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A un secolo dalla dichiarazione di Balfour, con cui il Regno Unito promise la nascita di stato ebraico in Palestina, esautorando i Palestinesi lei loro diritti, la Cisgiordania è “La più grande prigione del mondo” come dice il titolo dell ‘ultimo libro dello storico israeliano Ilan Pappe (da cui è presa la copertina di questa settimana). (a.b)

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mercoledì 23 agosto 2017

Roberto Gottardi, L’ottimismo di un intellettuale eclettico

L’architetto che sognò la «forma della rivoluzione». Articoli di Maurizio Giufrè e  Alessandra Anselmi da il manifesto, 23 agosto 2017 (c.m.c)



 
ROBERTO GOTTARDI
CHIAROSCURI CUBANI. 
 
 di Maurizio Giufrè 

«All’età di 90 anni muore l’architetto che sognò la «forma della rivoluzione». Con Vittorio Garatti e Ricardo Porro, nel 1961 progettò la Escuela Nacionales»

Fino a quando non venne pubblicato nel 1998 Revolution of Forms di John Loomis nessuno poteva mai immaginare che la storia dell’architettura cubana della rivoluzione si sarebbe incontrata con quella di due architetti italiani, Vittorio Garatti e Roberto Gottardi, i quali, chiamati dal loro collega cubano Ricardo Porro, insieme svolsero l’incarico di trasformare l’esclusivo Country Club di l’Avana in uno dei centri culturali più importanti del Latinoamerica: la Escuela Nacionales de Arte (ENA), un insieme di cinque scuole per il teatro, il balletto, la musica, l’arte plastica e la danza moderna. Dopo la scomparsa di Porro a Parigi nel 2004, ieri ci ha lasciato Gottardi.

Con i suoi amici Vittorio e Ricardo, ancora nel 1999 volle scommettere di completare le parti mancanti della Escuela, per una seconda volta chiamato con gli altri, come nel lontano 1961, da Fidel Castro per un’opera che solo grazie a un architetto e docente statunitense è stata possibile restituire, dopo una lunga disattenzione, alla storia dell’architettura. Purtroppo come allora la mancanza di risorse economiche non ha permesso a Gottardi di vedere completata in tutte le sue parti la Escuela nonostante l’impegno del World Monument Found che l’aveva peraltro inserita nei cento monumenti del mondo da salvare, e le promesse di contribuire al finanziamento dell’intervento dell’amministrazione Bush e poi di alcuni governi europei, tra i quali il nostro all’epoca di Berlusconi. In questo momento di triste perdita per uno degli architetti più singolari per il suo impegno politico e sociale occorre citare innanzitutto questa che per Gottardi è stata la sua più «grande impresa».

In particolare collegarci agli anni del suo arrivo a Cuba poco più che trentenne dopo essersi laureato nel 1952 all’Istituto Superiore di Architettura di Venezia con Carlo Scarpa, un periodo di tirocinio presso lo studio di Ernesto Nathan Rogers e la sua prima occupazione nel Banco Obrero di Caracas dove si trasferisce nel 1957 e dove incontra i suoi due amici, tutti collaboratori di Carlos Raúl Villanueva: il pioniere dell’architettura moderna venezuelana. Tuttavia è con l’avvento della rivoluzione castrista che Gottardi raggiunge nel 1960 Cuba per partecipare, come egli stesso dichiarerà anni dopo, a «fondare un nuovo paese, con una nuova gente», ricordando con nostalgia lo spirito libero, senza alcuna imposizione, con il quale si lavorava e ci si confrontava nell’isola caraibica per la costruzione di una nuova società.

L’atmosfera di quegli anni è ritratta nella celebre foto di Alberto Korda con Castro e Che Guevara mentre giocano a golf sul campo di quello che i giovani barbudos decideranno dovrà diventare la più importante scuola d’arte dell’America Latina. Gottardi scelse di progettare lo spazio della Scuola di Arti drammatiche impiegando materiali poveri e tecniche semplici come la volta a cupola in mattoni di terracotta che nell’architettura dell’Escuela è l’unità minima, seriale e modulare di segno più elementare ma altrettanto organico, ad esempio, di quelle di Eladio Dieste. Il risultato è un’architettura che scaturisce dalla consapevolezza «che tutto fosse possibile per la mancanza completa di idee preconcette», quelle che vennero meno con l’arrivo dei militari sovietici in seguito all’accordo tra Castro e Krusciov nel 1962.

