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lunedì 28 agosto 2017

USA: Marce razziste e antirazziste, un conflitto tra culture


Un panorama degli scontri tra i suprematisti bianchi di estrema destra e gruppi antirazzisti, da Charlotteville alle successive marce sparse nei vari stati, da  una serie di articoli dell' Internazionale, 25 agosto 2017 (i.b.)


Premessa

Il 12 agosto scorso a Charlottesville, in Virginia i sostenitori della supremazia bianca, costituiti da nazionalisti bianchi, neonazisti e membri della Ku Klux Klan, scendono nel campus universitario per protestare contro il piano della città per abbattere i monumenti degli Stati Confederati, in particolare della statua del generale Robert E. Lee. La marcia suprematista ha scatenato la reazione degli antifascisti e lo scontro è rapidamente diventato violento. Tre persone sono state uccise (contando coloro che sono morti nell'incidente dell'elicottero di stato che si è schiantato) e decine di altre sono state ferite.

Vale la pena ricordare che gli Stati Confederati, un’ istituzione composta da sette stati americani, dichiarò la propria secessione dagli Stati Uniti D'America nel 1861, per mantenere la schiavitù. La questione della preservazione o abbattimento di questi monumenti, simboli della lotta contro la fine della schiavitù e il dominio bianco, è diventato un tema caldo negli ultimi anni. Dopo l’uccisione di massa nella chiesa di Charleston nel 2015, perpetuata da Dylann Roof, che si autodefinì suprematista bianco e posò con la bandiera degli Stati Confederati, una serie di città e stati hanno cominciato a mettere in discussione i monumenti alla Confederazione. Visti non solo come celebrazione dell’orgoglio sudista, ma anche simboli di una Confederazione che ha combattuto per mantenere la schiavitù e la supremazia bianca in America, la contesa su questi monumenti rappresenta qualcosa di molto più prodondo, è la lotta tra due culture contrapposte. Con una destra razzista che si è vista legittimata dall’elezione di Trump. Si legga a questo proposito, qui di seguito,  l’articolo di Paul Mason.

L’episodio di Charlottesville non è un fatto isolato. Lo hanno confermato gli eventi che ne sono seguiti. Il 19 Agosto a Boston, dove i gruppi di destra avevano organizzato un raduno per promuovere la “libertà d’espressione”, si è svolta invece una contro manifestazione. Se a Portland mille persone hanno partecipato all’evento “Eclipse hate” in Arkansas, cinquanta persone si sono radunate in difesa dei simboli confederali. Il 22 agosto 2017 è stata la volta di Phoenix, in Arizona, dove la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e spray al peperoncino per disperdere i manifestanti che si erano radunati davanti al Convention Center per protestare contro il presidente Donald Trump, che stava tenendo un discorso. Quattro persone sono state arrestate. Secondo la versione del dipartimento di polizia di Phoenix, gli agenti hanno caricato i manifestanti dopo essere stati attaccati con pietre e lacrimogeni. I manifestanti sostengono invece che la polizia ha reagito in modo sproporzionato al lancio di alcune bottiglie d’acqua. Sabato a San Francisco, un gruppo di destra di fronte a una resistenza su larga scala, ha annullato un incontro vicino al Golden Gate Bridge, ma gli anti fascisti hanno marciato comunque per ribadire che lì i neo-nazisti ei suprematisti bianchi non sono benvenuti. Altre manifestazioni, discorsi, rally - pro o contro il dominio bianco, e pro e contro Trump - si stanno tenendo in molte località.

Se da una parte il messaggio elettorale nazionalista di Trump dà forza non solo ai conservatori, ma anche ai neonazisti, negli Stati Uniti esiste anche una forte anima antinazista e antirazzista e ci sono decine di gruppi antifascisti, gli unici spesso a contrastare le organizzazioni di suprematisti bianchi. Si leggano  qui di seguito gli articoli ripresi dal
New York Time e dal The Guardian sulle mobilitazioni per contrastare il razzismo e la violenza, e i vari gruppi attivi sui vari territori, con un approfondimento sui Redneck Revolt, un gruppo antirazzista, anticapitalista, ma favorele alle armi. (i.b.)


