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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

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DAI MEDIA

lunedì 18 settembre 2017

La metamorfosi di Phnom Penh

Internazionale, 15 settembre 2017. A tutte le latitudini, la rigenerazione urbana sembra innescare sempre processi di gentrificazione, che costringono i meno abbienti a lasciare le zone rigenerate, con postilla (i.b.).


I corridoi del leggendario palazzo bianco di Phnom Penh, un tempo pieni di musica, odori di cucina, chiacchiere, risate e bambini stanno per essere demoliti con i bulldozer. Il complesso, uno degli ultimi esempi dello stile modernista incarnato dalla nuova scuola di architettura khmer degli anni sessanta, sta per lasciare il posto a un condominio di lusso di 21 piani che sovrasterà tutte le case e i negozi del centro della capitale cambogiana.

Il Palazzo Bianco oggi (fonte: Fabien Mouret)
Molti dei vecchi inquilini, come Chhey Sophoan, 62 anni, non volevano lasciare la struttura ormai pericolante. Sophoan è un insegnante in pensione ed è stato tra i primi a rientrare nell’edificio quando, nel 1979, i Khmer rossi – che durante i loro quasi quattro anni di governo avevano decimato la popolazione – furono sconfitti dalle forze guidate dai vietnamiti. Ed è stato uno degli ultimi a lasciarlo, per andare a dormire sul pavimento del minuscolo appartamento del nipote. Sua moglie, invece, si è trasferita nella nuova casa appena costruita alla periferia della città.
“È difficile descrivere quello che ho provato al momento di andarmene”, mi ha detto Chhey Sophoan quando a metà giugno ho parlato con lui sulle scale decrepite vicino al suo vecchio appartamento. “Sono triste, avevamo tanti amici qui”.

La demolizione del palazzo bianco – che in periodi diversi ha ospitato dipendenti pubblici, artisti, famiglie e tossicodipendenti – segna un passo importante nella progressiva gentrificazione del centro
di Phnom Penh. Il risanamento della zona, in parte ancora sporca e fatiscente,  indubbiamente richiederà tempo, ma è già a buon punto. 
Il Palazzo Bianco nel 1963 (fonte: National Archives of Cambodia)
Il palazzo bianco fu costruito all’apice dell’“epoca d’oro” della Cambogia moderna, un periodo di prosperità seguito all’indipendenza dalla Francia del 1953. Molti lo ricordano con nostalgia, perché la capitale fu segnata da un grande risveglio artistico e culturale.

Le autorità governative, e il “padre fondatore” della nazione, il re Norodom Sihanouk, si erano resi conto che la popolazione della capitale stava crescendo rapidamente perché molte persone si trasferivano dalle campagne in cerca di lavoro. Per ospitare il primo progetto di edilizia popolare della città fu scelta una zona non lontana dal fiume Bassac e, sotto la guida del famoso architetto cambogiano Vann Molyvann (a cui a volte è erroneamente attribuito il progetto del complesso), l’ingegnere francese di origini russe Vladimir Bodiansky e l’architetto cambogiano Lu Ban Hap ne seguirono la costruzione.  Nel 1963 l’edificio (costituito da 468 appartamenti  distribuiti in sei blocchi larghi  e bassi, allineati per un tratto lungo 300  metri e uniti tra loro da scale esterne) era  pronto per essere occupato dai suoi inquilini  a basso reddito. “È stato ideato da architetti  e urbanisti che volevano realizzare un complesso di appartamenti in cui l’aria potesse circolare. Perciò in origine era sopraelevato rispetto al terreno e con molte scale collegate tra loro”, dice lo storico dell’arte Darryl Collins, uno degli autori del libro del 2006 Building Cambodia. “New khmer architecture” 1953-1970. “Era un edificio molto funzionale”.

