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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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DAI MEDIA

martedì 5 settembre 2017

Io temo la «democrazia» di Marco Minniti

«"Aiutiamoli (a crepare) a casa loro": perfetta unità sulla questione profughi e migranti delle tre forze che si contendono il controllo politico del paese, Pd, destra e 5stelle». guidoviale.it blog, 5 settembre 2017 (p.d.)


Condivido i timori del ministro Minniti per «la tenuta democratica del paese»; è ora di prenderne atto. Solo che a creare questa drammatica situazione hanno contribuito in modo sostanziale lo stesso ministro, la sua politica, il suo partito e il governo di cui fa parte. La tenuta democratica del paese, già messa in forse da un parlamento di nominati, eletto con una legge incostituzionale, che ha legiferato illegalmente per quattro anni, mettendo le mani anche sulla Costituzione, è ormai al tracollo. Perché sulla questione profughi e migranti, su cui si decide il futuro dell’Italia, dell’Europa e del poco che ancora resta della democrazia, le tre forze che si contenderanno il controllo politico del paese- la destra, i 5stelle e il Pd hanno raggiunto una perfetta unità: «aiutiamoli (a crepare) a casa loro»; respingiamoli a ogni costo. Non c’è scelta. Poco importa se le destre lo proclamano con slogan razzisti e anche fascisti che i 5stelle ripetono da pappagalli mentre il Pd fa, ma sempre meno, ipocrita professione di spirito umanitario. In vista delle elezioni, e senza guardare oltre, Minniti vuole dimostrare che quello che destre e 5stelle propongono lui sa realizzarlo. E in parte ci riesce, incurante della catastrofe che sta contribuendo a mettere in moto.

Fermare gli sbarchi pagando e rivestendo con una divisa scafisti e trafficanti fino a ieri indicati come “il nemico”, in combutta con le Ong perché blocchino in mare, riportino a terra o imprigionino nel deserto profughi e migranti non è buona politica. Sappiamo che cosa fanno di quegli esseri umani intrappolati in Libia o ai suoi confini meridionali: le violentano, li fanno schiavi, li affamano, li imprigionano in condizioni igieniche inimmaginabili, li uccidono, li torturano per estorcere ai loro parenti altro denaro, li trattengono in veri Lager – pagati con fondi europei – e prima o dopo li imbarcheranno di nuovo verso l’Europa. O minacceranno di farlo come faceva Gheddafi, o come farà dopo le elezioni tedesche anche Erdogan, per strappare all’Unione europea altro denaro e nuove legittimazioni: a Erdogan ormai viene permesso tutto. Così, dall’Ucraina in mano a una milizia nazista, ai «moderati» che combattono Assad in nome della jihad, dai janjaweed che fermano in Sudan i profughi eritrei alla guardia costiera e ai «sindaci» libici incaricati di bloccare i flussi verso il Mediterraneo, l’Europa si circonda, armandole fino ai denti, di milizie usate come ascari, ma che non conosce, non controlla, e che sono sicura garanzia del mantenimento di un perpetuo stato di guerra in tutte le regioni ai suoi confini, aumentandone degrado e la produzione di nuovi profughi.

Non c’è argine a questa deriva. Le forze politiche italiane, come i governi dell’Unione europea e i partiti che li sostengono, Syriza compresa, hanno rotto la diga della solidarietà, lasciando campo libero a una ferocia covata a lungo sottotraccia, che ora riemerge come razzismo che si sente legittimato dalle politiche dei governi. A queste politiche non c’è per ora alternativa. A contrastarle ci sono solo le migliaia e migliaia di iniziative impegnate in tutta Europa dell’accoglienza, i milioni di individui che ne condividono lo spirito, le moltissime associazioni che cercano di mantener viva la solidarietà. Ma non sono unite da un programma comune e non è chiaro, al di là degli sforzi per non sopprimere in sé e negli altri uno spirito di umanità, che cosa si possa fare contro questa offensiva.

Ma la risposta non può più attendere. Invece di puntare lo sguardo su profughi e migranti, spaventare e spaventarsi per il loro numero – molti meno dei «migranti economici» che diversi paesi europei, Italia compresa, avevano accolto o regolarizzato ogni anno prima del 2008; e soprattutto meno delle nuove leve di cittadini e cittadine che verranno a mancare tra la popolazione europea di qui in poi – bisogna guardare a chi da quegli arrivi si sente minacciato. Se profughi e migranti sono considerati dai governi un peso e non una risorsa da valorizzare non c’è da stupirsi se molti passano alle vie di fatto per liberarsene con le spicce. E se casa e lavoro decenti (e scuola, e assistenza sanitaria, e pensione) sono un miraggio per un numero crescente di europei, la presenza e non solo l’arrivo di poche o tante persone tenute in inattività forzata, spesso in cattività, ed esibite come un carico inaccettabile a chi gli abita accanto non può che moltiplicare e acuire quell’ostilità di cui governi nazionali e locali sono i primi a far mostra. Non c’è argine agli arrivi o imposizione di rimpatri che possa invertire questa situazione.

Ma le case per tutti ci sono, solo che sono in gran parte vuote. Il lavoro per tutti, cittadini, profughi e migranti, c’è: è quello necessario alla riconversione energetica a cui tutti i governi si sono impegnati a Parigi e a cui nessuno ha ancora messo mano. Il denaro per finanziarla c’è: Draghi continua a tirare fuori dal cappello centinaia di miliardi che finiscono in tasca alle banche. Quello che manca è la politica per mettere insieme queste tre cose. Invece ci si è rivolti all’Europa per farle condividere una militarizzazione di stampo coloniale di confini sempre più ampi e lontani. Ma il «piano Marshall» da esigere, e rispetto a cui mobilitare non tanto governi e partiti, quanto la vera opposizione sociale ai programmi di contenimento e di respingimento, è un grande investimento, capillare e articolato, sulla riconversione ecologica.

Non siamo né finiremo «sommersi». Molti dei profughi arrivati negli ultimi anni e sicuramente quelli provenienti da zone di guerra o di conflitto armato torneranno nei loro paesi se e appena sarà possibile. E se altri ne arriveranno, quello che occorre sono politiche di sostegno alle loro esigenze immediate a partire dai corridoi di ingresso e di promozione della loro capacità di organizzarsi: per progettare, anche grazie ai legami che hanno con le loro comunità di origine, delle alternative pratiche alla rapina dei loro territori e ai conflitti che li hanno costretti a fuggire. È con loro che vanno fatti i progetti di cooperazione e anche i negoziati per restaurare la pace, dando spazio a queste forze e tenendo il più possibile lontani dai loro paesi multinazionali e mercanti di armi. Invece di deportazioni mascherate da rimpatri con cui i governi europei cercano di tacitare quel rancore degli elettori che essi stessi alimentano si innesterebbe così una libera circolazione delle persone da e verso i loro paesi di origine; a beneficio di tutti.
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