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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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martedì 28 novembre 2017

La Libia e l'Apocalisse umanitaria

il manifesto, la Stampa, 28 novembre 2017. La politica criminogena verso la Libia, e la cieca inettitudine del governo italiano  nei confronti della  tragedia del secolo. Articoli di Adriana Pollice, Nina Valoti e Carlo Bertini


L’attenzione sui rapporti perversi tra l’Italia di Minniti, Gentiloni (e Mattarella) e la Libia dei torturatori, stupratori, assassini è un dato costante della stampa italiana di questi giorni. Così, il manifesto (il più sensibile, nella stampa “laica” al tema dei migranti e della loro sorte) segnala un’accentuazione dei rapporti criminogeni tra Roma e l’ex colonia degli anni di Giolitti e quelli di Mussolini.

Adriana Pollice racconta  su il manifesto l’odissea della nave Acquarius della Ong Sos Mediterranèe: «I volontari dell’Aquarius, all’arrivo in porto, hanno messo sotto accusa l’Italia e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma per come sono state gestite le operazioni in mare. Venerdì all’alba l’Aquarius ha individuato un primo gommone in pericolo in acque internazionali, a 25 miglia dalla costa, a est di Tripoli, e poi un secondo gommone ma ha ricevuto l’ordine da Roma di restare in stand-by, il coordinamento delle operazioni era stato assunto dalla marina libica. «La nostra proposta di assistenza è stata declinata dalla Guardia costiera libica – ha spiegato Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi di Sos Méditerranée -. Durante le quattro ore di stand-by le condizioni meteo sono peggiorate, il gommone poteva rompersi e affondare da un momento all’altro». Sophie Beau, vicepresidente dell’Ong, spiega: «I nostri team sono stati costretti a osservare impotenti operazioni che conducono a rimandare indietro persone che fuggono da campi che i sopravvissuti descrivono come un inferno. Non possiamo accettare di vedere esseri umani morire in mare né di vederli ripartire verso la Libia quando la loro imbarcazione è intercettata dalla Guardia costiera libica».

Il 29 novembre se ne discuterà nel vertice tra Unione europea e Unione africana che si apre a Abidjan, Ne riferiremo i prossimi giorni.

Apocalisse umanitaria

Sempre su il manifesto Nina Valoti ricorda la dimensione del problema «Nel mondo ci sono 65,6 milioni di profughi in fuga da guerre, violenza, soprusi, povertà. Vent’anni fa erano quasi la metà: 33,9 milioni. Ma paradossalmente aumentano le spese in sicurezza per le frontiere: ben 16 miliardi e 700 milioni con un trend di crescita annua stimato nell’8 per cento». Non si tratta di invenzioni giornalistiche: sono dati contenuti nel quindicesimo rapporto “Diritti globali” che spiegano benissimo il titolo scelto quest’anno: «Apocalisse umanitaria».

«Se da anni il dramma globale dei migranti ha infatti come epicentro il Mediterraneo, quest’anno sono state le politiche e gli accordi del nostro governo con la Libia a creare un elemento nuovo e ancor più preoccupante: la criminalizzazione delle organizzazioni non governative e la quasi totale negazione dell’asilo politico, definito giustamente «chimera»: solo il 5 per cento delle domande del 2016 sono state accolte a pieno titolo in Italia.

«Una apocalisse umanitaria incombente anche perché le guerre sono proliferate – spiega Sergio Segio ideatore e curatore del volume con la sua associazione SocietàINformazione – e hanno due caratteristiche inedite: la percentuale delle vittime civili aumenta sempre più fino a toccare il 95 per cento, mentre nella seconda guerra mondiale era del 50 per cento, e i conflitti tendono a non chiudersi mai come dimostrano i casi della Siria, dell’Iraq e dell’Afghanistan per non parlare di Libia e Somalia». 

Un quadro che rende ancora più urgente «costruire un mutamento di paradigma che deve partire dal sistema di sviluppo coinvolgendo però il maggior numero di individui – osserva Segio – il tempo per cambiare rotta è adesso, diversamente il futuro rischia di essere un buco nero in cui la governance cieca continuerà a tenere in piedi il castello di carte dominato dalla finanza».

Come da tradizione il Rapporto, sostenuto dalla Cgil e da una galassia di associazioni, si basa «sull’idea di interdipendenza dei diritti nell’epoca della globalizzazione» e mette dunque in rapporto economia, lavoro, diritti umani e ambiente.

