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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

giovedì 26 ottobre 2017

Il mistero 
dei salari stagnanti

Internazionale, 20-27 Ottobre 2017 (Agence Global). “Nell’economia di mercato quando l’offerta di lavoro è alta, i lavoratori guadagnano di più. Ma oggi questo non succede.
 È la prova che il sistema è in una crisi profonda” (i.b)


Secondo la teoria economica neo- classica, il rapporto tra i salari e l’occupazione è semplice. Quando la domanda di forza lavoro è bassa, i salari si riducono, perché i lavoratori sono in competizione tra loro per ottenere un posto. Quando la richiesta di manodopera è alta, i salari aumentano, perché questa volta sono i datori di lavoro a competere tra loro per accaparrarsi la forza lavoro. Questo ciclo instabile dovrebbe permettere al sistema del libero mercato di funzionare tranquillamente, garantendo un costante ritorno al punto d’equilibrio.

Oggi però il rapporto tra salari e occupazione non segue più questa legge: nono- stante la ripresa, i salari non aumentano o addirittura diminuiscono. Per gli esperti è un grande mistero. Il New York Times ha spiegato il fenomeno con l’aumento dei la- voratori a tempo determinato e part-time e con l’avanzata dei robot. Per tutti questi motivi, ha scritto il quotidiano, le aziende dipendono meno dai lavoratori a tempo pieno, mentre i sindacati sono sempre più deboli e per i dipendenti è più diicile lottare contro i datori di lavoro. Tutto questo è vero. Perché, però, succede ora e non è successo prima?

Un’argomentazione relativamente nuova è quella che fa riferimento ai “lavoratori che svaniscono”. Ma come possono sparire i lavoratori? Cosa signiica? A quan- to pare, un numero crescente di lavoratori smette di cercare lavoro. Forse non hanno più alcuna protezione o hanno inito i risparmi. Sono diventati senzatetto, tossico- dipendenti, o tutt’e due le cose. Ma non hanno smesso volontariamente di cercare un lavoro. Sono stati espulsi dal sistema, e questo dà un doppio vantaggio alle azien- de: non devono investire (attraverso le tasse o in altri modi) nei programmi di prote- zione sociale e possono instillare nei lavoratori che ancora cercano un impiego la paura di essere a loro volta espulsi dal sistema.


Non può durare


Ma, mi chiedo ancora, perché succede ora e non è successo prima? Per “prima” s’inten- de quando il sistema funzionava in modo normale. Prima i capitalisti avevano biso- gno di questi cicli per poter lavorare ottimizzando i guadagni sul lungo periodo. Supponiamo, però, che oggi i datori di lavoro sappiano, o semplicemente intuiscano, che il capitalismo sta attraversando una profonda crisi strutturale e che quindi è moribondo. Cosa potrebbero fare?

Se non devono preoccuparsi che il sistema sia sostenuto da una domanda efettiva, potrebbero accontentarsi di accaparrarsi tutto quello che possono inché possono. Sarebbero completamente concentrati sui risultati immediati. Si limiterebbero a cercare di aumentare i ricavi nei mercati azionari senza preoccuparsi del futuro. Non è forse quello che sta succedendo oggi in tutti i paesi ricchi e perino in quelli meno ricchi?

Naturalmente tutto questo non può durare. Ecco perché le luttuazioni sono così grandi e il caos è così profondo. E sono po- chi, senza dubbio i capitalisti più scaltri, quelli che puntano a vincere la battaglia del medio periodo, cioè quella di individuare la natura del sistema mondiale (o dei sistemi mondiali) del futuro. Non stiamo assistendo a una nuova normalità, ci troviamo di fronte a una realtà transitoria.

Quindi qual è la lezione per chi si preoccupa dei lavoratori “che stanno svanendo”? È abbastanza chiaro che bisogna lottare per difendere tutte le forme di protezione di cui i lavoratori possono ancora beneficiare. Bisogna lavorare per ridurre al minimo la sofferenza. Al tempo stesso, però, è necessario lottare per vincere la battaglia intellettuale, morale e politica sul futuro da costruire. Solo attraverso una strategia che combini la lotta per oggi con quella per il futuro si può sperare in un mondo migliore, che è senz’altro possibile, ma non certo.

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