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lunedì 20 novembre 2017

Dove va la Turchia? Intervista al regista Imre Azem

NENA news, 16 novembre 2017. Dopo aver narrato l'urbanizzazione neoliberista in Istanbul e altre città, il regista racconta la vita in Turchia nello stato di emergenza. La trasformazione urbana è una questione sistemica nel sistema socio-economico attuale. (i.b)


Il 21 luglio 2016, a meno di una settimana dal tentato golpe in Turchia, il presidente Erdoğan dichiara l’attuazione per tre mesi dello stato di emergenza (Ohal), rinnovato poi di tre mesi in tre mesi e ancora in vigore. Nel luglio 2017, con due anteprime una a Berlino e poi a Istanbul, viene presentato il documentario “La Turchia sull’orlo dell’abisso (Uçurumun kıyısında Türkiye)”, un film che racconta l’anno appena trascorso nello stato di eccezione.

Un anno denso di avvenimenti, migliaia di persone costrette alle dimissioni, giornalisti, politici, scrittori, attivisti fermati, arrestati, processati dopo mesi sempre con l’accusa di affiliazione a organizzazione terroristica ma con prove scarse o inesistenti. Un anno in cui la libertà di espressione ha subito i più gravi attacchi e nonostante ciò la popolazione è stata invitata ad esprimersi con il voto su una questione delicata e decisiva: la riforma costituzionale per il passaggio a un regime presidenziale.

Imre Azem, regista del film e già autore del pluripremiato Ecumenopolis. City without Limits (Ekümenopolis. Uçu olmayan şehir), dopo essersi dedicato per anni al tema delle trasformazioni urbane, della speculazione immobiliare come forma di manifestazione di politiche neoliberiste, ha deciso di narrare un anno di Turchia nello stato di emergenza seguendo quattro persone, quattro attivisti coinvolti in diverse battaglie politiche e impegnatisi in prima linea nella campagna elettorale del referendum.

In La Turchia sull’orlo dell’abisso in compagnia del giornalista Fatih Polat, l’architetta Mücella Yapici, l’attivista Deniz Özgür e la docente Gül Köksal, lo spettatore può vedere da vicino non solo gli effetti dello stato di emergenza ma anche percepire la tenacia e la forza con cui, nonostante tutto, le persone in Turchia non si danno per vinte e continuano la loro battaglia per il rispetto dei diritti democratici.

Alla vigilia della prima italiana del film La Turchia sull’orlo dell’abisso, in una serata organizzata da Kaleydoskop – Turchia cultura e società abbiamo incontrato il regista Imre Azem per porgli alcune domande.

Come nasce l’idea di questo documentario?


Noi abbiamo sempre realizzato documentari sulla città, nel 2011 è uscito Ekümenopolis dopo di che abbiamo prodotto brevi documentari sempre sulle trasformazioni urbane, però in tempi più recenti, in particolare dopo Gezi, abbiamo cominciato a realizzare documentari su questioni più legate alla società, alla politica. All’inizio del 2016 eravamo tornati a fare dei documentari sulla società e volevamo fare un altro film che come Ekümenopolis affrontasse il rapporto tra il mondo della finanza e lo sviluppo urbano, ma a livello globale, e per questo siamo andati negli Stati Uniti, per parlare con gli investitori di Wall Street; siamo rimasti tre mesi, stavamo facendo delle ricerche quando, proprio allora, è avvenuto il colpo di Stato.

Con il golpe in Turchia l’atmosfera è cambiata di colpo e noi abbiamo pensato che, considerato ciò che stava accadendo nel nostro paese, invece di fare le riprese in America, in Europa e in altre grandi città del mondo come avremmo dovuto fare, abbiamo deciso che questo progetto non poteva continuare, lo abbiamo abbandonato, siamo tornati in Turchia per cercare di capire come raccontare quello che stava succedendo.

