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martedì 29 agosto 2017

“La rotta per la Libia è diventata pericolosa”: passaparola nell’Africa occidentale.

L'Europa di Marco Minniti sta raggiungendo il suo obiettivo: chi vuole o deve attraversare il Mediterraneo, perché in fuga dalla persecuzione o perché intrappolato nel caos libico, oggi è bersaglio della caccia al migrante. I diritti? cancellati. la Repubblica, 29 agosto 2017
«Il corridoio è sempre più stretto e si muore nel deserto. Niger, l’esodo sta rallentando la strategia di Roma funziona ma la strage ora è nel deserto»

Le voci corrono veloci lungo le carovaniere del deserto, con un passaparola che trasmette lo stesso messaggio in tutta l’Africa occidentale: «La rotta per la Libia è diventata pericolosa ». Sì, costi e rischi sono sempre più alti, la speranza di arrivare in Europa sempre più bassa. E la gente smette di partire. Lo testimoniano i numeri dell’esodo monitorati in Niger, il grande crocevia dei percorsi che portano al Mediterraneo e snodo della strategia annunciata ieri a Parigi. Nel 2016 gli osservatori dello Iom, l’Organizzazione per le migrazioni, avevano censito 333 mila persone in viaggio verso Nord, quest’anno invece fino a luglio ne sono state contate 38 mila mentre dagli stessi valichi quasi il doppio ha fatto il percorso inverso, cercando di tornare a casa. 

«C’è un calo drastico calo dei flussi verso la Libia. Non vediamo più quei convogli di 50-60 veicoli che l’anno scorso erano frequenti», conferma Alberto Preato, uno dei dirigenti Iom in Niger: «I migranti che accogliamo parlano molto tra loro e dai loro discorsi emerge con chiarezza come quella rotta sia diventata difficile».Le pressioni e le sovvenzioni europee hanno spinto il governo nigerino a cambiare linea. 

C’è una nuova legge che punisce i trafficanti con l’arresto e il sequestro dei camion. Ci sono gendarmi meglio addestrati ed equipaggiati. Anche i francesi, presenti nell’ex colonia da quattro anni con una missione militare, adesso sono più attivi: l’onda lunga delle stragi terroristiche e il timore che in qualche modo l’Isis tragga vantaggio da questi movimenti, li ha convinti ad aprire gli occhi sulla situazione. E i primi progetti umanitari, finanziati dai singoli paesi o dalla Ue, stanno facendo nascere prospettive alternative all’emigrazione. 

C’è però chi va avanti. Le organizzazioni dei trafficanti non sono scomparse: evitano i posti di polizia e sfuggono ai censimenti, muovendosi direttamente nel deserto. Una traversata micidiale, con persone che per guasti o cinismo vengono abbandonate nel nulla. «Molti rischiano la vita», spiega Preato: «Ora mandiamo quasi tutti i giorni delle missioni per soccorrere questi dispersi. Le autorità locali e l’esercito nigerino collaborano con noi in queste ricerche: più di mille persone sono state salvate negli ultimi mesi». Patrick, un giovane nigeriano, ha raccontato il calvario del suo gruppo: «Abbiamo vagato senz’acqua per dieci giorni. Ho visto due bambini morire e subito dopo la loro madre. Prima che arrivassero gli aiuti ho scavato 24 fosse nella sabbia».

Questo è l’altro volto della politica di dissuasione messa in atto dall’Unione europea, con una regia italiana e un contributo francese, in passato parallelo e infine convergente. Chi vuole o deve attraversare il Mediterraneo, perché in fuga dalla persecuzione o perché intrappolato nel caos libico, oggi affronta un viaggio infernale. I controlli delle istituzioni nigerine si trasformano in repressione armata in Libia, dove la caccia ai migranti è diventata più remunerativa – grazie ai fondi ufficiali e alle elargizioni dell’intelligence – del loro sfruttamento.

La strategia dei piccoli passi avviata dal ministro Marco Minniti sta funzionando: di fatto chi si dirige verso le nostre coste ha davanti un triplice sbarramento. Nel Fezzan, la prima tappa libica, la pace siglata a Roma tra tebù e tuareg ha concluso tre anni di guerra, finanziata soprattutto con il traffico di uomini. Le nostre sovvenzioni inoltre stanno spingendo alla sorveglianza dei confini e delle arterie principali. Più a nord sono scese in campo le milizie municipali, spesso guidate dagli stessi personaggi che fino a pochi mesi fa gestivano il mercato dei barconi come lo “Zio” che comanda la brigata 48 di Zuwara. Sono loro che dominano il territorio, espressione di quei consigli cittadini che costituiscono l’unica autorità: l’accordo con i loro leader è stato appena rinnovato a Roma e benedetto dall’Ue.

 A Tripoli c’è poi un’altra forza, legata al governo Serraj, chiamata Rada, che la scorsa settimana fa ha catturato “il re dei trafficanti”: tal Musa Bin Khalifa indicato come il signore delle spiagge degli scafisti. Infine c’è la Guardia costiera, equipaggiata e assistita dalla nostra Marina, a cui adesso spettano tutti gli interventi nelle acque territoriali, tenendo alla larga le navi delle ong.

Tre giorni fa la Corte Suprema di Tripoli ha dato un riconoscimento giuridico ai patti per il contrasto dell’immigrazione. Quindi la forma è salva: le operazioni delle milizie municipali e delle strutture nazionali hanno un timbro di legalità. Ma la verità in Libia è sempre scritta sulla sabbia e nessuno può dare garanzie sulla sorte di chi finisce nelle mani dei potentati. Che si dividono ogni aiuto: pochi giorni fa abbiamo consegnato diecimila kit di prima assistenza per i migranti, subito spartiti tra guardia costiera e municipalità di Zuwara. Ma tutti sanno – e lo stesso Minniti ha posto la questione – che in Tripolitania è difficile se non impossibile ottenere il rispetto dei diritti umani: l’Onu ha ribadito ieri la denuncia sulle condizioni dei centri di dentenzione.

La soluzione che arriva da Parigi è quella di spostare il problema in Niger. Si annuncia la creazione lì degli hotspot dove vagliare le domande di asilo, valutando la possibilità di trasferirvi le persone fermate in Libia, sotto la vigilanza di un contingente militare. Un altro esodo, forzato e in senso inverso. Il segno delle difficoltà dell’Europa, che seguendo la pista aperta dall’Italia sta riuscendo a frenare gli sbarchi, ma ora deve trovare il modo di tutelare quei diritti che sono l’essenza della nostra civiltà.
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