Promesse e ottimismo

Quelli che all’epoca erano chiamati appartamenti comunali facevano parte di un gruppo di strutture costruite nella zona nell’arco di tutti gli anni sessanta. Il lungo complesso sulle rive del Bassac ospitava anche il teatro nazionale Preah Suramarit, gravemente danneggiato da un incendio nel 1994 e poi demolito, un centro espositivo, che ormai non svolge più quella funzione,e il palazzo grigio di Vann Molyvann, che ora ospita degli uffici e una scuola. “L’idea era creare un’unica area pubblica, che avrebbe permesso ai cittadini di avvicinarsi al fiume e di accedere alle abitazioni, ai posti dove mangiare e a centri culturalmente rilevanti”, dice Collins.

L’atmosfera della città era carica di ottimismo e di promesse. Le immagini degli anni sessanta mostrano il palazzo bianco appena costruito circondato da alberi sullo sfondo di giardini ben tenuti. Ma nel 1970, quando il generale Lon Nol guidò un colpo di stato per detronizzare Sihanouk, scoppiò una guerra civile che scatenò combatti- menti anche fuori della capitale. Il 17 aprile 1975, dopo la caduta del governo di Lol Nol per mano delle truppe comuniste e la presa del potere da parte dei khmer rossi, gli uomini di Pol Pot costrinsero tutta la popolazione della città a trasferirsi nelle campagne per piantare riso e costruire dighe.

Per una ventina d’anni, compresa la successiva occupazione vietnamita durata fino al 1989, il popolo cambogiano ha sofferto molto e la manutenzione dei palazzi non fu certo una priorità. “Senza manutenzione gli edifici invecchiano”, dice Collins, e negli anni ottanta il palazzo bianco era già in rovina. “Quando nel 1979 e nei primi anni ottanta è tornata a vivere a Phnom Penh, la gente ha dovuto accontentarsi di quello che c’era, e molte persone hanno rioccupato l’edificio. Probabilmente in parecchi casi i proprietari originari non sono mai tornati. E a occupare gli appartamenti sono state quasi tutte famiglie a basso reddito e artisti”.

A più di cinquant’anni dalla sua realizzazione, il palazzo bianco mostrava gravi segni di abbandono: non era più bianco, era pieno di spazzatura e i muri erano coperti di crepe. Le autorità lo hanno condannato ufficialmente alla demolizione nel 2014, dicendo che non era più sicuro, anche se inizialmente avevano pensato a una ristrutturazione. 

A ottobre del 2016 si è saputo che l’impresa edile giapponese Arakawa era pronta ad abbattere la struttura e a sostituirla con un grattacielo. Nel progetto originario si scopre che l’azienda aveva previsto di lasciare cinque piani per gli inquilini esistenti, offrendogli un aumento del 10 per cento dello spazio. Ma secondo Sia Phearum, che dirige l’organizzazione non governativa Task force per il diritto alla casa, la comunità era divisa. “Il proprietario dell’Arakawa avrebbe voluto che i poveri che già abitavano nel palazzo vivessero insieme ai ricchi che avrebbero comprato gli appartamenti dopo i quattro anni di lavori”, spiega Sia Phearum, che ha assistito gli inquilini durante le trattative. “Ma la gente ancora non si fida del governo cambogiano, a causa delle brutte esperienze delle comunità Borei Keila e Boeung Kak”, dice, riferendosi a due recenti dispute sull’esproprio di alcuni terreni che sono durate a lungo. Dopo circa nove mesi di trattative, quasi tutte le 493 famiglie che occupavano l’edificio (alcuni appartamenti erano stati divisi) hanno accettato l’offerta alternativa di risarcimento  equivalente a 1.170 euro al metro  quadrato. Ma non tutte erano soddisfatte:  la cifra era inferiore a quella che avevano chiesto nelle varie fasi della discussione (tra i 1.500 e i 1.900 euro), e molte non volevano proprio andarsene. Tra loro c’era Dy Sophannara, un’ex funzionaria del ministero della cultura di 70 anni che viveva lì dal 1979 e che, quando la maggioranza degli inquilini ha accettato, non ha avuto scelta e ha dovuto abbandonare la sua casa. Ora vive in una stanza dove paga l’equivalente di 84 euro al mese di affitto. “Quando guardo il palazzo in cui abitavo, mi commuovo”, dice. “Mi si spezza il cuore al pensiero che sarà demolito”.