I capitoli sui migranti dunque si legano a quelli sulla «crescita economica elusiva» «al tempo degli algoritmi», «il disordine globale», «la dolosa obsolescenza del pianeta» più il nuovo capitolo «In comune» che racconta «reti e pratiche dal basso» per dimostrare che «cambiare è possibile» alternando storie vicine come il Baobab di Roma con altre lontane, come la Coopamare in Brasile, cooperativa di raccoglitori di immondizia.

Il tema dominante però è quello dei migranti e le sue conseguenze, prima fra tutte «l’odio sociale nella società dell’esclusione». «Il tratto caratteristico dell’ultimo periodo è certamente la crisi della cittadinanza – commenta Marco De Ponte, segretario generale di Action Aid Italia – non si discute più, tutto viene deciso in modo opaco e così accade anche per la crisi migratoria. In Italia per gestire questo fenomeno ci sono 12mila microbandi sull’accoglienza senza nemmeno un database nazionale. Noi cerchiamo invece di investire su competenze e dialogo per cambiare le cose».

«Siamo davanti ad un genocidio nell’indifferenza anche da buona parte del mondo progressista perfino davanti alla tortura – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – . La questione si lega agli spazi di agibilità delle Ong: non è possibile che proprio dall’Italia sia partita l’idea che chi vuole salvare vite umane sia cacciato della legalità, queste visioni securitarie fanno impallidire quanto successe a noi nel 2002: l’allora ministro Castelli ci fece cacciare dalle carceri perché sosteneva avessimo legami con gli anarco-insurrezionalisti, ma a nostra difesa si mobilitò anche la destra. Ora le Ong sono praticamente sole».

«Ormai il diritto penale è usato per ridurre l’agibilità delle Ong – gli fa eco Francesco Martone, portavoce della rete «In difesa di» – per reagire dobbiamo proteggere tutti coloro che fanno sentire la loro voce nel mondo a partire dagli attivisti a rischio, specie in America latina».

«Condividiamo questa avventura che consideriamo di grande importanza anche per il futuro – ha concluso la presentazione del volume di ieri pomeriggio il padrone di casa Fausto Durante, responsabile delle politiche internazionali della Cgil – . Nel mondo del lavoro in tutto il mondo i diritti calano, noi vogliamo invece che siano in capo alle persone e che siano riconosciuti per legge: per questo in Italia abbiamo presentato la Carta universale dei diritti» 

La posizione del governo italiano
Per il governo Gentiloni-Minniti la posizione è chiarissima, e ne dà testimonianza il resoconto della questione Acqarius, da cui siamo partiti. Intervenire per ricacciare nei lager libici quanti tentano di fuggirne è la priorità. Ma barriere e campi di contenimento dei fuggiaschi vanno realizzati dovunque. 

La Stampa, (29 novembre) informa che «dall’Italia 50 milioni verranno regalati al Niger per rinforzare le sue frontiere in chiave anti migranti, precisando che nell’accordo firmato dal premier Gentiloni a Roma si stabilisce che «il contributo sarà scaglionato in quattro tranche condizionate al raggiungimento di obiettivi per sorvegliare i confini con la Libia»: se non trattenete i fuggiaschi nel vostro inferno non vi paghiamo più. «L’intesa rientra in una cornice più complessa «L’accordo firmato oggi rafforza la frontiera sud della Libia e di conseguenza la frontiera esterna dell’Europa», fa notare Alfano, sempre su la Stampa. «Il Niger è infatti un Paese di transito della rotta transahariana che parte dall’Africa occidentale e arriva in Libia. «La logica di questi accordi è che i migranti vanno fermati o alla partenza o lungo il percorso, ma non sulle rive del Mediterraneo», spiega una fonte di governo. Ed è anche in quest’ottica che il primo marzo è stata riaperta la nostra ambasciata a Niamey. «Il governo tiene a chiarire però che i versamenti italiani sono condizionati ai risultati conseguiti: «Con questi 50 milioni il Niger potrà istituire unità speciali di controllo delle frontiere, costruire e ristrutturare posti di frontiera e costruire un nuovo centro di accoglienza per i migranti», chiarisce il ministro degli Esteri. Non è chiaro se l’accordo preveda anche che i lavori per la costruzione delle barriere e dei campi di concentramento saranno affidati a ditte italiane.




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