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mercoledì 23 agosto 2017

La Brigata 48: il “tappo” libico anti-migranti

Anche organizzazioni della Mafia in aiuto alla politica italiana ed europea dei respingimenti. A Roma come a Bruxelles hanno deciso: chiunque ci aiuta a respingere i fuggitivi dagli inferni che abbiamo contribuito a realizzare è nostro amico. il Fatto quotidiano, 23 agosto 2017


Brigata 48. Ha un nome, secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, il tappo che ha fermato le partenze di migranti dalla Libia verso l’Italia da luglio a oggi. È una milizia che sarebbe stata fondata da “un ex boss mafioso” libico, secondo quanto riferiscono fonti anonime locali alla Reuters. Questa Brigata 48 sarebbe molto attiva sulla costa per complicare la vita ai trafficanti e sabotare le partenze da Sabrata, la città a 65 chilometri a ovest di Tripoli che in questi anni è stata uno dei principali punti di imbarco per navi e gommoni carichi di migranti.

Pochi giorni fa, l’agenzia europea Frontex aveva comunicato il crollo degli sbarchi censiti a luglio: 15.400, circa la metà del mese prima. Tra le ragioni di questo rallentamento, di cui ha beneficiato soprattutto l’Italia, Frontex indicava proprio “gli scontri vicino a Sabrata, una delle aree chiave per le partenze”. E adesso sappiamo perché: è il frutto delle azioni di questa Brigata 48 combinato con quello della Guardia costiera libica che da settimane sembra aver finalmente deciso di contrastare il lavoro dei trafficanti invece che agevolarlo, come ha fatto per lunghi anni durante i quali – per colpa del caos della Libia – i suoi membri non potevano contare su uno stipendio regolare pagato dal governo. Il 24 di luglio, per esempio, il portavoce della Guardia costiera Ayoub Qassim si era premurato di far sapere ai media internazionali di un’operazione che aveva messo in salvo 150 persone, proprio a Sabrata.

In questi anni i trafficanti hanno spesso seguito una rotta che portava i loro carichi di umanità sofferente dalla città di Beni Ualid, nell’interno, a Sud di Tripoli e prima di Misurata, verso la costa. Evitando con attenzione le zone controllate dalla tribù Zintan, che gestisce in autonomia alcune attività del traffico, le carovane di migranti potevano arrivare ai porti di imbarco sulla costa senza neppure passare da Tripoli, grazie al supporto della tribù Warshefana che domina le cruciali aree di accesso alla costa per chi arriva dall’interno (l’alternativa è una strada costiera, troppo sorvegliata e quindi non utilizzata dai trafficanti).

Adesso qualcosa sembra essersi incrinato nel modello di business intorno a Sabrata. Secondo le fonti della Reuters, questa Brigata 48 non solo complica la vita ai trafficanti, ma gestisce anche dei centri di detenzione dove rinchiude i migranti (in Libia, non essendoci diritto di asilo l’unica destinazione per chi non riesce a partire via mare è di fatto la prigione). Difficile dire che cosa sia questa Brigata 48. Al ministero dell’Interno italiano non si lambiccano troppo: è chiaro che agisce per raggiungere gli obiettivi politici del governo di Al Sarraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale ma con scarso controllo del territorio in Libia.

Il ministro Marco Minniti in questi mesi sta perseguendo una strategia molto netta: rafforzare Sarraj in modo che il suo fragile esecutivo riesca a prendere il controllo del territorio almeno sulle coste e così fermare il traffico di migranti. A questo è servita la dura iniziativa contro le organizzazioni non governative che, nel tentativo di salvare i migranti abbandonati al loro destino sui canotti poco lontano dalle coste libiche, finivano per agevolare e quindi incentivare il lavoro dei trafficanti. L’Italia non ha alcun contatto ufficiale con questa Brigata 48 o con le altre compagini simili sul terreno: Roma tratta soltanto con Sarraj. Almeno in teoria, perché poi Minniti ha costruito una rete di relazioni con le tribù del sud della Libia, nel tentativo di disincentivarle a trarre lauti profitti dal traffico di esseri mani.

E il 28 agosto a Roma Minniti riunirà la cabina di regia che coordina i Paesi confinanti a Sud: Niger, Ciad e Mali. Lo scopo è sempre lo stesso: soltanto con il coinvolgimento di tutti gli attori che oggi partecipano al traffico di esseri umani si può arginare il flusso. Ci sono 90 milioni di euro di fondi europei da spendere nell’area proprio per progetti che offrano delle alternative di reddito a chi oggi vive di traffico. I primi tentativi in Niger per ora hanno creato più tensioni politiche che altro, ma al momento non ci sono strategie alternative.

Anche il ministro degli Esteri Angelino Alfano segue una sua agenda sulla Libia che prevede meno interventi diretti e un maggiore coinvolgimento del nuovo inviato dell’Onu, Ghassan Salamé. I due hanno avuto un colloquio lunedì.
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