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Il provocatorio progetto di uno studio messicano per un muro “molto bello” e di colore rosa intenso che piacerebbe a Trump. Gli americani potrebbero contemplare dall’alto il Messico con “gorgeous perversity”. Estudio 3.14 di Guadalajara: Progetto “Prison Wall” (m.c.g.)

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martedì 8 agosto 2017

Libia. Il dramma dei migranti riportati in Libia “Picchiati e torturati, aiutateci a fuggire”a

Da anni si moltiplicano le denunce dello scandalo delle galere libiche, eppure il governo italiano continua a consegnare agli  "alleati"stupratori torturatori assassini chi tenta di fuggirne. La Repubblica, 8 agosto 2017, con riferimenti



«Il dramma dei migranti riportati in Libia “Picchiati e torturati, aiutateci a fuggire”
Le organizzazioni internazionali: nei centri di detenzione le condizioni sono disumane»

LE mani attaccate alle sbarre della cella del centro di detenzione di Abu Sleem dove è rinchiuso senza un filo d’aria insieme ad altre 39 persone, Mounir chiede aiuto ad un delegato del Cir. «Ho 25 anni, vengo dal Gambia, mi hanno rinchiuso di nuovo in questo inferno. Ero partito dalla spiaggia di Garabouli su una barca in legno, ma le guardie del mare ci hanno arrestato e riportato indietro. I guardiani picchiano i bambini, violentano le donne, ci torturano mentre parlano al telefono con i nostri familiari e chiedono altri soldi per liberarci. Aiutateci ad uscire da qui».

È la lotteria del migrante. Chi è soccorso da una nave umanitaria e portato in Italia è salvo, chi viene recuperato dalla guardia costiera libica torna all’inferno. Ottocentoventisei a Sabrata, 128 a Zawia, 43 a Misurata. In mille, come Mounir, nelle ultime 48 ore sono stati soccorsi in mare dai libici e riportati nei centri di detenzione dove, come denunciano le organizzazioni umanitarie, da Amnesty International all’Unhcr, dall’Oim all’Unicef, le condizioni sono disumane e i diritti umani non garantiti. Federico Soda, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim (organizzazione presente in Libia ai punti di disimbarco insieme all’Unhcr), lo ha detto chiaro al Comitato Schengen: «Consideriamo inaccettabile fare dei soccorsi in mare per poi riportare i migranti in luoghi le cui condizioni sono considerate inaccettabili in tutto il mondo. Quando la Libia potrà essere considerata un porto di sbarco sicuro faremo altri ragionamenti. Per altro così si continua ad alimentare la tratta e il traffico».

Perché chi sopravvive al suo viaggio dall’inferno e ritorno quasi sempre ci riprova. Soprattutto se, come spesso accade, subito dopo essere riportato a terra dalla guardia costiera libica ed essere registrato e soccorso in uno dei dodici centri di disimbarco attualmente attivi sulla costa finisce immediatamente nelle mani dei trafficanti e viene rinchiuso in uno dei centri di detenzione controllati dalle milizie. Può accadere facilmente soprattutto se a recuperare i profughi sono dipartimenti di guardia costiera come quello di Zawia, guidati da personaggi come Abdulrahman Milad, fino a qualche tempo fa ritenuto trafficante di uomini. È lì, tra quelle mura inaccessibili, dietro quelle sbarre invalicabili che nascondono più di 8.000 persone, stupri e violenze a carico di uomini, donne, bambini sono l’inferno quotidiano.

Quattrocentomila persone pronte a partire, stime ufficiali dell’Oim, che raddoppiano da informazioni ufficiose che arrivano da diverse fonti. Ventinove centri di detenzione, non tutti accessibili alle organizzazioni umanitarie. Roberto Mignone, capomissione dell’Unhcr, è in Libia da tre mesi. Loro riescono a supportare e far liberare gli aventi diritto allo status dei rifugiati, ma tutti gli altri finisconorisucchiati nel grande buco nero dei lager in mano alle milizie. «Noi e i rappresentanti dell’Oim — spiega Mignone — siamo presenti nei dodici punti di disimbarco in cui vengono portate le persone intercettate dalla guardia costiera. Abbiamo migliorato le condizioni di assistenza, distribuiamo kit di soccorso e servizi medici. Poi i migranti vengono tutti portati nei centri di detenzione, uomini, donne, bambini, tutti insieme. In quelli sotto il controllo del dipartimento che combatte l’immigrazione clandestina, nonostante le condizioni di sovraffollamento, mancanza di igiene e insicurezza, riusciamo ad attivare l’assistenza per chi ha diritto allo status di rifugiato, ad ottenerne il rilascio, a fornire loro documenti di richiedente asilo e proviamo a facilitare il rimpatrio volontario. Certo le condizioni sono molto molto complicate».

A sei donne, vittime di abusi sconvolgenti e tenute in schiavitù da un gruppo armato, è andata bene. Tre settimane fa l’Unhcr è riuscita a farle liberare dal centro di detenzione e adesso sono al sicuro in una casa protetta in un paese che ha accettato di accoglierle. Ma sono più di cinquantamila le donne e i bambini, soprattutto dell’area subsahariana — denuncia l’Unicef nel suo ultimo rapporto — che sono passati nell’ultimo anno dai centri di detenzione libici.



Rinviamo alla lettura degli articoli di questi ultimi mesi Italia e Libia in guerra contro i fuggitivi, L'accordo sui migranti con la Libiacrea una Guantanamo. Ma non da oggi sono note le condizioni dei luoghi di contenzione e tortura in Libia. si veda, ad esempio, l'articolo dell'Espresso del 23 giugno 2014

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