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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

scritta dai media

DAI MEDIA

martedì 14 novembre 2017

Grecia: la crisi dimenticata

il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2017. Articoli di Cosimo Caridi e Michele Revelli sulla situazione in cui versa la Grecia, abbandonata dall'Europa e dimenticata dai media. (p.d.)


ATENE, I "PRIGIONIERI"
DI PIAZZA SYNTAGMA
di Cosimo Caridi

Disegna perché non sa scrivere. Mohamed ha nove anni e non è mai stato scolarizzato. Nato a Homs, in Siria, ha imparato a camminare sotto le bombe. Subito dopo, con il fratello maggiore e i genitori, ha lasciato il paese. Dove è tua mamma? “In quella tenda. Dorme, è stanca”. E papà? “In Germania”. Fatima, la madre di Mohamed, sta facendo lo sciopero della fame. Sono 13 giorni oggi. Vuole raggiungere il marito a Stoccarda. Non si vedono da oltre due anni. “Eravamo in un campo in Turchia – racconta la donna, mentre rassetta due coperte, unico arredo della sua tenda – mio marito è andato avanti. Ha attraversato il mare e poi i Balcani. Quando è arrivato in Germania ci ha chiesto di raggiungerlo”. Il resto è cronaca. Nel marzo 2016 la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha chiuso la rotta balcanica. Almeno 100 mila persone rimangono intrappolate tra i confini alle porte d’Europa. Di questi, oltre 62 mila sono tutt’ora in Grecia. Mohamed è uno di loro.

In piazza Syntagma, ad Atene, sul marmo antistante al parlamento ellenico, 15 famiglie siriane hanno piazzato le loro tende. Ci sono donne e bambini in quantità, ad accompagnarli uno sparuto gruppo di uomini. Il primo novembre hanno appeso uno striscione nero a caratteri bianchi: “Sciopero della fame. Ricongiungete le nostre famiglie ora!”. Su un cartellone, ogni mattina, annotano da quanti giorni va avanti la protesta. “I tedeschi ci hanno diviso dai nostri cari – spiega Ibrahim, trentenne designato portavoce della comunità – abbiamo aspettato e seguito le procedure, ma non abbiamo ottenuto nient’altro che un pasto e un materasso”. I richiedenti asilo sono stati sparpagliati in decine di centri in tutta la Grecia. I campi sono quanto di meglio lo Stato possa fornirgli.

Ma Atene non ha fondi per pagare le pensioni, quindi per chi fugge dalla guerra c’è poco, sovente nulla. Il programma dell’Unione Europa per ricollocare i profughi si è rivelato un buco nell’acqua. Gli stati membri, secondo quanto deciso da Bruxelles, avrebbero dovuto accogliere 160 mila profughi che si trovavano già in Grecia e in Italia. Prima il gruppo di Visegrad, e poi tanti altri, si sono sfilati e a oggi solo 13.622 sono le procedure registrate, di cui 9.960 sono andate a buon fine, meno del 7 per cento. Le isole vicine alla Turchia, trasformate in hotspot per volere dell’Europarlamento, sono diventate carceri per i profughi. La convivenza forzata tra locali e migranti risulta ogni giorno più difficile.

La disoccupazione ellenica rimane sopra il 22 per cento e quindici cittadini su 100 vivono sotto la soglia della povertà. Alba Dorata, il partito xenofobo greco, terza forza del parlamento, capitalizza il malcontento. Si moltiplicano le aggressioni degli attivisti di estrema destra a richiedenti asilo, e volontari che li supportano, l’ultima mercoledì scorso nella capitale. Le foto del viso insanguinato di Evgenia Kouniaki sono state diffuse su Facebook. Kouniaki è la legale di un pescatore egiziano testimone di un pestaggio, sempre a opera di Alba Dorata. Mentre andava dalla polizia è stata avvicinata da una decina di uomini che le hanno rotto naso e occhiali.

In piazza Vittoria, a pochi passi da dove è avvenuta l’aggressione, s’incrociano squallore ed eccellenza. Il piccolo parco è diventato negli anni della crisi il crocevia di spaccio e prostituzione, anche minorile. Qui i migranti che hanno perso la speranza toccano il punto più basso dell’Europa. C’è chi traffica l’eroina gialla e chi si vende per pochi euro. Soldi che, con ogni possibilità, pensa di reinvestire in un trafficante di uomini che lo aiuti ad attraversare i muri costruiti lungo la penisola balcanica.

Ed è proprio in piazza Vittoria che viene distribuito il miglior pasto gratuito per i rifugiati. I paesi baschi sono la regione del mondo con il maggior numero di ristoranti stellati. La cultura culinaria affonda nelle origini di Euskal Herria e ha creato eccellenze come le società gastronomiche. Club privati, a cui l’iscrizione passa di padre in figlio, dove gli uomini si tramandano le ricette della tradizione. “Zaporeak è l’associazione creata dai cuochi delle società gastronomiche – spiega Josi Etxeberria mentre controlla la cottura di quattro pentoloni – questa situazione è oramai incancrenita, non la possiamo risolvere noi, ma bisogna limitare il degrado”. Josi e i suoi hanno trasformato uno scantinato nella cucina di un ristorante. Una decina di volontari affettano, impiattano e imbustano. “Dobbiamo dare qualcosa di qualità a chi vive nella precarietà assoluta – continua Josi – c’è un legame tra cibo e dignità. Mangiare non è solo sfamarsi”.