LA GUERRA CULTURALE
DELLA DESTRA AMERICANA
di Paul Mason


Le memorie del generale unionista William Tecumseh Sherman sono una lettura sgradevole. Nonostante combattesse per gli stati dell’Unione, Sherman si oppose all’emancipazione degli schiavi, sabotò il tentativo di liberarli da parte delle sue stesse truppe e li usò per costruire le sue fortificazioni. Ma fece anche un’altra cosa che può servirci da lezione, alla luce della marcia fascista di Charlottesville: scatenò una guerra totale contro i suoi nemici degli stati del sud. Ordinò alle truppe di fare a pezzi chilometri di ferrovie, dare fuoco alle fattorie dei proprietary di schiavi che facevano resistenza e bruciare Atlanta. Dopo aver visto gli estremisti di destra che nei giorni scorsi hanno silato per le strade di Charlottesville con elmetti e fucili d’assalto, ovviamente nessuno vorrebbe mai che gli Stati Uniti sprofondassero in un’altra guerra.

Ma i conflitti culturali che caratterizzano l’America di oggi ricordano in parte il periodo precedente alla guerra civile. Come ha fatto notare lo storico Allan Nevins, alla fine degli anni cinquanta dell’Ottocento l’America bianca era composta da “due popoli” culturalmente molto diversi e che avevano due modelli economici contrapposti: l’industria e il libero mercato contro la mezzadria e la schiavitù. I concetti che i confederati portavano con sé in battaglia hanno resistito fino a oggi: i diritti dei singoli stati contro il governo federale, la supremazia bianca, l’idea di una nazione fondata sulla religione.

Non è un caso se queste idee sono sopravvissute. La statua del generale confederato Robert E. Lee, che il comune di Charlottesville ha deciso di rimuovere, è considerata un simbolo da difendere per i gruppi di estrema destra, che si sentono legittimati dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre.C on le bandiere confederate che a Charlottesville sventolano accanto a quelle con le svastiche, i progressisti di tutto il mondo devono farsi una domanda: cosa siamo pronti a fare per sconfiggere la destra razzista?

Gli estremisti di destra hanno scatenato una Guerra culturale. “Questa comunità è di estrema sinistra”, ha dichiarato Jason Kessler, l’organizzatore della Marcia Unite the right (Uniamo la destra), aggiungendo che gli abitanti di Charlottesville hanno “assimilato i princìpi marxisti difusi nelle città universitarie che tendono a dare la colpa di tutto ai bianchi”. Non è una richiesta d’aiuto, è l’espressione della stessa ostilità culturale alla modernità che possiamo ritrovare negli scritti dei leader politici sudisti.

Tutti gli studi fatti dopo le elezioni hanno rivelato che la coalizione di Trump ha conquistato consensi dopo che ha permesso a milioni di persone di esprimere il loro razzismo e la loro violenta misoginia. Eleggendo Trump, i suoi sostenitori hanno dichiarato una guerra culturale alla sinistra moderata e contro il movimento antirazzista Black lives matter. L’atteggimento del presidente in seguito all’omicidio di Heather Heyer, l’attivista antifascista investita dal suprematista James Alex Fields, non è casuale.

Alla Casa Bianca inoltre ci sono persone legate all’estrema destra come Sebastian Gorka. L’intero movimento dei sostenitori di Trump alimenta il razzismo, non lo combatte. Carl Paladino, imprenditore e sostenitore del presidente, di recente ha dichiarato che Michelle Obama “dovrebbe tornare a essere un maschio ed essere abbandonata nella savana dello Zimbabwe dove potrà vivere con Maxie il gorilla”.

Nell’ultimo anno della guerra civile il generale Sherman, pur essendo un razzista, capì che l’unico modo per allontanare la popolazione del sud dal suo modello economico basato sulla schiavitù era distruggere le infrastrutture che lo sostenevano. Oggi sembra che non esista più alcuna infrastruttura del razzismo americano, ma non è così. Ci sono le regole della polizia, secondo le quali basta la presenza di un nero in un quartiere di bianchi per fare una perquisizione, c’è la criminalizzazione dei giovani neri attraverso il sistema giudiziario, c’è una segregazione nascosta nella vita pubblica e ci sono gli atteggiamenti razzisti dei mezzi d’informazione, da Fox News fino ai programmi radiofonici locali.

