Nord Africa, l’Egitto si conferma quello attraversato da più contraddizioni. Il suo presidente, Abdel Fattah Al Sisi, è considerato un alleato solido dai leader europei così come da Russia e paesi del Golfo. Eppure, da quando l’ex generale è salito al potere con un colpo di Stato nel luglio del 2013, la situazione dei diritti umani in Egitto è gradualmente peggiorata. Secondo il rapporto di Amnesty International, il Paese si conferma infatti come il “carcere” più grande per i giornalisti insieme a Turchia e Cina. Nel 2017 i giornalisti condannati a pene carcerarie sono stati 15, mentre 400 siti web sono stati oscurati per aver diffuso “informazioni false” stando a quello che dicono le autorità egiziane. Negli ultimi dodici mesi si è inoltre stretta la morsa attorno agli attivisti per la tutela dei diritti umani, alle ong, ai sindacalisti, agli LGBTI e a chiunque si sia esposto per ottenere la verità sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni.

Riferendosi alla Libia, Amnesty International parla invece di “totale assenza di legalità” e punta l’indice contro chi, come il nostro paese, sta puntando su errate strategie di contenimento dei flussi migratori che attraversano il Mediterraneo. “Fino a 20mila rifugiati e migranti - si legge nel rapporto - erano arbitrariamente trattenuti a tempo indeterminato in strutture di detenzione in condizioni di sovraffollamento e totale mancanza d’igiene, esposti al rischio di tortura, lavoro forzato e uccisioni illegali, per mano delle autorità e delle milizie che gestivano queste strutture. Nel fornire assistenza alla guardia costiera libica e alle strutture di detenzione, gli Stati dell’UE, e in particolare l’Italia, si sono resi complici degli abusi”.

È convinto di questa posizione il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi. “L’Italia - spiega - dice che si deve puntare prima alla stabilizzazione in Libia, ma finora o risultati ottenuti sono stati pochissimi. Non è stato riconosciuto un ruolo significativo all’UNHCR, la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra, non è venuto meno l’automatismo della detenzione degli irregolari. Tutto questo approccio basato sull’institution building ha dei costi umani inaccettabili. Ci sono persone che rischiano ogni giorno torture, subiscono estorsioni e violenze inaudite. L’unica soluzione è aumentare in modo molto significativo l’accoglienza di circa 40mila persone molto vulnerabili che hanno urgente bisogno di assistenza ed esercitare una pressione diversa sulle autorità libiche”.

Africa subsahariana

Passando all’Africa subsahariana la situazione non cambia e, anzi, in diversi casi peggiora. “Da Lomé a Freetown, da Khartoum a Kampala, da Kinshasa a Luanda - prosegue il rapporto di Amnesty International - si sono verificati arresti di massa contro manifestanti non violenti, così come percosse, uso eccessivo della forza e, in alcuni casi, uccisioni. L’immobilità politica e i fallimenti degli organismi regionali e internazionali nell’affrontare gli annosi conflitti e le loro cause hanno rischiato di diventare la normalità e di causare ulteriori violazioni, nell’impunità”.

Nella regione sono oltre 20 i paesi in cui le autorità hanno negato alle persone il diritto di protestare pacificamente. Lo hanno fatto nei migliori dei casi imponendo divieti illegali, oppure con l’uso eccessivo della forza, con vessazioni e arresti arbitrari. È accaduto soprattutto in Angola, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Sudan, Togo, nelle regioni anglofone del Camerun, in Kenya, Sierra Leone e Uganda.

Alcuni governi hanno adottato nuove leggi con l’obiettivo di limitare le attività dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e dei loro oppositori. I casi più evidenti sono stati quelli dell’Angola, della Costa d’Avorio e della Nigeria. Sempre in Angola, così come in Kenya, Rwanda e Burundi, le ultime tornate elettorali sono servite ai governanti per regolamenti di conti interni.

