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Domani è troppo tardi per salvare il pianeta Terra. Lo affermano quindici mila scienziati di 184 paesi che hanno reiterato l'appello "World Scientist' Warning to Humanity"per fermare la distruzione del Pianeta, lanciato per la prima volta 25 anni fa. (l.s.)

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martedì 8 agosto 2017

Per il dissesto idrogeologico spesi 110 milioni in tre anni

«Il terreno sfibrato aumenta il rischio di alluvioni e frane. Il Piano da 9 miliardi annunciato da Renzi nel 2015, però, va a rilento». il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2017 (p.d.)



Il fuoco che sta devastando mezza Italia comporta un pericolo futuro che, in tempi di caldo e siccità, si fa fatica a considerare: gli incendi aumentano considerevolmente il già alto rischio idrogeologico in molte zone del Paese. Non è un caso che il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio – proprio parlando del fuoco che brucia piante e boschi lasciando dietro di sé un terreno sfibrato e debole – abbia parlato di “nuove o aggravate condizioni di rischio idrogeologico” e chiesto agli enti locali di “lavorare, da subito, in termini di pianificazione, prevenzione e informazione per essere pronti a fronteggiare eventuali emergenze”. Insomma, come ci ricorda il violento temporale a Cortina della scorsa settimana, a breve torneranno le piogge e il rischio di frane e inondazioni nel frattempo è aumentato grazie ai roghi (si pensi alle pendici del Vesuvio, ancora fumanti).

Dirà il lettore: però c’è il “Piano contro il dissesto” annunciato a suo tempo dal governo Renzi e i cui risultati sono stati vantati dall’attuale giusto a maggio scorso. Dotarsi di un piano e della relativa struttura di missione a Palazzo Chigi (“Italia sicura”, guidata dall’ex direttore dell’Unità Erasmo D’Angelis) è sicuramente un’ottima idea, ma i 9 miliardi di investimenti in sette anni di cui parlavano due anni fa l’attuale segretario Pd e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti si sono rivelati poca cosa. Al momento sono stati effettivamente investiti – dice lo stesso ministero dell’Ambiente in documenti ufficiali – poche centinaia di milioni “nuovi” a fronte di richieste delle regioni arrivate al sistema ReNDiS dell’Ispra per 20,4 miliardi per il quinquennio 2015-2020.

Andiamo con ordine. In principio furono i 9 miliardi venduti ai giornali da Renzi e Galletti. Nella realtà, l’unica iniziativa partita è il cosiddetto “Piano stralcio” (settembre 2015) che riguarda le aree metropolitane e quelle aree urbane con molta popolazione esposta a rischio di alluvione. Dotazione finanziaria: circa 650 milioni di euro, che sono un po’meno di 9 miliardi. E cosa è stato effettivamente fatto e quanti soldi sono arrivati alle Regioni finora? Ce lo dice il ministero dell’Ambiente rispondendo a una interrogazione di Federica Daga, deputata del M5S. Partiamo dai cantieri: al 27 aprile 2017, dei 33 interventi totali previsti dal Piano stralcio “6 risultano non avviati (1 Abruzzo; 2 Liguria; 1 Sardegna; 2 Toscana); 16 in corso di progettazione (2 Emilia-Romagna, 7 Lombardia, 4 Toscana, 3 Veneto); 6 con progettazione ultimata (3 Toscana e 3 Emilia-Romagna); 3 con lavori in esecuzione (2 Liguria e 1 Lombardia); 1 con lavori ultimati (Emilia-Romagna)”.

Quanto ai soldi, la situazione è questa: alle Regioni sono stati trasferiti circa 110 milioni di euro (il 16,9% del totale). Così distribuiti: 7,8 milioni all’Abruzzo; 18,5 all’Emilia-Romagna; 40 alla Liguria; 9,2 alla Toscana; 16,2 alla Lombardia; 15,6 al Veneto; 2,5 alla Sardegna. Nessuna notizia sull’uso effettivo dei 100 milioni (presi dal Fondo di Sviluppo e Coesione) previsti da una norma del luglio 2016 per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico che non avevano raggiunto un livello di progettazione esecutiva.

E poi c’è la bizzarra questione delle “revoche”. Siccome l’Italia, ci ha detto Renzi per tre anni, è bloccata dalla burocrazia e dalla mancanza di un credibile progetto di futuro, il decreto Sblocca Italia stabilì che erano revocati tutti i soldi assegnati a progetti contro il dissesto idrogeologico che, al 30 settembre 2014, non avessero visto pubblicato il bando di gara o disposto l’affidamento dei lavori. Sono le cosiddette “revoche”, tutti soldi bloccati dai cattivi che ora Palazzo Chigi avrebbe usato per rendere sicura l’Italia. A maggio 2017 Italia Sicura spiegava che le “revoche” sono manna dal cielo: 2,2 miliardi di euro che possono cambiare verso al Paese. Se esistessero, però.

Il 5 luglio il ministero dell’Ambiente spiega però alla solita deputata Daga: “Gli interventi oggetto di tale procedimento sono risultati 169, l’importo finanziato corrispondente ammonta a circa 245,5 milioni di euro (...) pari al 5,3 per cento di quelli complessivamente finanziati nel periodo 1998-2008”. Solo 250 milioni? No, per la verità solo 7 (sette) milioni: alla fine le revoche autorizzate hanno riguardato, infatti, solo 15 progetti su 169. No, dice Italia Sicura a mezzo stampa, sono 2,2 miliardi “frutto di un enorme lavoro di monitoraggio e di verifica della spesa pubblica al di là degli schieramenti politici (sic), finalizzata ad accelerare al massimo progetti indifferibili (...) Di queste risorse solo una piccolissima parte è stata revocata”. Insomma sono 2,2 miliardi, ma solo qualche decina di milioni messi negli ultimi tre anni e il resto risalenti anche a vent’anni fa.
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