Tutte le persone che hanno mostrato il loro volto durante le fiaccolate fasciste hanno il diritto costituzionale a esprimere la loro opinione. Ma usano anche siti gestiti da aziende americane e hanno lavori, telefoni, contratti, conti bancari. Non c’è alcun diritto sancito dalla costituzione a usare le infrastrutture statunitensi per organizzare delle violenze. E, al di là di tutto, la principale istituzione che legittima le azioni violente dell’estrema destra è la presidenza Trump.

Charlottesville è il campanello d’allarme per i progressisti di tutto il mondo. Che vi troviate in una città universitaria o in una città multietnica colpita dalla povertà, Kessler e i suoi alleati si stanno mobilitando per punire la vostra comunità, responsabile di sostenere il “marxismo culturale”. Se qualcuno scatena una guerra culturale contro di te, prima o poi ti devi difendere.



GLI STATUNITENSI IN PIAZZA
CONTRO IL NAZIONALISMO
The New York Times, Stati Uniti


Il 19 agosto decine di migliaia di manifestanti, spinti dalla preoccupazione per la violenza esplosa una settimana prima a Charlottesville, in Virginia, hanno sfilato in decine di città in tutti gli Stati Uniti per protestare contro il razzismo, il suprematismo bianco e il nazismo.

Queste mobilitazioni avvengono mentre il paese si ritrova ad affrontare i temi del razzismo e della violenza e si chiede cosa fare con i simboli della confederazione (l’unione degli stati favorevoli alla schiavitù durante la guerra di secessione del 1861). Il presidente Donald Trump, criticato aspramente dopo aver dichiarato che a Charlottesville “la colpa è stata di entrambi gli schieramenti”, ha scritto un tweet il 19 agosto per “complimentarsi con tutti i manifestanti di Boston che si sono schierati contro l’odio e il fanatismo. Il nostro paese tornerà presto a unirsi”. Poi ha aggiunto: “A volte servono le proteste per guarire, e noi guariremo e saremo più forti che mai”.

A Boston i gruppi di destra avevano organizzato un raduno per promuovere la “libertà d’espressione”. In risposta migliaia di persone convinte che l’evento sarebbe servitor a fare propaganda per neonazisti e nazionalisti, hanno partecipato in massa a una contromanifestazione. Si sono presentati al

Boston Common, il parco dove si doveva svolgere il raduno di destra, alcune ore prima e hanno trovato volantini con simboli neonazisti. “Sono qui per quello che è successo a Charlottesville”, ha detto Rose Fowler, 68 anni, insegnante in pensione afroamericana. “Qualcuno è stato ucciso mentre lottava per i miei diritti. Perché non dovrei lottare per me stessa e per gli altri?”.

A Portland mille persone hanno partecipato all’evento “Eclipse hate”. A Hot  Springs, in Arkansas, cinquanta persone si sono radunate in difesa dei simboli confederati. Molti passanti si sono fermati per protestare contro Trump e l’odio razziale.

Tre persone sono state arrestate. Intorno alle 13 a Charlottesville, in una strada secondaria, l’umore era cupo mentre si ricordava Heather Heyer, l’attivista antirazzista morta il 12 agosto dopo essere stata investita da una macchina guidata da un nazionalista. Susan Bro, la madre di Heather, era in piedi davanti a un memoriale di iori e candele, in lacrime e appoggiata al marito.

Contenere la rabbia

A Dallas, dove nel 2016 un uomo aveva ucciso cinque agenti durante una manifestazione degli attivisti neri, le forze dell’ordine hanno formato una barriera con autobus e camion intorno agli antirazzisti, per “mettere in sicurezza” l’area e impedire alle automobile di avvicinarsi. Al tramonto intorno a uno dei monumenti confederati della città si è scatenata una battaglia di urla e slogan, ma non ci sono stati episodi di violenza.