SU LE MANICHE:
IL RISCATTO FAI-DA-TE
DEL POPOLO GRECO
di Michele Revelli

La Grecia ritorna sulla scena europea, questa volta non come vittima sacrificale ma come sopravvissuta. Già l’esito del negoziato coi creditori per la “seconda valutazione” aveva ispirato un certo ottimismo negli ambienti di governo. Poi a settembre la decisione di Macron di tenere il discorso “per svegliare l’Europa” proprio in Grecia, ad Atene, aveva lasciato intendere che si aprissero possibilità prima insperate e insperabili. Ora l’annuncio di Alexis Tsipras di aver raggiunto gli obiettivi di bilancio e di essere in grado di destinare il miliardo di euro di surplus ai “poveri che hanno sofferto questi sette anni di austerità” come “dividendo sociale” è un’ulteriore conferma. Questo momento parzialmente favorevole non è frutto del caso ma il risultato dello sforzo compiuto dalla comunità greca tutta intera, in primo luogo dai cittadini col loro impegno sociale, come ho potuto verificare per esperienza diretta sul territorio greco, parlando con rappresentanti politici e volontari delle organizzazioni di solidarietà.

La Grecia che ho visto si discosta molto dal tetro quadro di abbandono e degrado di qualche tempo fa, quando i negozi erano chiusi e i ristoranti vuoti, la gente asserragliata in casa mentre per le strade esplodeva la rivolta. Oggi i ristoranti sono frequentati e anche il turismo interno è ripreso (+0,7% i consumi, +9,5% l’export) mentre le proteste sono quasi cessate. Organizzazioni come La solidarietà del Pireo e i vari Ambulatori di quartiere hanno accompagnato la popolazione nel periodo più duro della crisi, innovando le tradizionali pratiche di volontariato e massimizzandone gli effetti che oggi sono ben visibili a voler guardare tra le pieghe della società greca.

Una delle componenti più innovative, per esempio, sono stati gli ambulatori sociali: strutture di volontariato dove vengono distribuiti medicinali e fornite cure a quanti non possano permettersi le spese mediche. La cosa che maggiormente mi ha colpito andando a visitarne uno, nel quartiere di Nea Smyrni, periferia sud di Atene, è stata la professionalità. Trattandosi di un’iniziativa partita dalla gente senza il supporto di grandi Ong o finanziatori esterni, mi aspettavo un ambiente meno rifornito di farmaci e specialisti. Invece ho scoperto che l’ambulatorio era frequentato con regolarità da 850 pazienti e contava più di 11 specialisti tra cui otorini ginecologi cardiologi pediatri e persino psicologi e dentisti con tanto di attrezzatura per ecografie ed elettrocardiogramma. Con altrettanto stupore mi è stato riferito che tra le cure più richieste vi sono quelle dentistiche e grazie alle donazioni di privati l’ambulatorio è riuscito anche a dotarsi di un’attrezzatura professionale adeguata. Sebbene l’iniziativa fosse nata nel 2013 da 8 membri di Syriza, oggi tra i 50 collaboratori volontari si trovano anche medici conservatori che sono stati attratti dalla purezza dei loro ideali e dal loro intento di tener fuori la politica di partito dall’impegno sociale che non si cura di differenze di bandiera ma mette al primo posto i problemi della gente (per quanto cercassi, non ho visto un solo volantino, o un’affiche o un simbolo di partito).

Ciò che è stato realizzato dagli ambulatori sociali per la sanità è stato fatto dalla Solidarietà del Pireo per il cibo e i beni primari. Dall’idea di 14 persone “di buona volontà” (di Syriza e non solo) nel 2012 si è avviato un progetto che unisse le tradizionali pratiche di aiuto come distribuzione di vestiti cibo assistenza scolastica e consulenze legali a un nuovo concetto di volontariato che è più descrivibile dalla coppia solidarietà-partecipazione. Infatti a chiunque voglia ricevere vestiti o alimentari si propone di prestare servizio come volontario (quasi come un atto di “buona volontà”), così che chiunque utilizzi il servizio non pensi di ricevere la carità ma si senta parte di qualcosa. I volontari di solito sostano nei pressi del grande supermercato di fronte alla sede con delle buste chiedendo ai clienti di riempirne una per la Solidarietà del Pireo. In questo modo l’organizzazione può ricevere i beni da distribuire mentre i volontari più bisognosi possono ottenerli tramite una valuta non ufficiale di loro invenzione chiamata “Pireo”. Lo scopo è quello di rimettere in piedi chi per colpa della crisi è stato affossato ma mostra una reale volontà di rialzarsi: per questo sono esclusi dal programma quanti dimostrano di volerne solo approfittare, mentre qualunque immigrato è ben accetto.

Tutto questo mi ha fatto capire che il motore della ripresa greca non sta tanto nelle decisioni politico-istituzionali, quanto nella mentalità politica del suo popolo, disposto a spendersi attivamente per risolvere i problemi delle persone più che per affermare individualismi di partito. Approccio incomprensibile se guardato dall’Italia, dove nulla di tutto ciò sembra far notizia.
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