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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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martedì 17 ottobre 2017

Radicioni-Mottini: due modi alternativi di vedere l'urbanistica dal PCI

Per ricordare all’indomani della sua scomparsa le posizioni di Raffaele Radicioni e la forza dei suoi argomenti riprendiamo il racconto della polemica che si aprì all’interno del Pci e sulla sua stampa negli anni in cui Raffo diede il meglio di sé. 



Il nuovo tema che si affacciava nei dibattiti sull’urbanistica era quello della “urbanistica contrattata”. Il primo episodio rilevante fu una polemica sull’Unità, nell’estate del 1982, tra due assessori, entrambi comunisti, entrambi eletti in due grandi città: Maurizio Mottini, a Milano e Raffaele Radicioni, a Torino.

Mottini partiva dalla considerazione che «era emersa negli anni più recenti una critica diffusa, talvolta una insofferenza, nei confronti del concetto stesso di piano come strumento del potere pubblico per affrontare e risolvere problemi di interesse generale»; osservava correttamente come questo atteggiamento critico fosse un sintomo della più generale tendenza «al riflusso nel ‘privato’, alla riscoperta dei valori e dei problemi dell'individuo», e come fosse collegato al fatto che «sul versante politico e ideologico si assiste al rilancio di un neoliberismo, che non di rado si tinge dei colori di una volontà di rivincita dei valori della conservazione o meglio della restaurazione» [M. Mottini, Urbanista, cambia piano, in «l'Unità», 18 agosto 1982].

Indubbiamente, le prime avvisaglie dei tentativi di “liberare” le decisioni sul territorio dai vincoli di regole dettate dall’interesse comune avevano radici nel più vasto processo di riflusso verso l’individualismo e il privatismo, nelle nuove ideologie che si affermavano e nella ripresa di potere degli interessi economici di nuovo dominanti. Mottini individuava però anche a sinistra segnali che andavano nella stessa direzione: è significativo, afferma, che «nell'ambito stesso della cultura di sinistra il tema delle libertà individuali, come presupposto di una società dinamica, venga additato come via d'uscita ai fenomeni di sclerosi delle forme realizzate partendo da una lettura consolidata e ortodossa della lezione marxista».

Da queste premesse Mottini partiva per esprimere una critica all’urbanistica: «Il piano urbanistico, come normativa che regola il comportamento dei soggetti che decidono, ha prodotto troppo spesso disegni mai realizzati o realizzati in piccola parte»; «ciò che è in crisi - aggiungeva - non è il concetto di piano urbanistico, ma il concetto di gestione pubblica del piano urbanistico». La ricetta che proponeva è di sostituire la gestione pubblica col governo pubblico, dove governare significa «utilizzare i meccanismi di mercato, indirizzandoli con una serie di incentivi e disincentivi alla soluzione dei problemi di interesse generale. Alla politica del vincolo occorre sostituire la politica dell'uso pubblico dell'interesse privato».[ibidem]

Pianificazione territoriale e programmazione concertata tra pubblico e privato divengono momenti di un solo discorso, «non più un prius definito e immobile cui seguirà una sia pur complessa gestione di attuazione». In altre parole, il piano non è autonomo rispetto agli interessi economici, non delinea a priori le scelte necessarie per risolvere i problemi dal punto di vista dell’interesse collettivo, ma è un insieme di scelte che si concertano (contrattano) con gli interessi economici. Stupisce nel ragionamento di Mottini il fatto che trascuri completamente di domandarsi quali siano gli interessi economici con i quali il pubblico dovrebbe “contrattare” il destino della città. Sembra ignorare che questi interessi non siano quelli legati al salario e al profitto, al lavoro e all’impresa, all’attività economica volta alla produzione di ricchezza da immettere sul mercato, ma semplicemente quelli, parassitari da ogni punto di vista, della rendita immobiliare.

Il contrasto all’appropriazione privata della rendita immobiliare è invece al centro dell’intervento critico dell’altro assessore all’urbanistica, Raffaele Radicioni.[R. Radicioni, Anche per l'urbanista il '68 è lontano, «l'Unità», 3 set. 1982.Dopo un’ampia illustrazione dei difetti costituzionali rilevati nella legislazione urbanistica e dei tentativi fallimentari dei parlamenti di sanarli compiutamente (dalle sentenze costituzionali del 1968 alla proposta governativa di riconoscere pienamente la rendita immobiliare a valori di mercato), afferma che riconoscere, in caso d’esproprio o di vincolo, il valore di mercato dei suoli significherebbe optare «definitivamente a favore del potere di edificare congiunto inscindibilmente con il diritto di proprietà e per questa via [riconsegnare] alla proprietà privata, attraverso una leva economica irrefrenabile (il valore dei suoli), il potere e il diritto di decidere come, quanto, in che modo, trasformare la città». «Ma ciò che più preoccupa - prosegue l’assessore torinese - è constatare la distrazione con la quale negli ultimi anni questa vicenda viene seguita dalle forze riformatrici, fra cui determinante è il ruolo esercitato dal nostro partito». L’argomento «non è stato oggetto di agitazione e scarsi sforzi sono stati compiuti per suscitare sia il confronto politico che l'approfondimento culturale, assolutamente necessari nel momento in cui leggi troppo sommarie o affrettate rivelano di non reggere al vaglio della Corte Costituzionale».

«Per altro non passa occasione che nel nostro partito autorevoli e valenti compagni ci ricordino giustamente come ritardi e sconfitte, registrati dal movimento riformatore sui temi della casa, del governo della città sarebbero imputabili in ampia misura ad una frattura manifestatasi in alcuni periodi fra idee di riforme illuministe, patrimonio di intellettuali, ed esigenze, aspirazioni, di larghe masse popolari. Bene, io mi domando se dalla vicenda che ho richiamato si debba concludere che il tema del controllo sulla acquisizione della rendita (che penso costituisca uno degli strumenti principali del governo della città, se non il principale) sia da considerare ideologico o comunque fuori dalle possibilità di unità fra esigenze popolari per la casa, per la città, per l'equilibrio del territorio e gli orientamenti, le denunce, le esperienze di intellettuali ed amministratori».

«C’è una sola strada per uscire dalla crisi della città, conclude Radicioni, «rilanciare nel Paese, fra le masse popolari, nei luoghi di cultura, negli enti locali e ovviamente in parlamento una convinta battaglia con al centro il nodo della acquisizione alla collettività della rendita, come strumento fondamentale per il governo delle città». Ma le orecchie del Pci erano aperte ad altre musiche. Lo comprendemmo molto presto».

Da: Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corte del Fòntego editore, Venezia 2010, pp.116-117





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