I poliziotti sorvegliavano la situazione da vicino e gli elicotteri sorvolavano la zona. A un certo punto sono arrivate alcune persone armate di fucili e in tuta mimetica. Un rappresentante del gruppo, chiamato Texas Elite III%, ha detto che non facevano parte di nessuno dei due schieramenti ma erano lì per garantire la sicurezza.

In tutto il paese le autorità stanno cercando di contenere la rabbia che accompagna il dibattito sui monumenti confederati.

Il 20 agosto l’università di Duke, nel North Carolina, ha annunciato di aver rimosso una statua del generale confederato Robert E. Lee dall’ingresso della cappella del campus di Durham. “Ho preso questa decisione per proteggere la cappella e per garantire la sicurezza degli studenti, e soprattutto per ribadire i valori dell’ateneo”, ha scritto il rettore Vincent Price in un’email agli studenti.

Price ha precisato che la statua sarà “conservata in modo che gli studenti possano studiare il complesso passato della Duke e creare un futuro senza conlitti”.


BIANCHI, ARMATI E ANTIFASCISTI 
di Cecilia Saixue Watt

Alla grigliata ci sono pasti gratuiti, un banchetto dove dipingersi la faccia e una postazione che prepara “cartelli di protesta” con una pila di scatole di cartone ritagliate, pennarelli e rotoli di nastro adesivo. Alcuni bambini del quartiere – nessuno ha più di dodici anni – si fermano li davanti. Vogliono dei cartelli da attaccare alle biciclette per andare in giro e “dire a Trump” quello che pensano di lui. Uno prende un pezzo di cartone e ci scrive sopra a caratteri cubitali: “Trump è una puttana”.

Max Neely interviene subito. “Sarebbe meglio non usare quella parola”, dice in tono paterno. Con il suo metro e ottantacinque li sovrasta tutti. “È offensiva nei confronti delle donne, e oggi qui ce ne sono tante che meritano rispetto. Forse dovreste scegliere un’altra frase”. I bambini si consultano, alla fine decidono per una frase meno ofensiva: “Fanculo Trump!!!!”.

Neely, un attivista di 31 anni con i capelli lunghi e la barba folta, ha davanti a sé una lunga giornata di lavoro: Donald Trump è qui a Harrisburg, in Pennsylvania, per celebrare i primi cento giorni alla Casa Bianca con un discorso nel complesso fieristico degli agricoltori. In altre zone della città, l’opposizione di sinistra si sta preparando: gruppi come Keystone Progress, Dauphin County Democrats e Indivisible hanno in programma una manifestazione di protesta.

Il gruppo di Neely non è con loro. Ha preferito organizzare un picnic in un piccolo parco, con barbecue gratuito e volantinaggio. Qualcuno ha piantato nell’erba una bandiera rossa su cui sono disegnate falce e martello. Da un tavolo vicino pende uno striscione nero con la scritta “Redneck Revolt: contro il razzismo, per il lavoro, a favore delle armi”. “Se per caso non lo avesse notato, non siamo dei moderati”, dice Jeremy Beck, uno degli amici di Neely che si occupa della cucina. “Se ti spingi molto a sinistra, alla fine arrivi così a sinistra da riprenderti le armi”, di sicuro non sono progressisti dalle idee confuse. La Redneck Revolt è un’organizzazione nazionale di politici della classe contadina e operaia che si sono riappropriati della parola redneck, un termine storicamente usato in senso spregiativo per indicare i rozzi contadini del sud degli Stati Uniti che avevano il “collo rosso” perché lavoravano nei campi sotto al sole. Sono antirazzisti militanti. Non è un gruppo costituito esclusivamente da bianchi, anche se s’interessa soprattutto dei problemi dei bianchi poveri. I princ.pi dell’organizzazirne sono decisamente di sinistra: contro il razzismo e i suprematisti bianchi, contro il capitalismo e lo statonazione, a favore degli emarginati.