Sacrificio inevitabile

Secondo Collins la demolizione dell’edificio è una grande perdita per il patrimonio culturale, ma non tutta l’architettura di quel periodo, o di qualsiasi altra epoca storica, può essere salvata. “In una città che sta cambiando, a volte è molto difficile proteggere gli edifici, soprattutto se sono in mano a privati”, dice. “In questo caso è ancora più difficile perché i proprietari sono più di 400”.

Eppure Sia Phearum considera il risarcimento una grande vittoria per gli inquilini, soprattutto se si pensa ad alcuni sfratti drammatici avvenuti in città. Elogia anche il ministro per la gestione del territorio, l’urbanistica e l’edilizia, Chea Sophara, che ha partecipato alle trattative e sembra sia riuscito a ottenere un risarcimento più alto per gli inquilini degli appartamenti più piccoli per incoraggiarli ad andarsene. “Almeno è stata la gente a scegliere”,  dice Sia Phearum. “È andata bene a tutti: a loro, alla società immobiliare e al governo.

Se anche altri potessero seguire questo modello, penso che sarebbe il modo migliore per garantire uno sviluppo pacifico”. Ci saranno sicuramente altri casi come questo. Phnom Penh sta crescendo a un ritmo frenetico. Il periodo successivo all’era dei Khmer rossi – quando a causa della guerra fredda la Cambogia era tagliata fuori da buona parte del commercio mondiale e poteva contare solo sull’aiuto del Vietnam e dell’Unione Sovietica è ormai un lontano ricordo. Il tasso di crescita economica che si è cominciato a registrare alla fine degli anni novanta è rimasto costante, e il prodotto interno lordo del paese garantisce una crescita annua media del 7,6 per cento da più di vent’anni.

Secondo la Banca mondiale, il settore edilizio è “uno dei principali motori della crescita”. Le cifre ufficiali del governo mostrano che nel 2016 il valore dei progetti edilizi approvati ha superato i sette miliardi di euro, rispetto ai 2,8 dell’anno precedente. Sono state autorizzate migliaia di nuove costruzioni – 2.636 nel 2016 e più di 1.500 nel 2017 – e il settore non dà segno di voler rallentare. Thida Ann, che dirige la società immobiliare Cbre Cambodia, dice che almeno dal 2007 Phnom Penh in particolare ha subìto un’enorme trasformazione. “Dieci anni fa in città non c’era nessun grattacielo di più di dodici piani”, dice. “C’erano solo pochi  palazzi di uffici e nessun condominio residenziale”. A suo avviso la maggior parte dei cittadini è contenta di questo sviluppo, che “porta più investimenti stranieri diretti, più possibilità di specializzazione, maggiori opportunità di lavoro, accesso agli strumenti finanziari e un continuo miglioramento delle infrastrutture. Anche se la città incontra molte difficoltà, questi aspetti sono comunque considerati positivi da quasi tutti. In particolare, questo diventa evidente grazie all’emergere di una nuova classe media, che sarà fondamentale per la prosperità e lo sviluppo sociale del paese”.

Ma Thida Ann ammette anche che la città per la maggior parte della popolazione non si sta sviluppando in modo positivo: nonostante esista un piano regolatore, dietro ai progetti edili spesso sembra non ci sia nessuna programmazione. “I ministeri non applicano sempre le leggi e le norme e, anche se la situazione sta migliorando, bisogna fare di più per garantire che Phom Penh diventi uno spazio vivibile per tutti i suoi abitanti”.

