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mercoledì 29 novembre 2017

Alessandro Leogrande, un lutto non solo per il Mezzogiorno

Corriere del Mezzogiorno, 29 novembre 2017. Alessandro Leogrande è andato via. Un suo ricordo, si Massimiliano Virgilio e un articolo di Leogrande su Rocco Scotellaro

È una doppia commemorazione quella che presentiamo oggi: due giovani scomparsi anzitempo (Rocco Scotellaro, a 30 anni, Alessandro Leogrande, a 40 anni) entrambi speranze di un Mezzogiorno d'Italia sempre più impoverito e disgregato. Si tratta di un articolo che li unisce: un articolo di Alessandro su Rocco. Ci piacerebbe servissero a riaprire un ragionamento sulla disperazione che c'è nella nostra stessa Penisola, e su come rovesciarla in speranza


Corriere della sera
ALESSANDRO LEOGRANDE
di Massimiliano Virgilio


La notizia arriva di mattina presto, rimbalza con messaggi sul telefonino, sui social ed è una di quelle da spezzare il fiato. Alessandro Leogrande (in foto ) è morto. A soli quarant’anni anni. Non ho il tempo di sperare che si tratti di un brutto scherzo, purtroppo una valanga di messaggi seppellisce anche l’ultima speranza. Purtroppo è vero: di colpo realizzo che Alessandro non c’è più. Inutile sprecare parole sulla caducità dell’esistenza, sul fatto che siamo tutti foglie nel vento, fragili, fragilissime. Alessandro se ne è andato. Se posso scrivere qualcosa di sensato adesso, sull’assurdità di un evento che spezza una vita a soli quarant’anni, posso soltanto scrivere la verità, e cioè che Alessandro è stato un grande scrittore e un ottimo giornalista, ma soprattutto è stato un attivista, che ha praticato a lungo il volontariato e l’impegno sociale, che ha combattuto per cause importanti e ha scritto di questioni altrettanto importanti, affrontando alcuni nodi critici del nostro presente. Un tempo si sarebbe detto di lui che era un intellettuale engagé . Naturalmente è stato anche quello, ma Alessandro è stato soprattutto una persona gentile, capace di letture anticonformiste del nostro presente, un uomo colto, un ragazzo del Sud.

Aveva scritto dei libri bellissimi, tra cui La frontiera sul tema delle migrazioni, prima invece si era fatto apprezzare per Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud , un volume sul caporalato nella sua Puglia. Prima ancora aveva raccontato storie di contrabbando internazionale, i suoi libri erano stati adattati a teatro, era un collaboratore di Rai Radio3, per cui aveva realizzato diversi programmi e documentari. Non era una rarità ascoltare la sua voce dolce riecheggiare dalle casse della radio. Da anni viveva a Roma, ma il cordone con la natia Puglia era sempre rimasto vivo. Scriveva della Puglia, scriveva di Taranto, della sua Taranto così inquinata e così tanto amata, il Sud ce l’aveva nelle ossa, come si dice, era una firma importante di questo giornale su cui affrontava questioni importanti. Personalmente ho conosciuto Alessandro dieci anni fa, a uno dei seminari organizzati dalla rivista Lo Straniero fondata e diretta fino alla chiusura da Goffredo Fofi, di cui Alessandro è stato vice direttore.

L’ultima volta che ci siamo incontrati, alla presentazione romana del mio ultimo romanzo (che mi aveva fatto l’onore di introdurre alla platea di «Libri Come») avevamo discusso a lungo del dispiacere comune per la chiusura di quell’esperienza che, per tanti scrittori della nostra generazione, in particolare del Sud, è stata la vera università in cui ci siamo formati. Ed è per questo che per me la sua voce resterà per sempre legata a quel clima culturale, fatto di racconto del presente e ingaggio della letteratura con la vita. La stessa che ieri ha lasciato Alessandro a un’età troppo giovane per essere vero. La stessa che, grazie al fatto di averlo incrociato in questo breve ed effimero viaggio dell’esistenza, proveremo a sfidare ancora, leggendo i suoi libri, serbando sempre con noi il ricordo di uomo garbato e intelligente, dalla voce dolce.