La Pennsylvania è uno degli stati in cui è ammesso per legge l’open carry, cioè girare per strada con un’arma in vista. Per gli attivisti di Redneck Revolt poter portare un’arma è un’affermazione politica: una pistola in vista serve a intimidire gli avversari e ad afermare il diritto ad averla. Molti di quelli che oggi sono alla grigliata possiedono un’arma, e avevano pensato di portarla con sé, ma alla fine ci hanno rinunciato, perché vogliono che all’evento partecipino le famiglie.

La Redneck Revolt è nata nel 2009 come una costola del John Brown gun club, un progetto di addestramento all’uso delle armi da fuoco con sede in Kansas. Dave Strano, uno dei suoi fondatori, vedeva una grande contraddizione nel Tea party, il movimento ultraconservatore, che all’epoca muoveva i primi passi. Molti attivisti del Tea party erano lavoratori che avevano sofferto a causa della crisi economica del 2008. Accusavano l’1 per cento dei più ricchi del paese di aver causato quella situazione, ma poi accorrevano in massa ai raduni inanziati da quelle stesse persone. Appoggiando i politici di idee conservatrici in economia, pensava Strano, sarebbero stati ulteriormente manipolati per fare gli interessi dei più ricchi. “Quella della classe operaia Bianca è sempre stata una storia di sfruttamento”, scriveva su un sito di anarchici. “Ma siamo gente sfruttata che a sua volta sfrutta altri sfruttati. Viviamo nelle case popolari delle periferie da secoli, e siamo stati usati dai ricchi per attaccare i nostri vicini, colleghi di lavoro e amici, di religione, pelle e nazionalità diverse”.

Otto anni dopo, in tutti gli Stati Uniti ci sono più di venti sezioni della Redneck Revolt: i gruppi variano molto per dimensioni, alcuni hanno solo una manciata di iscritti. Neely è iscritto alla sezione Masondixon, che comprende la Pennsylvania centrale e il Maryland occidentale, dove è nato. Molti degli iscritti sono bianchi, ma l’organizzazione cerca di costruire un’identità che vada oltre l’appartenenza etnica. “Sono cresciuto giocando nei boschi, facendo galleggiare bottiglie di birra sul fiume, sparando bengala. Insomma, facendo un bel po’ di casino”, racconta Neely. “Tutte cose che molti considerano parte della nostra cultura. Stiamo cercando di capire gli errori che abbiamo commesso accettando la supremazia bianca e il capitalismo, ma stiamo anche creando un ambiente che riletta la nostra cultura”.

La Redneck Revolt si rifà alla Young Patriots Organization, un gruppo di attivisti degli anni sessanta formato essenzialmente da operai bianchi della zona dei monti appalachi e del sud. “Ammiro gli attivisti della Redneck Revolt”, dice Hy Thurman, uno dei fondatori dei young patriots. “Penso che stiano andando nella direzione giusta”. Il suo gruppo era antirazzista ed era in stretti rapporti con gli attivisti delle Pantere nere, ma nelle sue campagne di reclutamento usava la bandiera dei confederati, simbolo del sud schiavista durante la Guerra civile. Thurman mi ha spiegato che la usavano solo per entrare in contatto con i bianchi poveri che s’identiicavano con quell simbolo. Allo stesso modo, oggi la Redneck Revolt sfrutta un altro emblema dell’america contadina: le armi. Molti dei suoi iscritti vivono in posti dove avere una pistola o un fucile è abbastanza normale. E Neely vorrebbe che la sua organizzazione diventasse un’alternativa accettabile per le persone che altrimenti potrebbero unirsi alle milizie di destra.

Dall’assedio di Ruby Ridge del 1992 – quando la casa di un suprematista bianco fu assediata nove giorni dalla polizia e nello scontro morirono tre persone – negli Stati Uniti c’è stata una proliferazione di organizzazioni paramilitari antigovernative. Gli Oath Keepers, per esempio, sono una milizia che afferma di voler difendere la costituzione minacciata dal governo federale. Sostengono di non essere politicamente schierati, ma le loro idee sono decisamente di destra. Durante le elezioni presidenziali del 2016 hanno annunciato che avrebbero controllato i seggi per impedire manipolazioni del voto, affermando di “essere preoccupati soprattutto per i tentativi di brogli da parte della sinistra”. Ma gruppi come gli Oath Keepers hanno molto in comune con alcune organizzazioni di sinistra: denunciano le violazioni dei diritti umani, sono contrary alla sorveglianza di massa e al Patriot Act (la legge antiterrorismo approvata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001) e s’indignano per la povertà che aligge la classe operaia.

