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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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mercoledì 25 ottobre 2017

Le armi della mafia sono i cavalli e le mucche

Internazionale, 20-27 Ottobre, tradotto da The Guardian. “Cosa nostra ha perso il controllo del mercato della droga. E ora vuole prendersi i terreni agricoli minacciando i proprietary” (i.b.)
Le sorelle Napoli conservano quell che resta del raccolto in un barattolo di vetro su un tavolo in salotto. Dentro ci sono solo una decina di spighe. Il resto del grano – 80 tonnellate – è stato distrutto dalla mafia. La famiglia Napoli lo coltiva a Corleone, in Sicilia, da tre generazioni.

Processi e arresti hanno spinto cosa nostra a tornare alle sue origini rurali. Ora la mafia vuole riprendersi le terre che le appartenevano. La prima minaccia a Marianna, Ina e Irene Napoli è arrivata nel 2009. Il padre era morto da pochi mesi quando 80 mucche e 30 cavalli hanno invaso i campi della famiglia, distruggendo il raccolto. “Abbiamo pensato a un incidente”, racconta Ina, “ma in fondo sapevamo come funzionano le cose da queste parti”.

Il pascolo non autorizzato è la più antica forma di intimidazione mafiosa in Sicilia. Poco tempo dopo cosa nostra recapitò nella fattoria due cani avvelenati e decine di carcasse di bue. Due trebbiatrici sono state distrutte e l’invasione di bestiame è andata avanti per quasi otto anni. Ogni tanto qualcuno si presentava a casa delle sorelle offrendo cinquemila euro all’anno per “gestire” i loro 90 ettari di terra. Cosa nostra pensava di poter sottomettere facilmente le sorelle, nubili.

La mafia siciliana è in crisi: dal 1990 sono stati arrestati più di quattromila affiliati e i nuovi mafiosi non hanno l’autorità di chi li ha preceduti. Il traffico di droga è ora nelle mani della ’ndrangheta. Inoltre secondo l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), l’industria edile siciliana, da cui in passato la mafia ricavava molto denaro, dal 2007 ha perso più di un miliardo di euro.

Lontano da Palermo, nascosta nell’entroterra siciliano, cosa nostra sta cercando di ripartire da zero. “È come se cosa nostra, spinta dalla crisi, si fosse ritirata nelle campagne”, spiega Sergio Lari, procuratore generale di Caltanissetta.

Gli aiuti dell’Unione europea all’agricoltura, fino a mille euro per ettaro, forniscono un incentivo per l’attività del crimine organizzato. A febbraio le forze dell’ordine di Caltanissetta hanno arrestato nove persone affiliate ai clan di Cesarò e Bronte, che secondo gli inquirenti avevano costretto gli agricoltori a vendere centinaia di ettari di terra. Il processo è in corso.

Emanuele Feltri nel 2010 ha fondato un’azienda per l’agricoltura biologica nella valle del Simeto, che poco dopo è stata data alle fiamme dai mafiosi. “Chiedono il pizzo agli agricoltori, da 50 a 500 euro al mese. Cercano di portarli alla bancarotta distruggendo il raccolto o bruciando i campi. Per poi comprare la terra a prezzi stracciati e incassare gli aiuti europei”.


Produzione azzerata

La terra delle sorelle Napoli vale circa un milione di euro. Oltre ai campi di grano ci sono un lago artificiale e una sorgente d’acqua potabile. Prima della morte del padre l’azienda agricola produceva 36 tonnellate di grano e diverse tonnellate di ieno, per un profitto annuo di 35mila euro. Oggi produce solo 330 balle di fieno, mentre la produzione di grano è a zero. I debiti hanno raggiunto i centomila euro.

“Quest’anno abbiamo guadagnato 660 euro”, racconta in lacrime Marianna. Dal 2014 le sorelle Napoli hanno presentato 28 denunce ai carabinieri, ma da quando hanno scelto di rivolgersi alle autorità sono state emarginate dalla comunità. “La gente non ci saluta più. I braccianti non vogliono lavorare per noi”, spiega Ina. “Una persona è venuta a chiederci di ritirare le denounce per evitare che la situazione peggiori, ma non abbiamo accettato”. Pochi mesi fa la mafia ha consegnato un altro macabro regalo alle sorelle Napoli: la pelle di tre pecore. I responsabili di queste intimidazioni restano liberi.

Le autorità siciliane sono alle prese con decine di casi sulla mafia del bestiame, ma la campagna d’intimidazione in corso da otto anni contro le sorelle Napoli non è uno di questi. I casi individuali di pascolo illegale vengono considerati reati minori, puniti con multe di appena 300 euro. “Qualcuno deve indagare su tutti i casi dal 2009 a oggi, altrimenti i colpevoli dovranno pagare solo qualche multa”, spiega Giorgio Bisagna, avvocato delle sorelle.

Tra qualche mese i loro terreni saranno messi sotto la protezione di Libera terra, un’associazione che gestisce i terreni coniscati alla mafia. “I boss pensavano che rubare a due zitelle sarebbe stato facile come rubare una caramella a un bambino”, racconta Irene. “Ma si sono messi contro le zitelle sbagliate”
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