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A volte dimentichiamo che i custodi del paesaggio, pochi e tenaci, sono generosi.  A tutti, anche ai distratti, regalano una scintilla.  L'istante di meraviglia nel quale, rivolti al compagno di viaggio, diciamo: guarda! (m.b.)

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lunedì 11 settembre 2017

HQ2: il bando di Amazon che scatena la competizione tra le città.

Ecco come saranno scelti e decisi i destini delle città. Del resto, in una società dove il valore di scambio (vulgo, la moneta) è l'unico valore, non c'è molto da meravigliarsi. Se non tentare di aprire gli occhi a chi non vede.

Qualche giorno fa, sul sito di Amazon è apparso un bando che invita le città nord americane a candidarsi per ospitare il secondo quartier generale del gruppo. Denominato HQ2 (second headquarters), il nuovo insediamento avrà dimensioni non inferiori a quelle dell’attuale sede di Seattle, dove la corporation, con i suoi 40 mila dipendenti, occupa il 20% della superficie destinata a uffici.

Che le città facciano a gara per attirare le grandi imprese non è una novità, ma l’iniziativa rappresenta un cambiamento notevole rispetto alla prassi di trattative segrete con i pubblici amministratori, perché il bando elenca e descrive in dettaglio i requisiti per candidarsi, ed i criteri con i quali verrà scelta la località vincitrice del premio, che consiste nel miraggio di cinquanta mila posti di lavoro.

Dovrà trattarsi di un’area metropolitana con almeno un milione di abitanti, un ambiente business friendly - documentato da testimonianze di grandi compagnie già attive nella zona - buone scuole e università tali da attrarre e mantenere in loco talenti e forza lavoro altamente qualificata, un’ottima dotazione in infrastrutture e trasporti. Requisiti irrinunciabili sono anche una adeguata offerta residenziale, un basso livello di criminalità, un’ampia diversificazione demografica e una ricca gamma di servizi e amenità ricreative, perché, dice il bando, “ vogliamo investire in comunità dove i nostri dipendenti possano godere di un’alta qualità di vita”.

Ovviamente, la compagnia chiede di specificare gli incentivi finanziari offerti dai governi locali e statali, nonché la disponibilità ad approvare nuove leggi ad hoc per aumentare la convenienza finanziaria dell’investimento, perché “sia il costo iniziale del progetto che i successivi costi dell’attività sono fattori decisivi nella nostra scelta”.

Alcuni commentatori hanno definito l’iniziativa “the Olimpics of corporate relocation” e paragonato i suoi presumibili effetti a quello che succede quando le città competono per ospitare le Olimpiadi, negoziando accordi e concessioni i cui costi superano ampiamente i benefici per le comunità interessate.

Tra gli osservatori più attenti, l’organizzazione Good Jobs First ha ricostruito la serie di enormi favori che Amazon ha già ricevuto in sgravi fiscali e sussidi di vario genere, che ammonterebbero a circa un miliardo di dollari negli ultimi dieci anni, ed ha suggerito ai contribuenti di “stare attenti al loro portafoglio perché, per aggiudicarsi il trofeo, i politici offriranno tagli di tasse e incentivi che verranno pagati dai residenti e dalle piccole attività economiche locali”.

Interessanti sono anche le reazioni che il bando per HQ2 ha suscitato a Seattle, dove il gruppo si è insediato a metà degli anni ’90, e dove si trova HQ1. Qui, con la sua presenza predominante, Amazon ha fatto lievitare i prezzi delle case e il costo della vita ed è da tempo oggetto di campagne antigentrification, mentre poco migliorano la sua immagine sporadici gesti di beneficenza, come la concessione di una parte di un suo edificio a un ricovero per senza tetto. Anche i rapporti con l’amministrazione sono altalenanti, e una recente proposta di aumentare le tasse per i redditi più alti ha irritato la compagnia. Nel complesso in città si registra “sollievo” perché “Amazon non va via, ma non raddoppia la sede qui”, riconoscendo che, in ogni caso, “sono loro che decidono”.

Incuranti di questi avvertimenti, lo stesso giorno in cui è apparso il bando, sindaci e amministratori in tutti gli Stati Uniti e il Canada hanno rilasciato dichiarazioni perentorie circa la loro intenzione di vincere la gara. Da Dallas (dimostreremo in modo aggressivo che siamo il posto giusto) a Toronto (abbiamo tutto quello che stanno cercando) a Baltimora (sanno che siamo un buon partner), tutti sono pronti a battersi fino all’ultimo dollaro pubblico e hanno formato gruppi di lavoro che sono già all’opera. Bisogna, infatti, agire in fretta (la scadenza per presentare le offerte è il prossimo 17 ottobre) e costruire candidature corroborate da concrete informazioni, a cominciare dai siti che le città mettono a disposizione.

A questo proposito il bando specifica che sono accettabili sia zone urbane che suburbane, vuote o con edifici abbandonati, purché in posizione pregiata e con molto spazio (a prime location with plenty of space to grow), e che Amazon vuole avere a che fare con “comunità che pensano in grande e in modo creativo quando si tratta di localizzazioni e scelte di sviluppo”, vale a dire sono disposte ad adottare norme e regolamenti edilizie e urbani tali da non rallentare le sue attività di costruzione.

Società di developers stanno affiancando le amministrazioni nella identificazione dei siti adatti a quello che, secondo gli esperti del real estate, sarà il più grande affare immobiliare dei prossimi anni. Si inizierà con un lotto di cinquanta mila metri quadrati, ma alla fine l’intervento consisterà in oltre settecentomila mila metri quadrati di superficie (più grande del Pentagono che ne misura seicentomila) su un’area di almeno quaranta ettari. Su questa enclave privilegiata il governo dell’area metropolitana concentrerà enormi risorse, inevitabilmente togliendole da altre voci di spesa.

Le offerte saranno rese note fra un mese, ma sembra fin d’ora condivisibile l’opinione di chi ritiene che stiamo per assistere ad “un’asta tra le città americane che diventerà un capitolo da manuale nella evoluzione dei rapporti tra corporations e comunità locali”.
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