“Usiamo la cultura delle armi per entrare in contatto con la gente”, dice Neely, il cui nonno era un cacciatore. “Non abbiamo niente a che fare con l’elitismo dei progressisti. Il nostro messaggio fondamentale è: le armi vanno bene, il razzismo no”.

Famiglia proletaria

“Sono preoccupato per Pikeville”, dice Neely. “Ho degli amici lì”. Pikeville è una cittadina del Kentucky, nel cuore della regione degli appalachi. Non ha un aeroporto internazionale né interstatale, ha una popolazione di diecimila abitanti e tanti idilliaci paesaggi di montagna. Ha sempre basato la sua economia sul settore minerario, ma punta anche sul turismo: ogni anno a metà aprile più di centomila persone arrivano per partecipare all’hillbilly days festival, che celebra la cultura e la musica degli appalachi.

Quest’anno per., una settimana dopo la fine del festival, l’atmosfera a Pikeville è decisamente diversa. Lo stesso giorno in cui Trump è a Harrisburg, in città è previsto l’arrivo dei neonazisti. Il Nationalist front – un’alleanza di gruppi di suprematisti bianchi di estrema destra – ha programmato una manifestazione davanti al tribunale. “Schieratevi dalla parte dei lavoratori bianchi”, si leggeva sul volantino che circolava online. “Questo è l’inizio di un processo di costruzione e allargamento delle nostre radici nelle comunità di lavoratori bianchi per diventare i difensori del nostro popolo”, ha scritto il neonazista Matthew heimbach sul Daily Stormer, un sito neonazista.

Il Nationalist Front considera la contea di Pike – cronicamente povera e abitata in grande maggioranza da bianchi – un terreno fertile per le sue ideologie. In realtà da qualche anno Pikeville se la sta cavando meglio, ma tutte le località intorno sono in difficoltà. Il tasso di disoccupazione della contea è tra i più alti del paese, sopra il 10 per cento. Nelle elezioni presidenziali Trump ha saputo sfruttare questa disperazione con la sua retorica a favore della classe operaia e contro gli immigrati, e ha ottenuto l’80 per cento dei voti. Heimbach spera di usare questo consenso per creare un movimento nazionalsocialista. “Abbiamo organizzato questa manifestazione perché ci stanno a cuore gli abitanti della contea”, dice Jef Schoep, capo del gruppo neonazista National Socialist Movement, in un video girato per pubblicizzare il raduno. “Abbiamo visto fabbriche chiuse, gente che ha perso il lavoro, famiglie disperate che hanno cominciato a usare droghe e a fare altre cose che non dovrebbero fare.

Vogliamo ridare speranza alla gente. Qualcosa per cui combattere”. Quel qualcosa è uno stato etnico bianco, ma la maggior parte degli abitanti di Pikeville non sembra interessata. Il consiglio comunale ha autorizzato la manifestazione del Nationalist Front citando il diritto alla libertà di espressione sancito dalla costituzione statunitense, ma il sindaco Donovan Blackburn ha anche rilasciato una dichiarazione a favore della pace e del rispetto per la diversità. Gli student universitari hanno organizzato una contromanifestazione di protesta, che per. è stata quasi subito annullata per motivi di sicurezza: le autorità accademiche temevano che lo scontro tra i nazionalisti e gli antifascisti – o antifa – potesse diventare violento.

Cresciuti in Europa in vari momenti del novecento, gli antifascisti rappresentano il fronte compatto della sinistra che si contrappone ai nazionalisti: un’allenza di anarchici, comunisti e attivisti di altri movimenti decisi a sradicare il fascismo con ogni mezzo, compresi quelli violenti, che giustiicano con la violenza intrinseca del fascismo. Usano spesso la tattica del Black Bloc di indossare maschere e vestirsi completamente di nero per non essere identiicati dalla polizia.

