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Cambiamenti climatici: nessun cambiamento di rotta!

Cambiamenti climatici: nessun cambiamento di rotta!
Negli ultimi 250 anni abbiamo vissuto secondo un modello socio-economico che ha cambiato il pianeta a tal punto da mettere in crisi l’ecosistema stesso, ma non c’è la volontà di cambiare rotta. La Conferenza Onu sul clima di Katowice ha offerto il solito triste spettacolo: da una parte le nazioni che difendono i loro interessi economici e industriali e dall’altra quelle più vulnerabili che si giocano la sopravvivenza. La loro si congratula per le norme approvate (i.b.)

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DAI MEDIA

giovedì 28 dicembre 2017

La sinistra alla prova dei conflitti invisibili

il fatto quotidiano, 27 dicembre 2017. L'attualità di Sankara e della lotta contro l'imperialismo economico, politico e culturale dell'occidente, che continua a ridurre lo sviluppo umano a un modello uniforme, sterile e iniquo (i.b).

Il 15 ottobre scorso facevano trent’anni dall’assassinio di Thomas Sankara (1949-1987), capo rivoluzionario e poi presidente del Burkina Faso, colui che per primo volle far uscire il suo Paese dal retaggio coloniale francese e dal nuovo imperialismo di Fmi e Banca mondiale, nazionalizzando le terre e le risorse minerarie, varando un programma di autosufficienza, mirando ad ab- battere analfabetismo e malattie, e a tutelare la natura, i diritti delle donne, e la dignità e l'autonomia del continente africano. Forse è per il suo radicalismo che - a differenza di un Mandela - Sankara è poco ricordato oggi in Europa (da noi, Fiorella Mannoia gli ha dedicato una bella canzone, Quando l’angelo vola). Ma le sue idee sembrano drammaticamente attuali.

VIENNA. Mentre il nuovo governo austriaco lancia le prime bordate contro i migranti e il sud, nelle librerie campeggia il libro dei sociologi Ulrich Brand e Markus Wissen, “Modo di vita imperiale(Imperiale Lebensweise, Oekom 2017), dedicato a disuguaglianze globali e deterioramento ecologi- co del pianeta. Ad onta di rivoluzioni verdi, conferenze sul clima e simposi per il Sud del mondo, la situazione non fa che peggiorare: la ragione, secondo gli autori, sta nel fatto che si forniscono per lo più soluzioni tecniche (dalle auto elettriche alle dilazioni sul debito) a problemi che sono di ordine politico. Per tutelare la stabilità degli interessi e delle ideologie dominanti, si omette di attaccare il vero problema di fondo: il modo di vita delle società dei Paesi ricchi.

Quest’ultimo - senza alcun giudizio morale - è definito “imperiale” in quanto “la vita quotidiana nei centri capitali- stici è resa possibile in larga misura dall’assetto dei rap- porti sociali e delle condizioni naturali che si verifica altrove, cioè dallo sfruttamento potenzialmente illimitato della forza lavoro, delle risorse naturali e dei giacimenti su scala globale”. Viviamo, per citare un saggio di Stephan Lessenich (Accanto a noi il diluvio, Hanser 2016), nella “società dell’esternalizzazione”, in cui tutte le conseguenze negative del “progresso” (dai cambia- menti climatici ai rifiuti industriali, dalle nuove povertà al nuovo schiavismo) vengono rimosse il più lontano possibile dai nostri occhi. E così, oltre alle rivendicazioni di Sankara (che preferiamo obliterare - per citare un nostro ex premier - “aiutandoli a casa loro” e demandando la politica estera all’Eni), vengono rimossi dalla memoria collettiva disastri atroci come il crollo del Rana Plaza di Dacca (dove si producevano magliette per marchi occidentali), l’esondazione e la contaminazione del Rio Doce in Brasile (dove si estraevano minerali ferrosi per conto di ditte occidentali), l'irrompere nelle pampas argentine delle piantagioni di soja (destinata ai maiali da alleva- mento cinesi), o ancora i cimiteri dei nostri computer allocati in Ghana, o lo sterminio della fauna ittica dello Yangtse in Cina, o le perniciose dighe nella valle dell’Omo in Kenya, raccontate da Ilaria Boniburini, grande esperta d’Africa e di retoriche imperiali, in un bell’articolo sui “nuovi dannati della terra” (eddyburg.it).

BRAND E WISSEN invitano a considerare questi eventi non come episodi o tragiche fatalità, bensì come l’esito strutturale di un “progresso” che non ha portato - come prometteva il fordismo - l’emancipazione dalla natura, ma solo l’esternalizzazione nel Sud globale (e nelle sue componenti più de- boli) delle conseguenze della sua distruzione, e del nostro precario benessere. Contro questa deriva il mantra della “sostenibilità”, il “capitalismo verde” o la green economy ap- paiono soluzioni inefficaci se non ipocrite: ipocrite quando, per esempio, mercificano le quote di inquinamento o quando (al netto dei trucchi sulle emissioni) favoriscono l’auto verde nel momento stesso in cui liquidano il tra- sporto su rotaia e puntano sul veicolo più inquinante, il Suv (vera metonimia della società esclusiva, in quanto status symbol economico e fonte di sicurezza stradale a discapito degli automobilisti meno abbienti); inefficaci se è vero che nonostante tutto negli ultimi anni il material footprint, l’indicatore più attendibile per misurare l’esternalizzazione dei processi di sfruttamento intensivo delle risorse, nei Paesi del Nord globale continua a crescere senza posa.


Secondo Brand e Wissen (che al pari di Lessenich non sono facinorosi “no-global” ma serissimi accademici attivi tra Vienna e Berlino), il pensiero neo-capitalista ha anco- rato in ciascuno di noi il “modo di vita imperiale” fino a fargli occupare una posizione egemonica in senso gramsciano: esso, con le sue comodità e la sua retorica, non pare frutto di imposizione ma regola le nostre aspirazioni, i nostri acquisti, le nostre scelte di vita e di realizzazione personale, perfino quando in realtà ci nuoce direttamente; un’immaginaria società dei cani domestici statunitensi avrebbe un tenore di vita superiore a quello del 40% della popolazione umana mondiale. Tanto più arduo è il compito di una sinistra che voglia provare a rovesciare il paradigma, e a persuadere i cittadini di un modello di vita “solidale” non fondato su prospettive regressive o pessimistiche, ma su uno sviluppo condiviso alieno dallo sfruttamento dell’altro, e generalizzabile a tutti senza minare le proprie stesse basi. È una questione anche solo di buon senso: nel momento in cui sempre più Paesi (anche assai popolo- si) si industrializzano e aderiscono alla logica dell’esternalizzazione, poiché sul pianeta lo spazio e le risorse sono entità finite (l’Africa di Sankara, già martoriata dal clima, è in questo senso la vittima prede- stinata: si pensi all’impetuosa espansione cinese), è inevitabile che si arrivi prima o poi a conflitti non più limitati ai territori “invisibili” del Sud globale, ma capaci di travolgere tutto il sistema.

L'articolo è tratto dal il Fatto Quotidiano: 27 dicembre 2017, pagina 18.
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