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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

venerdì 3 novembre 2017

Il giorno delle elezioni

So di dire un’ingenuità. Ma è la sola cosa che resta a chi legge ogni giorno le estenuanti prove di dare vita, a sinistra, ad una coalizione diversa dal PD. I temi non mancano: le disuguaglianze ... la povertà ... la minaccia ambientale... le sorti della scuola e della università... la precarietà (segue)

So di dire un’ingenuità. Ma è la sola cosa che resta a chi legge ogni giorno le estenuanti prove di dare vita, a sinistra, ad una coalizione diversa dal PD. I temi non mancano: le disuguaglianze che si allargano sempre di più, la povertà che rischia di diventare miseria di strati sempre più ampi della popolazione, la minaccia ambientale fattasi urgentemente concreta, le sorti della scuola e della università, la precarietà diffusasi come un virus, la mancanza di lavoro per tanti giovani soprattutto del sud, eccetera. La lista è lunga e non basterebbe un articolo solo per elencarla. Il PD ha ampiamente dimostrato di non essere all’altezza di affrontare simili problemi; di più: li ignora affaccendato dai giochi interni di potere che raccontano ogni giorno le cronache politiche. E intanto cresce la sfiducia delle persone stanche di non ricevere risposte ai problemi che le assillano quotidianamente. Si diffonde l’idea del tanto peggio tanto meglio, qualcosa almeno accadrà. Prendiamo, a caso, Roma. E’ diventata una città irrappresentabile, nel senso che per descriverla occorrerebbe uno scrittore di fantascienza alla Philip Dick o alla George Orwell. E i cittadini si sono rassegnati a questo calvario quotidiano per recarsi al lavoro o per spostarsi da un punto all’altro della città, in attesa che qualcosa di peggio accadrà.

Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione alle Officine Zero, una delle tante fabbriche dismesse, nella zona di Portonaccio. Un tempo in questa fabbrica si riparavano i vagoni letto, fiore all’occhiello delle ferrovie italiane, come sa chi abbia viaggiato su di uno di esso almeno una volta nella sua vita. I treni della TAV hanno reso inutile questo glorioso esercizio e un giorno sono stati letteralmente tagliati i binari che dalla stazione Tiburtina portavano a questi capannoni, lasciando morire, oltre gli impianti, una sapienza di lavoro costituita da tappezzieri, meccanici, elettricisti, falegnami. Le tracce di questa sapienza sono state raccolte da un gruppo di giovani che hanno creato un virtuoso contesto di lavoro che ospita abili espulsi dal lavoro e giovani che tentano, in un mare di difficoltà, di ripristinare un ciclo produttivo moderno. Insomma, una visione del mondo diversa. Invitati a visitare gli impianti, erano arrivate illustre personalità istituzionali che hanno, come don Abbondio, parlato in un gergo incomprensibile dei tanti problemi istituzionali che si sarebbero dovuti affrontare. Ho pensato che se una cosa del genere fosse successa in un paese liberale qualche avveduto manager avrebbe valorizzato questa esperienza cogliendone gli aspetti innovativi. Di cose così ce ne sono molte in città, ignorate dalla politica ufficiale che, se mai se ne interessa, è solo per destinare aree come questa al prossimo centro commerciale.

Ho citato questo caso solo per dimostrare come la politica ufficiale distrugge quotidianamente risorse, occasioni di lavoro, saperi, inseguendo vanamente quel modello di crescita che ci ha trascinato in questa crisi, senza nemmeno curiosità per quelle esperienze innovative che potrebbero fornire una risposta al tema del lavoro e della innovazione (vera). Qui la distanza tra la realtà e la visione dei nostri governanti si fa abissale: non sanno vedere nulla che non ha a che spartire con le loro faccende di potere, chiusi e ciechi all’interno del Palazzo. Che altro si aspetta da una sinistra (quella impropriamente rappresentata dal PD) che non è capace di vedere quanto di innovativo si muove, nella più assoluta solitudine, nella nostra società e che lancia segnali inascoltati di nuove modalità di lavoro, nuove forme di socialità, nuovi modi di stare insieme?

Mi piacerebbe, è questa l’ingenuità, che venisse finalmente redatto un programma di pochi punti da parte della sinistra non PD nelle sue varie forme, per liberare le persone dal vincolo asfissiante del “questo è l’unico possibile mondo che ci è consentito” e restituire loro fiducia in se stesse e nel futuro che ci è stato espropriato. E’ possibile? Alle elezioni prossime non vorrei ritrovarmi a votare per il meno peggio, come spesso ho fatto insieme a tanti compagni. Il giorno delle elezioni vorrei uscire di casa sorridendo: questa volta so chi, e cosa, votare.
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