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Gli aguzzini si incontrano sui confini. La barriera costruita nel 2015 sul confine tra l'Ungheria, la Croazia e la Serbia, di cui si vanta oggi il presidente ungherese Viktor Orban. Il sindaco di estrema destra Laszlo Toroczkai si era visto inizialmente rifiutare la richiesta di costruire un muro sullo stile di quello USA-Mexico, ma con l'avvicinarsi delle elezioni ungheresi il presidente nazionalista ordinò infine la costruzione della recinzione. (i.b.)

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domenica 17 dicembre 2017

Migranti. Soccorsi in mare, dal 2020 sarà compito della Libia

Avvenire, 16 dicembre 2017. Lavorano intensamente per restituire gli africani in fuga agli schiavisti. Fingono di non sapere che programmano di consegnare i bambini all’orco, in cambio di un po' di petrolio


«Il piano dell'Italia, svelato dall'agenzia Reuters: 44 milioni per affidare il centro di coordinamento e soccorso a Tripoli. Summit di Bruxelles, Gentiloni: riforma Dublino ancora lontana»

Avanti tutta per fermare i flussi del Mediterraneo. Malgrado le critiche e le denunce, con tanto di filmati, di Amnesty e di diverse Ong sui salvataggi della guardia costiera libica, Roma ha deciso di affidare a Tripoli il coordinamento dei soccorsi in mare. Il piano, secondo quanto rivela l’agenzia Reuters, prevede entro tre anni di affidare alla Guardia costiera libica la responsabilità di intercettare e soccorrere i migranti in un braccio di mare che comprende circa il 10% del Mediterraneo. L’Italia destinerà circa 44 milioni di euro per espandere la capacità libica, equipaggiando la guardia costiera e consentendole di creare in proprio un centro di coordinamento dei salvataggi e una vasta zona marittima di Search and rescue (ricerca e soccorso, ndr.)

A sei anni dalla caduta di Muammar Gheddafi e con oltre 600mila personeche hanno attraversato il Mediterraneo negli ultimi quattro anni, la Libia continua ad essere divisa tra due governi rivali e con territori (incluse spiagge e porti) in mano a gruppi armati. L’intento dell’Italia e dell’Europa è quello di fermare le imbarcazioni dei migranti. Ma le Ong puntano il dito sulla modalità. Le forze libiche, sostengono le organizzazioni non governative, non sono in grado di gestire in sicurezza i salvataggi e citano, al riguardo, quanto avvenuto a inizio novembre con la morte di una cinquantina di migranti, annegati durante un’operazione di soccorso.

Ad oggi, l’Italia ha fornito alla Libia quattro motovedette e addestrato circa 250 uomini. Anche se in mare, sostengono le Ong, sono oltre 2mila gli uomini chiamati a intercettare e a soccorrere le imbarcazioni dei migranti che prendono il largo dalle coste libiche.

Intanto la strategia italiana, in linea con le grandi priorità della cosiddetta "dimensione esterna" della politica migratoria (quella cioè al di fuori dei confini europei) va avanti con il totale appoggio e sostegno dell’Ue. Lo ha confermato anche ieri il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, al termine del summit di Bruxelles. «L’iniziativa italiana di quest’anno è stata apprezzata in modo molto rilevante, ed è importante che lo sia dai leader dei Governi dei più diversi orientamenti e famiglie politiche, c’è un riconoscimento unanime dei passi fatti per la lotta contro i trafficanti di esseri umani».

Ma se da una parte ci sono le imbarcazioni in mare da fermare, dall’altra si guarda anche ai campi di detenzione in Libia. Quei centri di dolore e sofferenza per migliaia di persone intrappolate, finite nell’inferno libico dopo essere fuggite dal proprio paese in cerca di una vita migliore. Centri che tutti vogliono "svuotare". Anche Bruxelles. I numeri dei rimpatri volontari assistiti di migranti dalla Libia sono «oltre dieci volte quelli dell’anno scorso», ha confermato Gentiloni. «Proseguendo questa azione – ha aggiunto – nel corso di alcuni mesi i campi gestiti ufficialmente inLibia potranno essere quasi completamente svuotati».

Rimangono però le criticità sul ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia e il Regolamento di Dublino. Lo scoglio, cioè sulla cosiddetta "dimensione interna", nei confini dei Paesi europei. Il nodo resta sempre quello del blocco dei Paesi Visegrad (Polonia-Repubblica Ceca-Slovacchia-Ungheria). «Su questo – ammette Gentiloni – non siamo riusciti a superare le resistenze che restano dei Paesi che rifiutano la decisione di obbligatorietà delle quote». Sulla redistribuzione dei migranti, insomma, le distanze restano. «Non siamo a un’intesa e neppure alla vigilia di un’intesa sulla riforma del regolamento di Dublino» ha concluso il premier italiano. La strada da percorrere resta ancora lunga.

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