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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

scritta dai media

DAI MEDIA

venerdì 22 settembre 2017

Messaggi dal futuro

Internazionale, 22-29 settembre 2017. Le immagini futuristiche del fotografo Richard Allenby-Pratt non sembrano così impossibili se si pensa alle catastrofi ambientali, allo sfruttamento incauto delle risorse e alle trasformazioni folli che imponiamo ai nostri territori. (i.b.)

Se dovessimo credere alle previsioni del fotografo britannico Richard Allenby-Pratt, la fine del mondo è alle porte. Allenby-Pratt presenta le sue foto datandole “dopo il 2017”, un futuro prossimo in cui a Dubai i lavori di costruzione si sono fermati e gli animali sopravvissuti si aggirano tra le rovine di un paese devastato. Sono animali domestici, ma anche quelli di vari zoo della regione che i custodi, prima di fuggire, hanno liberato e abbandonato nella città diventata grigia. Cos’è successo? Un ciclone? Un terremoto? Una guerra, una bomba atomica? La prima cosa a cui pensiamo è la rappresentazione esasperata di un universo distrutto, colpito dai cambiamenti climatici.



Eppure, nel caso delle foto di AllenbyPratt l’antefatto, immaginario ma non irrealistico, è un altro: la multinazionale General Electric ha annunciato l’adozione di un nuovo sistema di produzione di energia attraverso l’estrazione di idrogeno dall’acqua del mare. Questa novità, insieme all’inevitabile riduzione delle riserve di petrolio, ha fatto precipitare le quotazioni dell’oro nero e gli Emirati Arabi Uniti, primo tra tutti Dubai, sono finiti sul lastrico. I ricchi sono fuggiti nelle loro case di villeggiatura in altri paesi e decine di migliaia di lavoratori asiatici sono morti cercando di trovare un mezzo per abbandonare una terra diventata ancora più inospitale. Gli scavi effettuati durante la fase di espansione edilizia hanno rotto la falda freatica poco profonda e provocato la comparsa di nuove oasi dove gli uccelli migratori hanno introdotto una lora non indigena nella regione. Lo sconvolgimento tecnologico nel campo dell’energia ha causato un disastro ecologico.



Ne è nato un nuovo ecosistema, che Allenby-Pratt illustra con una dose di umorismo venato di surrealismo. Visualizzare il futuro, anche se si tratta di una messa in scena seria e angosciante, è una sfida per la fotografia, la cui tradizione è fondata sulla documentazione, sul rapporto “realistico” o “verista” con il mondo. Il fotomontaggio è uno strumento importante nella storia dell’immagine issa, ma l’arrivo del digitale l’ha reso più accessibile offrendogli nuove possibilità. La ricerca di Allenby-Pratt, che si è formato in una scuola di pubblicità e comunicazione, ne è un buon esempio. Il perfetto controllo della tecnica rende la sua serie riconoscibile e uniforme. L’uso di colori terrosi basati su scale di grigi e blu leggeri, caratterizza i paesaggi urbani in cui gli animali sembrano quasi fondersi all’ambiente. La discrezione nello stile e la violenza solo suggerita danno forza a queste scene inverosimili, che compongono un racconto moderno, un’affabulazione prospettica. Le immagini, basate sulla tensione tra il realismo della rappresentazione fotografica – in cui possiamo riconoscere gli animali, le piante e gli edifici – e l’artificio, ci mettono di fronte alla necessità, militante, di riflettere sul futuro del pianeta.



Il fotografo, che vive tra Dubai e Londra, sceglie un modello estremo, una regione del mondo di cui si conoscono gli eccessi più vari, legati alla ricchezza generata dal petrolio che un tempo sembrava essere illimitata. Le sue immagini, senza voler spaventare, dicono che è il momento di abbandonare l’illusione dello sviluppo illimitato, e che è indispensabile cambiare modello energetico e fare altre scelte. 



Prima di intraprendere questa serie, Allenby-Pratt si è documentato sulla storia della regione e delle sue prospettive di crescita economica. “Fino a poco tempo fa il paesaggio degli Emirati Arabi Uniti era quasi completamente selvaggio. In passato era stato modificato solo da fenomeni naturali e i suoi abitanti avevano capito che, per sopravvivere, avrebbero dovuto lottare contro la durezza della natura”, ha spiegato il fotografo. “Ma nel corso degli ultimi cinquant’anni, e in particolare dopo il 2000, lo sviluppo accelerato e la crescita esponenziale della popolazione, dovuta soprattutto alle migrazioni economiche, hanno lasciato pochi luoghi intatti. M’interessano le zone ai margini dell’attività umana, gli spazi né naturali né sviluppati, che un tempo godevano di una bellezza particolare mentre oggi sono degradati”. In una città del Medio Oriente sembra normale vedere per le strade cani o gazzelle anche se non ci sono persone, e molti edifici somigliano a carcasse abbandonate perché i lavori di costruzione sono stati interrotti. È più strano trovare un leone che sorveglia la città dal tetto di un ediicio abbandonato, una zebra che attraversa una strada a più corsie o un coccodrillo in agguato nel fondo di una grande pozza d’acqua. “Anche se è esagerata e inverosimile, è una visione apocalittica di quello a cui potrebbe somigliare il mondo senza un equilibrio tra l’uomo e la natura”, sostiene il fotografo.



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