Una città irriconoscibile

Altri temono invece che nei prossimi decenni la capitale diventerà irriconoscibile. È già profondamente cambiata dall’epoca in cui è stato concepito il palazzo bianco,quando dominavano gli edifici coloniali francesi dipinti di giallo e contro il cielo si stagliavano solo le guglie delle pagode. “Phnom Penh continuerà a cambiare”, dice Kavich Neang, un regista di trent’anni che è cresciuto nel palazzo bianco e sta lavorando a un film ambientato al suo interno. “È un bene che la Cambogia si stia sviluppando, ma dobbiamo pensare a quello che è giusto fare, riflettere sulle conseguenze”.
Una delle principali conseguenze della ristrutturazione del centro della città  è che pochi, o forse nessuno, degli inquilini del palazzo bianco potranno permettersi di comprare una casa vicino a dove abitavano prima, anche se molti di loro hanno avuto risarcimenti per più di 34mila euro. Secondo
Thida Ann, negli ultimi dieci anni il prezzo degli immobili del centro è raddoppiato, e ormai ci sono poche case popolari a Phnom Penh.

Kavich Neang, la cui famiglia si è trasferita a Chak Angre Krom, 25 minuti di auto più a sud, dice che alcuni dei suoi vicini hanno preso i soldi dell’Arakawa e si sono spostati in campagna. “È difficile vivere al centro della città, ci siamo tutti allontanati”, dice. Sia Phearum l’ha sentito ripetere tante volte: “Al governo interessano solo i ricchi, costruisce solo condomini e case costose, i poveri non hanno nessuna possibilità di rimanere in centro”, dice. “Li mandano lontano o gli danno un risarcimento minimo, come nel caso di Boeung Kak (dove circa 17.500 persone sfrattate dal 2008 hanno ricevuto solo 8.500 dollari ognuna) anche se possedevano un grande appezzamento
di terreno. Se lo stato e le aziende collaborassero per costruire case popolari, anche i poveri potrebbero vivere in centro. Ma il governo non ha un progetto chiaro per il futuro e nel giro dei prossimi venti o cinquant’anni nessun povero potrà permettersi una casa in centro”.

A metà luglio del 2017 tutti gli inquilini del palazzo bianco avevano già fatto le valigie e hanno continuato ad andarsene alla spicciolata per settimane. I ricordi di Kavich Neang dell’unica casa che ha mai conosciuto sono molto intensi. “Sentivi il suono della musica e a volte la gente che guardava la boxe in tv. O il canale del karaoke.  Quando c’era una festa in una casa, ascoltavo i vecchi cantare e qualche volta mi offrivano da mangiare. Quando qualcuno cucinava, il profumo si sentiva in tutto il
corridoio. Era questa, per me, la cosa unica di quel posto, il senso di comunità.


postilla


E’ circa dal 2004 che la capitale della Cambogia sta attraversando un’ esplosione immobiliare, soprattutto nel centro storico, grazie all’afflusso di investimenti diretti esteri nel paese, la crescita del turismo e l’esportazione di indumenti. Questo ha incoraggiato la costruzione di edifici residenziali e commerciali, che hanno cambiato lo skyline della città, e l'espansione urbana nelle aree periferiche. L‘industria delle costruzioni è diventato un settore importante e c’è una classe media in aumento. Ma la gran parte degli abitanti non trae beneficio da questo boom immobiliare. La città si sta espandendo a macchia d'olio senza un piano e il governo municipale non riesce a far fronte agli speculatori, mantenendo un atteggiamento ambiguo nei confronti della tutela dei poveri. Infatti, il progetto di riduzione della povertà urbana di Phnom Penh, lanciato nel 1996, ha avuto un limitato impatto sugli sgomberi forzati praticati dagli investitori nei distretti centrali.  Alla maggior parte dei cambogiani, essendo di fatto esclusa dal mercato della casa, non rimane che il settore informale, che continua a crescere. 
Con la demolizione del “Palazzo Bianco” verrà anche distrutta la comunità che vi abita. Il "palazzo Bianco" non è solo un edificio, ma una comunità vivace ed eterogenea, che ospita più di 2.500 abitanti, tra cui ballerini, musicisti, maestri, artigiani, operai, funzionari e venditori di strada. Oltre all’articolo suggerisco il sito del white building project, un archivio che cerca di raccogliere le testimonianze di questa comunità, dove troverete immagini e video: http://whitebuilding.org (i.b.).







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