Nel frattempo una produzione che ci conosceva in Germania ci ha contattato. Subito dopo il golpe, infatti, c’è stato un grosso interesse in Europa verso la Turchia e tutti volevano fare qualcosa su quello che accadeva. Noi abbiamo spiegato loro che tipo di progetto avevamo in testa e che secondo noi per capire dove stava andando la Turchia, parlare con un rappresentante dell’Akp, con uno dell’Hdp, con ognuno dei partiti politici, intervistare i politici e confrontare le loro posizioni sarebbe stata una cosa senza senso. La nostra è stata una posizione chiara, abbiamo inisistito che fosse necessario un punto di vista specifico perché pensiamo che sia importante capire che influenza abbia lo stato di emergenza sulla vita di tutti i giorni, sull’attivismo. Così solo è possibile raccontare in modo più chiaro e trasparente il futuro del paese. Loro hanno accettato questa nostra proposta e quindi abbiamo cominciato a lavorarci.

Questo progetto ha anche molto di personale perché lo racconto dal mio punto di vista e lo faccio attraverso persone che conosco direttamente, che appartengono alla mia cerchia. Non ho scelto queste persone perché in generale cercavo dei profili come i loro e basta ma perché io conosco queste persone, in particolare dopo Gezi abbiamo condiviso la lotta per la democrazia e nel documentario racconto le persone attorno a me, persone con cui ci siamo battuti insieme.

Per me è un film sincero, personale, ma visto che non nascondo il punto in cui ci siamo fermati, essendo coinvolto anch’io in prima persona, anche come voce narrante, per lo spettatore tutto è più chiaro. In questo senso spiega meglio il punto in cui siamo arrivati in Turchia e dove possiamo andare. È un film che dà più informazioni.

Il documentario s’intitola La Turchia sull’orlo dell’abisso. Una definizione inquietante per un paese che solo qualche anno fa, a livello internazionale, rappresentava un modello esemplare di sviluppo economico, democrazia e islam. Ci spieghi come sei giunto a questo titolo?

La prima volta che ho cominciato a pensare a questo film ho cominciato a scrivere di getto il testo, ho scritto molto e il titolo del film è stato di fatto il primo titolo che avevo dato al testo. Di fatto esprimeva il sentimento che provavo rispetto alla Turchia. Non è una condizione nuova, e certamente si è sviluppata piano piano in un lungo processo, però tutto d’un tratto ci siamo ritrovati su un baratro, sull’orlo dell’abisso, e la trasformazione a questo punto può diventare molto difficile: in questo senso parlo di abisso. Per la Turchia l’abisso può essere una guerra civile; io penso che ci siamo arrivati davvero molto vicini e a un certo punto tornare indietro sarà molto difficile. Tuttavia ci sono ancora speranze, penso che non siamo ancora a questo punto.

La Turchia sull’orlo dell’abisso è stato realizzato dalla Kibrit Film, fondata insieme a Gaye Günay, grazie a una produzione tedesca, la gebrueder beetz filmproduktion in collaborazione con ZDF e Arte. Che valore hanno avuto questi fondi stranieri, europei per la precisione, in un momento di grande censura per il cinema indipendente?

Abbiamo cominciato a lavorare alle riprese del film prima di accordarci con la produzione tedesca e Arte, ma avevamo ovviamente molte spese da affrontare: noleggio attrezzature, costi per i tecnici… senza fondi l’avremmo fatto comunque ma probabilmente in un formato molto più breve e meno complesso, invece così grazie ai fondi messi a disposizione abbiamo potuto dedicarci per sei mesi completamente al film oltre a un sostegno tecnico perché abbiamo avuto la disponibilità di un montatore e di una seconda camera. Riuscendo a sostenere i costi abbiamo avuto la possibilità di avere una equipe. Forse l’avremmo fatto lo stesso ma non in modo così completo e dettagliato.

Per molti anni il tuo lavoro e quello della tua casa di produzione, la Kibrit Film, si è concentrato sul tema della speculazione urbana e il suo legame con le politiche neoliberiste. Trovi qualche connessione con quello che hai raccontato finora e la deriva politica dell’ultimo periodo?