Negli Stati Uniti i gruppi antifascisti non sono mai stati attivi come quelli, per esempio, che ci sono in Grecia. Ma dopo l’elezione di Trump, e la successiva ondata di crimini d’odio commessi da gruppi di destra, si sono subito mobilitati. All’inizio di febbraio, due settimane dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, c’è stata una manifestazione di antifascisti nel campus dell’università di Berkeley, in California, per impedire a Milo Yiannopoulos, ideologo dell’estrema destra, di tenere un discorso.

“Viviamo in un momento storico in cui c’è una disuguaglianza economica senza precedenti, e le persone faticano a tirare avanti”, dice Sidney (non è il suo vero nome), un antifascista degli appalachi che tiene d’occhio l’attività dei nazionalisti bianchi nella sua zona. “Quando i governi non fanno nulla per cambiare la situazione, la gente cerca una risposta altrove. Il fascismo sta risorgendo perché siamo in questo momento storico. Il problema non si risolverà lasciandoli in pace. Come lasciare in pace un’infezione”. Sidney, un ragazzo di 27 anni della Virginia, viene da una famiglia di minatori. Divide il suo tempo tra il lavoro come installatore di strutture in cartongesso e l’attivismo per la Redneck Revolt. “Pikeville ha attirato la mia attenzione”, dice. “Il Traditionalist Worker Party, di estrema destra, si sta mobilitando molto nella regione. Io non sono del Kentucky, ma vengo da una famiglia proletaria degli appalachi, e questa cosa non mi va giù”.

Per convincere i gruppi antifascisti a non indossare maschere – come fanno spesso durante le manifestazioni – le autorità di Pikeville hanno emesso un’ordinanza che vieta di a chiunque abbia più di 16 anni di andare a volto coperto nel centro della città. I manifestanti antifascisti dovranno girare a volto scoperto, e questo potrebbe essere pericoloso: i gruppi neonazisti usano software per il riconoscimento facciale e altri sistemi per identificare le persone che li contestano e acquisire informazioni che poi usano per attaccarli.

“Noi della Redneck Revolt in genere manifestiamo a volto scoperto”, dice Sidney. “Vogliamo conquistare il sostegno della comunità, ed è più facile riuscirci se tutti sanno chi siamo”. Ma Sidney ha un’altra preoccupazione: anche in Kentucky è legale girare armati in pubblico, e Hheimbach ha invitato gli iscritti del Nationalist Front a presentarsi armati sul luogo della manifestazione in vista di “possibili attacchi della sinistra”. Sidney ha deciso che porterà la sua pistola, una semiautomatica Smith & Wesson, ma la terrà nascosta. Alcune persone del posto avrebbero preferito che se ne fossero stati tutti a casa, sia i neonazisti sia gli antifascisti. “Non posso biasimarli se la pensano così”, dice Sidney. “Si ritrovano questo enorme scontro ideologico sulla porta di casa e non lo hanno chiesto loro”.

Poco dopo mezzogiorno un folto gruppo di manifestanti antifascisti – alcuni armati, altri in giubbotto antiproiettile – si dirige verso il tribunale pronto ad affrontare il Nationalist Front. Ma trova solo una decina di nazionalisti bianchi che li aspetta in una piccola zona transennata dalla polizia. Sono della Lega del Sud, un’organizzazione che promuove la secessione degli stati meridionali degli Stati Uniti. Le due principali delegazioni del Nationalist Front – Traditionalist Worker Party e National Socialist Movement – non ci sono. Gira voce che si siano persi. “Non mi sorprende, visto che non sono di queste parti”, dice Sidney.

Arrivano i nazisti a Harrisburg, intanto, sei giovani nazionalisti bianchi si avvicinano alla cucina da campo di Neely. Sono ben pettinati e indossano tutti una polo bianca, come se fosse un’uniforme. Neely si rivolge a loro con circospezione chiedendo se sono interessati al socialismo. No, rispondono. dicono di far parte di Identity Evropa, un gruppo che chiede la segregazione razziale e ammette solo persone di “origine europea non semitica”. Hanno sostenuto la candidatura di Trump, ma ora sono a Harrisburg per protestare contro di lui. Sono delusi perché il president non sta facendo abbastanza per creare uno stato etnico bianco.