Lo Straniero
ROCCO SCOTELLARO
di Alessandro Leogrande

Il testo che segue è stato pubblicato la prima volta  col titolo "La politica del mestiere. Ritorno a Rocco Scotellaro" sulla rivista "lo Straniero", il 19 aprile 2017


A Palazzo Lanfranchi, a Matera, è conservata Lucania 61, la grande opera pittorica di Carlo Levi lunga 18 metri e mezzo e alta più di 3, che rappresentò la Basilicata alla “Mostra delle Regioni” organizzata a Torino nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Lucania 61 racconta in cinque pannelli, che probabilmente costituiscono la summa del Levi pittore, la storia della Lucania contadina e di Rocco Scotellaro, il poeta in bilico tra mito e oblio, che ancora ci interroga, non solo attraverso quel quadro.

Scotellaro nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, da padre calzolaio e da madre sarta e “scrivana” del vicinato. Morirà il 15 dicembre del 1953, stroncato da un infarto, a Portici. Nei trent’anni della sua breve e intensa esistenza sono racchiusi tutti i segni del più grande sommovimento che abbia travolto il Sud nel Novecento: il ridestarsi di un mondo contadino e bracciantile per certi versi fino a quel momento “fuori dalla Storia”, o comunque relegato ai suoi margini. Scotellaro fu, come disse Carlo Levi che lo considerava un fratello minore più che un figlio, “il poeta della libertà contadina”: il narratore di quel lungo processo di liberazione, mentale non solo materiale, culminato nell’occupazione delle terre della fine degli anni quaranta, negli incerti successi e insuccessi della riforma agraria e, soprattutto pochi anni dopo la sua scomparsa, nell’emigrazione di massa verso il Nord. A differenza di chi aveva raccontato quel mondo dall’esterno, Scotellaro fu il primo a farlo dall’interno. Le poesie di È fatto giorno che vinsero il Viareggio, il romanzo incompiuto L’uva puttanella (che Levi riteneva superiore allo stesso Cristo si è fermato a Eboli), l’inchiesta altrettanto incompiuta di Contadini del Sud, pubblicati tutti nel biennio 1954-55, costituiscono il nucleo del suo lascito.

Ma Rocco non fu solo un giovane intellettuale meridionale del dopoguerra. Fu anche un politico, un amministratore: il giovanissimo sindaco socialista del paese in cui era nato, Tricarico, fortemente attraversato da quei sommovimenti. Della politica visse le gioia di una vittoria elettorale forse insperata, la difficoltà estrema dell’amministrare, le sofferenze della calunnia (per un accusa del tutto infondata di malversazione fu addirittura costretto a una quarantina di giorni di carcere, esperienza poi raccontata in alcune bellissime pagine dell’Uva puttanella).

Per chi si volge a rileggere la sua opera, a sessant’anni esatti dalla sua scomparsa, l’aspetto più interessate è proprio questo intreccio irrisolto tra letteratura e politica, tra l’individuare lucidamente i problemi, il saperli narrare, e il peso della loro risoluzione. L’uva puttanella parla della sua infanzia, della famiglia, della morte prematura del padre, della miseria nera della Lucania, delle sue esperienza di sindaco, del movimento dei contadini e dei braccianti per la terra… Le pagine più commoventi sono quelle in cui si racconta della morte di Pasquale, un fuochista che ha perso il poco di cui viveva, e dell’impotenza di un sindaco di fronte al suicidio di un povero, di fronte a tutte le povertà cui non si riesce a mettere mano. Un tema doloroso, questo, che ritorna anche nella riflessione, e nella vita concreta, di tanti amministratori del Sud di oggi: proprio del Sud nascosto dei piccoli paesi di provincia, in genere non raccontati, benché attraversati da una crisi profonda.

L’ultimo Rapporto Svimez, ad esempio, parla di una società meridionale in decomposizione, attraversata da una feroce recessione, dalla desertificazione industriale, dal non-lavoro dei giovani, del ritorno dell’emigrazione verso l’esterno, proprio nel momento in cui il Sud sembra espulso dell’agenda politica, dagli slogan dei leader emergenti, e il meridionalismo dei Levi, dei Rossi-Doria, dei Salvemini e dei Fortunato è stato accantonato – sommerso dai latrati dei neoborbonici, che di esso sono l’esatto contrario.