Gottardi non lasciò però mai Cuba a differenza di Porro e Garatti, coniugando dal 1965 l’attività di docente alla Facoltà di Architettura di L’Avana, di scenografo – sue le scene per Girón (1981) e Dédalo (1991) del coreografo Rosario Cárdenas – e di architetto (Ristorante Maravilla, 1968). La «rivoluzione delle forme» di Gottardi rimarrà tra le testimonianze più autentiche nei confronti dell’omologazione globale che interessa l’architettura contemporanea e come un «sogno utopico» può sopravvivere ad ogni forma di dispotismo, oggi come allora.


L’OTTIMISMO
DI UN INTELLETTUALE ECLETTICO

di Alessandra Anselmi

«Frank Lloyd Wright, Luis Kahn tra i riferimenti che ne segnarono la formazione»


Ho conosciuto Roberto Gottardi a L’Avana nel febbraio del 2008, ma il suo nome e le Scuole d’Arte mi erano già da tempo familiari. Me ne aveva, infatti, molto parlato mio padre, Alessandro Anselmi, che nel 1963, insieme a Renato Nicolini e altri architetti, provenienti da diverse parti del mondo, avevano partecipato al VII Congresso della U.I.A. (Unione Internazionale degli Architetti), fortemente voluto da Che Guevara.

All'epoca Roberto, nato a Venezia nel 1927, già si trovava a Cuba, dove era arrivato nel dicembre del 1960. Come lo stesso Roberto amava ricordare, pochi mesi dopo il suo arrivo aveva ricevuto, insieme al cubano Ricardo Porro e all’italiano Vittorio Garatti, l’incarico per partecipare alla costruzione di cinque scuole d’arte (musica, danza moderna, teatro, arti plastiche, balletto), là dove sorgeva l’esclusivo Country Club Park. Nell’ambito del progetto, fortemente voluto da Fidel e da Che Guevara, il giovane architetto veneto ebbe l’incarico per la Scuola di Teatro.

Tutti, soleva ripetere Roberto, eravamo molto ottimisti rispetto al futuro, la rivoluzione si caratterizzava per una grande coralità, e ognuno di noi con le sue diverse competenze sentiva di contribuire al salto qualitativo per una società diversa e migliore. Roberto, tra i suoi maestri metteva Carlo Scarpa, Franco Albini, Giuseppe Samonà e Ernesto N. Rogers, ma, diceva anche che per la sua formazione e per il progetto della Scuola di Teatro erano stati determinanti anche le esperienze «de vida real», vissute a Cuba, che avevano contribuito a fargli porre problemi che oltrepassavano quelli della forma e dello spazio. Oltre ad altri suoi riferimenti, come Frank Lloyd Wright, Luis Kahn e altri, il processo rivoluzionario lo aveva arricchito modificando il suo modo di concepire il progetto architettonico.

La scuola di teatro, che purtroppo come le scuole progettate da Vittorio Garatti, non è mai stata terminata, è caratterizzata da stretti passaggi scoperti, con i quali Roberto voleva ricordare le strade di una città, e da forti contrasti di luce ed ombra. Questi spazi sono inoltre modulati da scale che danno luogo a sorprese visive.

Nello spazio così articolato si aprono gli ambienti per la recitazione e le lezioni, queste le intenzioni, solo in parte realizzate, ma di cui restano numerosi disegni e un plastico. Alla riscoperta delle cinque scuole, i cui lavori si interruppero nella seconda metà degli anni Sessanta, hanno contribuito nell’ultima decade diverse iniziative, tra cui il libro di J. A. Loomis, Cuba’s forgotten Art schools revolution of forms. Importante, anche perché dedicato al solo Roberto, il catalogo della mostra Roberto Gottardi arquitecto. Sin dogma y con muchas dudas, tenutasi a L’Avana lo scorso ottobre 2016, pubblicato da Manfredi Edizioni.

Ho avuto in regalo questo catalogo da Roberto in occasione della mia ultima visita a L’Avana, lo scorso maggio; era fisicamente indebolito ma conservava l’indomito entusiasmo e desiderio di lavorare al suo progetto per la Scuola di Teatro, non certo l’unico da lui elaborato, ma sicuramente il più importante della sua vita, anche perché legato a quella che lui amava definire «l’adolescencia de una década», piena di quella ricca effervescenza, ricerca e creatività che ha caratterizzato la Cuba degli anni Sessanta. Roberto ha lasciato una traccia indelebile in tutto quelli che lo hanno conosciuto: Aldo Garzia, che avendo vissuto a L’Avana come giornalista ha avuto molte occasioni di incontro con lui, lo ricorda come un intellettuale appassionato e sempre ottimista.
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