Neely vuole tenerli lontani dalla cucina. Una giornata per famiglie e molti dei partecipanti al picnic sono giovani attivisti neri della scuola locale. Neely sa che potrebbero cavarsela da soli, ma difendere il diritto a esistere contro persone che negano la tua umanità è sempre un compito difficile. Perciò, mentre i suoi amici li tengono d’occhio dall’altra parte della strada, Neely li lascia parlare della loro ideologia, di come gli Stati Uniti erano destinati solo ai bianchi, del fatto che la cultura bianca è sotto attacco. Discute con loro nel modo più educato possibile, sperando che la situazione non degeneri, tanto che loro lo ringraziano di essere così calmo e civile. “Facile restare calmo quando sei bianco”, dice Neely. “. facile quando non è in gioco la tua vita o quella della tua famiglia”. L’incontro si conclude in modo piuttosto brusco quando tre ragazze del posto cacciano via i nazionalisti bianchi.

Nel 2014, durante le proteste contro le violenze della polizia a Ferguson, nel Missouri, esponenti armati degli Oath Keepers si piazzarono sui tetti, sostenendo di voler proteggere i manifestanti dalla polizia. Ma molti attivisti neri erano spaventati da quegli uomini bianchi armati pesantemente.

Quando gli attivisti della Redneck Revolt si presentano alle manifestazioni dei neri, invece, di solito è perché sono stati invitati. “Sono il nostro servizio d’ordine”, dice Katherine Lugaro, leader di This Stops Today, un gruppo per i diritti dei neri di Harrisburg. “Sono un muro tra noi e quelli che ci odiano. rischiano la vita per noi”.

A Pikeville, un’ora dopo l’inizio previsto della manifestazione, una roulotte entra nel parcheggio in fondo alla strada. Sono Heimbach e gli altri neonazisti. Un centinaio di persone che indossano vestiti neri coperti di simboli nazisti marcia verso il tribunale. Nelle prime file, molti sono armati. Altri portano scudi di legno decorati con svastiche e simboli celtici. Qualcuno ha uno scudo con l’immagine di Pepe the Frog (la rana simbolo dall’estrema destra online) e le parole “Pepe über alles”, Pepe sopra ogni cosa, un riferimento all’inno nazionale tedesco. Fanno il saluto nazista a Heimbach. Gli antifascisti sono il doppio di loro.

Poi cominciano i lunghi comizi dei neonazisti, che vengono coperti dalle grida degli antifascisti. Un gruppo di persone ascolta i discorsi del Nationalist front dietro le transenne piazzate dalla polizia. Ma quasi tutti i residenti di Pikeville si sono uniti agli antifascisti, e intonano i loro slogan. “Sono quelli che strillano di più”, dice Sidney. “Immagino che la maggior parte non s’interessi di politica, forse sono conservatori, ma capiscono che c’è un limite”.

Nessun ferito, nessunfa sparatoria. I neonazisti iniscono i loro discorsi e tornano alla roulotte. La forte presenza della polizia è riuscita a tenere separati i due gruppi e a impedire qualsiasi possibilità di scontro. Tutto finito. A Harrisburg scende la notte. Max Neely e i suoi si riuniscono in un bar. Bevono birra e parlano di hockey. Poi si spostano in una saletta privata per fare il bilancio della giornata.

Si siedono intorno a un posacenere e fumano una sigaretta dopo l’altra commentando educatamente a turno gli eventi. Ci sono molte cose da discutere. In mattinata un uomo che protestava contro Trump è stato arrestato, con l’accusa di aver avuto una discussione violenta con un poliziotto a cavallo, e il gruppo vuole dargli il suo sostegno. Tra due giorni ci sarà una manifestazione per i diritti degli immigrati. E poi devono decidere cosa fare per il festival dell’orgoglio della Pennsylvania centrale. Intorno a loro, le pareti della stanza sono coperte di bandiere statunitensi.

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