Vittime di discriminazioni e abusi sono poi donne e ragazze, albini (specie in Malawi e Mozambico) ed LGBTI (Senegal, Ghana, Malawi e Nigeria). Non sono esenti da colpe nemmeno le società straniere che operano nel cuore dell’Africa. Vale per le compagnie occidentali così come per quelle turche o cinesi che non si fanno scrupoli a offrire solo un dollaro al giorno a chi rischia la vita nelle miniere di cobalto, nei cantieri dove si realizzano grandi infrastrutture, nei giacimenti di petrolio e gas.

Jihadisti e conflitti armati
A incidere enormemente sull’instabilità perenne di buona parte dell’Africa subsahariana sono la presenza ramificata di gruppi jihadisti - in primis i nigeriani di Boko Haram e i somali di al-Shabaab - e i conflitti armati in corso. Il caso più critico ad oggi è quello del Sud Sudan. Amnesty International segnala che nella regione dell’Alto Nilo “decine di migliaia di civili sono stati sfollati con la violenza, mentre le forze governative bruciavano, bombardavano e saccheggiavano sistematicamente le loro abitazioni e proseguivano i continui episodi di violenza sessuale”. In Sudan resta elevata l’emergenza umanitaria negli Stati del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan del Sud.

In Repubblica Centrafricana gruppi armati imperversano sino alle porte della capitale Bangui e nel Paese si segnalano anche casi di sfruttamento e di abusi sessuali da parte delle truppe di peacekeeping dell’ONU. Si contano migliaia di morti e oltre un milione di sfollati interni nella Repubblica democratica del Congo. Di questi ultimi, 35.000 si sono riversati nel vicino Angola. Gli eserciti di Camerun e Nigeria, nel rispondere alla minaccia di Boko Haram, si stanno macchiando di violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, torture. In Niger, paese in cui l’Italia si appresta ad avviare una discussa missione militare e dove è in vigore lo stato d’emergenza nelle aree occidentali al confine con il Mali e nella regione di Diffa, è iniziato il processo di oltre 700 persone sospettate di essere affiliate al gruppo jihadista nigeriano.

Sfollati interni

Nel complesso questi elementi di instabilità hanno portato a un netto aumento di sfollati interni. È il caso della Somalia (in totale 2,1 milioni di sfollati interni), della Nigeria (almeno 1,7 milioni di persone che hanno lasciato le proprie case negli Stati nordorientali di Borno, Yobe e Adamawa, dove è più forte la presenza di Boko Haram), del Ciad (più di 408.000 rifugiati provenienti da Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Sudan), e dell’Eritrea (dove sono in migliaia a tentare di fuggire per non subire l’oppressione del governo o per evitare la leva obbligatoria a tempo indeterminato). Anche in questa triste classifica, il primato spetta però al Sud Sudan: dall’inizio del conflitto nel dicembre del 2013 gli sfollati sono stati più di 3,9 milioni di persone (un terzo della popolazione) con picchi nel 2017 nella regione meridionale dell’Equatoria (340.000 persone).

Speranze per il futuro

Non tutto in Africa è però offuscato da violenze. Qualcosa, seppur lentamente, si sta muovendo nella giusta direzione. Il Gambia, ad esempio, ha revocato la decisione di ritirarsi dalla giurisdizione dell’International Criminal Court, ha liberato diversi prigionieri politici e promesso l’abolizione della pena di morte. L’Alta corte del Kenya ha fermato la chiusura di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo. In Nigeria sono stati impediti sgomberi forzati ad Abuja. In Angola la Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità della legislazione che si proponeva di ostacolare il lavoro delle organizzazioni della società civile. L’Unione Africana ha avviato un ambizioso programma per “far tacere le armi” entro il 2020.

“In Africa - conclude Antonio Marchesi - di fronte a una classe politica che in molti casi segue un’agenda sbagliata, c’è una società civile che si mobilita. C’è speranza soprattutto per il futuro del Sudafrica. Con l’allontanamento del presidente Zuma, il paese può ambire a tornare ad assumere leadership africana come aveva già fatto, e bene, negli anni Novanta”. Nell’insieme, sono piccoli passi in avanti che fanno ben sperare nell’anno del 30esimo anniversario della creazione della Commissione africana sui diritti umani e dei popoli.

Questo articolo è ripreso da "Nigrizia", dove è raggiungibile qui
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