In tutti i lavori che abbiamo fatto prima d’ora, abbiamo cercato di raccontare come la trasformazione urbana sia una questione sistemica. In Turchia il processo di trasformazione urbana è stato un riflesso del sistema economico e politico e in questo senso l’amministrazione politica che è cambiata diventando sempre più autoritaria si rispecchia nella gestione della città. Anche nella trasformazione urbana ad esempio si ricorre allo stato di emergenza, con la scusa dello stato di emergenza non si accettano alcune opposizioni, non si dà il permesso per le manifestazioni, anche i procuratori usano lo stato di emergenza e con la scusa fanno passare nuove leggi…

Proprio come ora con i decreti di emergenza e senza nessun rispetto della legge, persino della costituzione, è possibile far passare le leggi che si vogliono. Questo succede anche con i progetti di trasformazione urbana, per esempio nei confronti della natura, la legge sulle miniere, per questioni ambientali; vengono avviati progetti fuori legge, anche non approvati, e in questo senso era già possibile vedere nelle città la condizione dello stato di emergenza.

Il film è uscito ufficialmente a luglio ma è da ottobre che sta girando per la Turchia in un circuito indipendente e autorganizzato. Come sta andando? Come organizzate le proiezioni?

L’anteprima del film è stata a Berlino, la seconda a Istanbul, il 12 luglio nel Ses Tiyatrosu, e ora, infatti, stiamo organizzando proiezioni in tutta la Turchia… in realtà non siamo noi che le organizziamo ma abbiamo dato la nostra disponibilità, così veniamo contattati e invitati a presentarlo. Abbiamo avuto già molte richieste: sono previste proiezioni a Mersin, Ankara, Izmir, Eskişehir, in diverse università, e anche all’estero, negli Stati Uniti, in Germania.

Il film gira quindi grazie a proiezioni private, su iniziativa di singoli o di gruppi, e per noi queste proiezioni sono molto importanti perché uno dei messaggi del film è che la lotta per la democrazia si fa insieme, stando uniti, per essere più forti. Organizzare le proiezioni con gruppi che si battono per i diritti democratici e si riuniscono, si ritrovano e discutono anche stimolati dal documentario per noi è molto importante. Soprattutto perché oggi, a parte i social network, siamo in un periodo in cui dobbiamo davvero ritrovarci, stare insieme, darci una mano e creare occasioni è fondamentale. Poi probabilmente per queste persone il film non racconta nulla di nuovo, perché sono già persone sensibili, coinvolte, ma con le proiezioni si ha modo di discutere e soprattutto si aprono barlumi di speranza, per una lotta comune. Così come, io credo, si contribuisce alla costruzione di una narrazione comune, collettiva, che è ciò di cui abbiamo bisogno.

***

Il documentario La Turchia sull’orlo dell’abisso sarà proiettato per la prima volta in assoluto in Italia venerdì prossimo, il 17 novembre alle ore 20 a Napoli, presso l’ex Asilo Filangieri. La proiezione è parte del primo evento di lancio della rivista online Kaleydoskop – Turchia, cultura e società , una rivista nata quest’estate grazie a una riuscita campagna di donazioni dal basso e online da metà settembre. Fondata da una piccola redazione di cinque donne Kaleydoskop.it, progetto indipendente, racconta la vita culturale e la società in Turchia. Un progetto di cooperazione, di sostegno a forme di cittadinanza attiva in un paese, la Turchia, che sta attraversando un periodo molto critico in cui, giorno dopo giorno, si riducono sensibilmente gli spazi e le possibilità per esprimersi liberamente. Kaleydoskop.it racconta di letteratura, cinema, fotografia, satira, creazioni e documentari sonori, festival, musei, mostre, iniziative, radio, associazioni, lo fa con una costante collaborazione con artisti, giornalisti, fotografi, illustratori turchi.

Dopo la proiezione napoletana è possibile organizzare altre proiezioni del documentario contattando la redazione di Kaleydoskop via email (info@kaleydoskop.it).


Riferimenti

Qui il link al trailer di Turkey on the edge.
Per chi si fosse perso Ecumenopolis. City without limits, qui il video.

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