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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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domenica 20 agosto 2017

L’urbanistica dopo Làbas

Dopo lo sgombero dei centri sociali dagli edifici ex militari bolognesi è il momento di riaprire una discussione seria sulla utilizzazione più ragionevole di questa ampia categoria di spazi pubblici inutilizzati. La Repubblica, ed. Bologna, 20 agosto 2017



LE discussioni accese che hanno seguito lo sgombero agostano di Làbas, non quelle corali di indignazione per l’azione poliziesca, ma quelle dei giorni successivi sulla Staveco come possibile destinazione del centro sociale, nella loro asprezza e inconciliabilità, portano a ragionare sulla strana sorte toccata a Bologna alle ex aree militari. Comparti preziosi per la vivibilità urbana, su cui da anni si discute e si spendono progetti ma continuano a restare dominio dei ratti.

Nel 2015 il Comune ha approvato un Poc (Piano operativo comunale, l’ultimo stadio della pianificazione) che ha un titolo sornione “Rigenerazione di patrimoni pubblici”. Un documento in cui si individuano una serie di aree afferenti a proprietari pubblici: Agenzia del Demanio, Cassa Depositi e Prestiti Investimenti Sgr, Invimit Sgr, Ferrovie dello Stato; c’è anche l’Università di Bologna ma lì sappiamo come, saggiamente, è andata a finire. La ritirata dell’Università, proprio dall’area Staveco da cui siamo partiti, la dice lunga.
Un'idea dalle gambe corte, o addirittura monche, sbocciata sul finire di due mandati, uno da rinnovare, l’altro da glorificare.
La questione però è seria, ci si ubriaca di parole ma nulla mai cambia. Neppure i costruttori, che avrebbero tutto l’interesse a farlo, protestano. Il Poc prevede infatti una bella quantità di edifici a varia destinazione d’uso in tutte le aree identificate: ai Prati di Caprara la realizzazione di residenze (da 800 a 1200), centri direzionali e commerciali, parcheggi; al Ravone di residenze se ne prevedono tra 750 e 790; alla caserma Sani 340 ma non mancano centri commerciali e direzionali; alla caserma Masini, quella occupata da Làbas, un albergo, una trentina di alloggi, attività commerciali e ristorative.
Una previsione esorbitante, poco assennata con i supermercati che falliscono e il tanto residenziale invenduto (pensiamo anche soltanto al mostro Trilogia Navile).
Ma tanto quella programmazione non ha più valore delle chiacchiere, nei fatti si procede per deroghe. Com’è successo per il campus nell’ex-Telecom, sgomberato per consentire un business tutto privato, in deroga al Poc che prevede invece uno studentato nell’area ferroviaria ex OMA, retrostante Borgo Masini.
Rinunciando insomma a dirottare investimenti su patrimoni pubblici. Ma in quel tripudio di esuberante progettualità non mancano scuole, housing sociale e parchi. Che meraviglia, hanno pensato a tutti! Macché, come nei più crudeli giochi dell’oca sempre si torna alla casella iniziale. Ogni volta tutto daccapo a discutere e infervorarsi per poi non decidere nulla — come per l’annosa questione della cittadella della giustizia, sballottata tra Staveco e Stamoto come in un ping pong.
Ma vuoi che sia per favorire interessi privati o per una sorta di pulizia preludio della gentrificazione, le uniche decisioni prese sono quelle di sgombero. Avvenute, ohibò, all’insaputa dell’amministrazione!
Dunque persino su operazioni di questo peso sociale le potestà politiche dell’amministrazione non si sono esercitate. Allarmante. E chi decide allora le sorti della città, tra annunci roboanti poi disattesi, bisticci e inerzie?
E i cittadini? Forse amareggiati per la repressione della creatività giovanile, preoccupati della qualità della vita urbana e dell’inutile degrado di aree che potrebbero costituire dei regolatori ambientali essenziali, comunque incerti sul destino economico di una città che ha sposato il turismo come unica vocazione e non sa prendere decisioni di più ampio respiro, si chiedono quale sia il disegno che l’amministrazione ha in mente. L’urbanistica è sempre una buona lente con cui guardare la realtà, la confusione e l’afasia attuali dicono molto intorno alla crisi della decisionalità e al vuoto di idee di cui la politica soffre. Un problema non solo bolognese ma che qui si presenta paralizzante.


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