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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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venerdì 17 novembre 2017

Tra i migranti in marcia nella nebbia “Mai più a Cona, ci trattano da schiavi”

la Repubblica, 17 novembre 2017. È amaro dirlo per chi è laico, ma se non ci fossero i preti si direbbe che l'umanità e la solidarietà sono scomparsi.

«Dopo la morte di un giovane ivoriano, investito e ucciso da un’auto, gli ospiti dell’ex base Nato hanno ripreso il cammino verso la prefettura di Venezia: “Anche i cani vivono meglio di noi” Hanno passato la notte al riparo nelle chiese messe a disposizione dal Patriarca»

CODEVIGO ( PADOVA). Solo la disperazione, la mancanza di ogni speranza, può spingere duecento uomini carichi di masserizie a dirigersi a piedi, nel freddo e nella nebbia del Veneto a novembre, lungo l’argine del Brenta sperando di arrivare a Venezia. Cinquanta chilometri a piedi per parlare con il prefetto per convincerlo a chiudere il centro di accoglienza dell’ex base Nato di Cona e trovare un’altra sistemazione per le 1.300 persone che vi sono ospitate.

Sono partiti martedì, dopo l’ennesima discussione con la cooperativa che gestisce il centro: i responsabili hanno tolto ai migranti le stufette malfunzionanti che - o meglio che dovrebbero - riscaldare le tende nelle quali sono ospitati. Questioni di sicurezza che, però, hanno scatenato una nuova protesta.

Dopo aver appreso la notizia della morte di uno di loro, investito da un’auto mentre attraversava al buio una strada provinciale a bordo della sua bici, i profughi hanno trascorso la notte nella chiesa di Codevigo, poco oltre il confine con la provincia di Padova, dove il parroco - grazie alle mediazione della Caritas - ha deciso di aprire le porte e li ha lasciati dormire tra i banchi dei fedeli.
Ieri mattina, poco dopo le 10, erano già di nuovo in marcia. Silenziosi, le coperte come scialli, gli asciugamani come copricapo. Un corteo aperto dai più politicizzati, assistiti dal sindacato Usb (Unione sindacati di base) e dai militanti di GlobalProject, seguiti dagli altri con gli zaini e i trolley sulla testa. In fondo una ventina di biciclette, cariche di pacchi, coperte, valige, come solo in Africa si usa. Un gruppo eterogeneo: vengono da Nigeria, Costa D’Avorio, Mali, Bangladesh, Pakistan, Libia, Marocco, Mauritania.

Tra i capi della rivolta c’è Camarà Alsane, 32 anni, ivoriano, da 18 mesi in Italia, parla bene l’italiano: «L’ho imparato con la gente di Cona. Non sono un migrante per la fame, al mio Paese mio padre è un uomo politico che lavorava con l’ex presidente, rischio la vita. Per questo sono scappato». La sua richiesta d’asilo è stata respinta e ora è in attesa del ricorso. Racconta le condizioni dell’ex base Nato di Cona, 540 posti regolamentari, 1.300 ospiti: nelle case stanno quelli della cooperativa, i migranti sono in 10 tende, 5 bagni, e 5 docce ognuna, acqua solo fredda, anche con questa temperatura. Come cibo, sempre pasta al pomodoro. «È l’ottava, nona volta che protestiamo. Niente cambia. Per questo abbiamo deciso di andare a farci sentire direttamente dal capo del centro di Cona, il prefetto di Venezia».

Promise Okospadt, 27 anni, nigeriano, è stato nei centri di detenzione in Libia e dice che Cona è come quelli: «In Italia, anche i cani vivono meglio di noi», sospira. Abu, 28 anni in Sierra Leone ha lasciato moglie e tre figli: «Sono venuto qui solo perché lì non potevo più vivere. Mi rivolgo alle Nazioni Unite, al Papa che è cristiano come noi: non torniamo indietro al centro di Cona, siamo trattati peggio degli schiavi-. Considerate che siamo esseri umani e trovate una soluzione». «Cona - spiega Keita Mamadi, 39 anni della Guinea - non è un centro, è una prigione. Ci prendono in giro: qualsiasi dolore abbiamo la cura è la stessa, sempre e solo paracetamolo».

Camminano con la pancia vuota, nel pomeriggio alcun abitanti di Piove di Sacco portano pacchi di biscotti e latte. La polizia in assetto antisommossa blocca la loro marcia con sei blindati dall’ora di pranzo fino al tramonto lungo l’argine del Brenta-Cunetta tra Bojon e Campolongo Maggiore.
Alle 15 arriva il prefetto di Venezia Carlo Boffi ma la mediazione non va a buon fine. «No Cona. No Cona», intonano nel corteo. Con il buio arrivano due pullman a prendere i manifestanti per portarli a Mira, a dormire nelle chiese di Gambarare e di Oriago e Mira, messe a disposizione del Patriarca di Venezia. Di lì lungo la riviera del Brenta tenteranno di arrivare fino a piazzale Roma attraverso il Ponte della Libertà.



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