Nel Sud che si decompone riaffiorano tante storie di povertà, solitudine, impossibilità di andare avanti, che andrebbero raccontate al di là del medium giornalistico, al di là della concentrazione (e, quindi, anestetizzazione) in poche righe superficiali, come accade in genere sui giornali. Anche per questo, i libri di Scotellaro sono un esempio letterario su cui meditare: un esempio complesso, sfaccettato, poliedrico, come tutte le narrazioni che sorgono seguendo mille rivoli, e che per giunta, come nel suo caso, restano incompiute. Eppure queste strutture narrative stratificate sono oggi un modello con cui fare i conti, un modello significativo di inchiesta, di costruzione di biografie di uomini e donne sconosciuti, di rielaborazione di racconti ascoltati a voce o raccolti “in presa diretta”, persino di autobiografia politica, tra pubblico e privato. Si coglie in ogni pagina in prosa di Scotellaro il tentativo di trovare una soluzione letteraria all’organizzazione di questo materiale complesso, la riflessione costante sul medium della scrittura (prima o terza persona singolare, italiano o dialetto, lingua parlata o scritta…) affinché esso non strozzi la vita di cui si vuol dire, ma la faccia invece scivolare nelle pagine.

Rocco Mazzarone, medico epidemiologo che gli fu amico, tra coloro che hanno condotto nel materano la lotta contro la malaria e la tubercolosi, ha ricordato più volte come Scotellaro fosse pienamente consapevole della complessità del tessuto sociale del suo paese, e del Sud in generale. Non era solo il poeta della libertà contadina. Lo fu innanzitutto, certo. Ma fu anche consapevole, da sindaco, della necessità di creare alleanza sociali molto più ampie e complesse; come fu cosciente dell’importanza di uscire (per un po’ di tempo) dal proprio mondo, per meglio comprenderlo con uno sguardo allo stesso tempo interno ed esterno. Anche per questo, conclusa amaramente l’esperienza di sindaco, Scotellaro si trasferì a Portici, all’Istituto di Agraria diretto da Rossi-Doria, con l’idea di acquisire strumenti maggiori per intervenire sul Sud in trasformazione. È in quella fase che nasce l’idea di realizzare l’ampia inchiesta sui Contadini del Sud, raccogliendo storie “sul campo”, in tutte le regioni del Mezzogiorno continentale.

In una lettera a Rossi-Doria del luglio del 1948, all’indomani delle elezioni politiche, Scotellaro scrisse: “Mi sostiene ancora una profonda fiducia d’un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo”. Rossi-Doria gli rispose che un’epoca ormai si era definitivamente chiusa: “Per essere capaci di vivere utilmente quella che si apre o forse quella che seguirà a questa, bisogna prendere atto con assoluta chiarezza di questo fatto e bisogna cambiar vita. Di agitatori nessuno ha più bisogno e meno che mai i nostri poveri contadini di Basilicata.” Aveva anche lui profonda fiducia in un lavoro serio, animato dalla ribellione al conformismo del tempo, ma da “una ribellione fredda; senza fumi, alimentata da un lavoro cocciuto e paziente che alla fine ce la deve fare a riuscire. È in questo senso che ho imposto tutta la mia vita. Dalla politica per ora mi sono ritirato e faccio la mia politica del mestiere.”

La politica del mestiere, per Rossi-Doria, così come per Scotellaro, nasceva innanzitutto dallo studio non ideologico della realtà e dalla consapevolezza di aver pazienza circa i tempi dell’intervento. In un Sud mutato rimangono – ancora oggi – l’estrema fatica di intervenire sulle cose, sulla materia dei rapporti umani, per trasformarli, e l’estrema fatica di raccontare le linee di frattura, la complessità delle tensioni sociali, che spesso mutano (come rilevava Scotellaro) da paese a paese all’interno della stessa provincia, la cultura e la politica, i comportamenti elettorali, le alleanze elettorali, gli immobilismi vecchi e nuovi, il ruolo dei luigini. Rispetto a sessant’anni fa, proprio perché il Sud, più che il resto d’Italia, ha vissuto una fase di crescita e decrescita infelice, di accesso alla società dei consumi e poi di ripiegamento nell’assenza strutturale del lavoro (e sovente di una cultura del lavoro, soprattutto dopo il fallimento dei grandi poli industriali), serpeggia un rancore maggiore, a volte difficile da afferrare. Una collera, mista ad apatia, su cui è complicato edificare qualsiasi cosa.

Gli articoli sono stati ripresi entrambi dal Corriere del Mezzogiorno




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