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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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sabato 11 novembre 2017

È ora di cacciare all’inferno i paradisi fiscali

lavoce.info, 10 novembre 2017. Il fatto che persone e aziende dei paesi avanzati utilizzino i paradisi fiscali non dovrebbe suscitare tanta ipocrita sorpresa. Se davvero si vuole farla finita con queste pratiche sono necessari interventi decisi, da applicare a livello internazionale. (m.c.g.)


Ricchi in paradiso

Con stucchevole sorpresa si scopre, praticamente una volta l’anno, che i paradisi fiscali esistono. E che li usano perlopiù i potenti (persone fisiche e imprese) di paesi di “elevato standing” internazionale. Non sarà, per caso, che il rapporto risulta invece organico tanto allo stile di vita che alle modalità organizzative di coloro che vivono proprio in questi paesi? Proviamo, allora, a vedere le cose un po’ più da vicino evitando, innanzitutto, equivoche generalizzazioni.

Le persone fisiche usano i paradisi fiscali per “risparmiare” sulle imposte dovute. Ma questo vale per chi non ha bisogno di nascondere le proprie ricchezze e, anzi, ne fa volentieri sfoggio. Appartengono alla categoria sportivi, attori, cantanti e modaioli di vario genere. Gente benestante, ma col pallino della furbizia: sono ricco e famoso e ci so fare anche con le tasse. Basta pensare, per non andare troppo lontano, a Luciano Pavarotti e Valentino Rossi.

Vi è, però, una diversa categoria di persone fisiche: coloro che devono mostrare modestia in patria e sostanza nascosta all’estero con cui pagarsi campagne elettorali o comunque di accreditamento delle proprie virtù, quella dei prestanome che nascondono ricchezze di “persone di specchiata moralità”, quella dei criminali che devono nascondere il “corpo del reato”. Per costoro il “risparmio d’imposta” è un gradito accessorio, ma non l’obiettivo principale, che è il puro e semplice occultamento dell’esistenza stessa della ricchezza ivi parcheggiata.

I vantaggi delle imprese

Anche le imprese usano i paradisi fiscali. Lo fanno – di massima – per minimizzare non solo il proprio carico tributario, ma anche quello dei costi operativi da sostenere. Basta pensare a quelle imprese che accettano di pagare un testimonial del loro prodotto versando il corrispettivo a società – sistematicamente off shore – che appaiono titolari del diritto di sfruttamento della sua immagine. Queste imprese sono semplicemente ipocrite complici di uno schema che consente al testimonial di pagare meno tasse e, quindi, di accontentarsi anche di un minor compenso. Sulle spalle, è ovvio, della collettività. Vi sono, poi, i manager delle imprese che su acquisti e vendite operate all’estero trovano spesso occasione di far emergere differenziali che prendono strade diverse da quelle dei conti delle parti contraenti e vanno a finire su quelli di società da loro controllate. Qui il manager non solo evade ma anche ruba; e l’impresa per cui lavora è la parte lesa. L’opacità vale, anche in questo caso, di più dell’evasione.

Si aggiunge poi un’altra tipologia di utilizzo dei paradisi fiscali che nel tempo si è addirittura ampliata: quella dei veicoli di raccolta, canalizzazione e distribuzione di denaro da investire. Si tratta di strutture giuridiche – perlopiù “limited partnership” – che consentono di raccogliere investitori della più diversa specie (istituzioni finanziarie, oligarchi e sceicchi) e tenerli insieme in un salvadanaio comune, regolato da disposizioni interne alla partnership (e, quindi, senza alcun vincolo regolamentare esterno), amministrato da illustri sconosciuti al di fuori di qualsivoglia meccanismo di controllo da parte delle autorità del paese destinatario delle risorse di provenienza off-shore. La partnership, peraltro, è, come si dice in gergo, “trasparente”: cioè trattiene le sue eventuali (modestissime) spese di gestione e devolve tutto il ricavato ai partner (cioè ai soci) senza ritenute né sgradite domande. Questi veicoli di investimento vengono utilizzati in una grande varietà di casi. Per acquistare azioni, per sottoscrivere quote di fondi di private equity, per sottoscrivere o acquisire bond (titoli di debito) emessi da imprese di variabile solvibilità, per partecipare a operazioni mordi e fuggi in ogni angolo della terra: salvo che dette operazioni sono sistematicamente sponsorizzate, guarda un po’, da qualche primaria istituzione finanziaria di un paese di “elevato standing”.

C’è da domandarsi, allora, dove sono finite tutte le dichiarazioni di lotta ai paradisi fiscali e tutti gli accordi, anche recentissimi (vedi quelli emersi in periodo di voluntary disclosure), tesi a rendere trasparente ciò che viene venduto e valorizzato – e, ahimè, a ragion veduta – come opaco.

Se davvero la si vuole far finita con i paradisi fiscali occorre usare le maniere forti e anche un po’ spicce. Cominci l’Ocse che ha costituito tanti gruppi di studio al riguardo. Per esempio, sarebbe il caso di dire chiaro e tondo che gli investimenti nella cui catena societaria o finanziaria sono presenti soci o finanziatori di provenienza off shore al di sopra di una certa soglia (per esempio, il 10 per cento) danno luogo a contratti nulli. Bisognerebbe, poi, considerare sempre e comunque indeducibili i costi pagati a un soggetto residente in paradisi fiscali (lasciando a questi la valutazione circa l’opportunità di trasferirvisi). Bisognerebbe concordare fra gli stati di “elevato standing” il sequestro dei patrimoni rinvenuti in quei paradisi se il proprietario apparente non ha i presupposti minimi per renderne credibile la relativa proprietà. E, in questa prospettiva, si potrebbe concedere anche un tempo adeguato – magari persino un biennio, ma senza sconti – per mettere a posto la propria posizione.

Illusioni? Attendiamo fiduciosi.
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